Gramsci: Naturale e contro natura. Il significato convenzionale dei valori morali.

Nel Quaderno 16 Gramsci si domanda cosa significhi parlare di naturale o contro natura rispetto ai comportamenti personali o a certe manifestazioni del costume. In realtà il concetto di naturale coincide con quanto si considera giusto e normale, anche se raramente la nostra idea di naturale o giusto è ritenuta parte di una coscienza storica contingente, infatti, non la si considera mai tale, ma assoluta e immutabile. Sulla base di quella coscienza storica divenuta senso comune, spesso vengono definiti contro natura determinati comportamenti, specie sessuali, riscontrabili invece nel mondo animale, come se questi non facessero parte della naturalità. Il problema risulta mal posto perché, a prescindere dai comportamenti del mondo animale, la natura dell’uomo è determinata dall’insieme dei rapporti sociali che concorrono a formare una coscienza storica, dunque ciò che si ritiene naturale o contro natura è in realtà rapportato a questa coscienza attuale e non all’idea di natura. I modelli culturali, gli stili di vita e costume condensati nei rapporti sociali non sono fissi e omogenei per ogni uomo, luogo e tempo, essi sono in rapporto contraddittorio e in continuo mutamento. Ciò che in un periodo storico si afferma come necessario e universale è determinato dal tipo di civiltà economica nel quale si è inseriti. Esso non solo definisce l’obiettività e la necessità di un determinato attrezzo per la produzione, stabilisce regole di condotta, morale, gli stili educativi, le regole di convivenza di una determinata società.
Rientra nell’orbita della concezione sulla “naturalità” dei comportamenti anche la tendenza a giustificare ogni comportamento con le considerazioni sull’ambiente sociale. In questo modo ogni responsabilità individuale viene annegata nel mare di un’astratta e generica responsabilità sociale. Se una tale concezione (considerata da Gramsci retriva e conservatrice) fosse vera non ci sarebbe alcuna evoluzione nella storia dell’umanità. Se un individuo per poter cambiare avesse bisogno che l’intera società muti prima di lui nessun cambiamento avverrebbe. La storia è invece segnata dal conflitto permanente tra gruppi e individui per cambiare o conservare lo stato di cose esistenti. L’ambiente può solo spiegare il comportamento degli individui, non giustificarlo.

Da Karl Marx a John le Carré: “la storia fino ad oggi esistita è storia di complotti e servizi segreti”.

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Ogni qual volta il mondo è agitato da eventi tragici, simili a quello accaduto a Parigi nel venerdì 13 novembre 2015, come funghi, spuntano tesi cospiratorie che leggono ogni avvenimento attraverso la pericolosissima lente deformante del complotto e della onnipresente pervasività dei servizi segreti. Sia chiaro, non credo alle baggianate sul conflitto di civiltà che già ci propinarono negli anni Novanta per giustificare la sopravvivenza della alleanza militare (dunque del dominio economico produttivo) occidentale dopo la fine della guerra fredda, né ancora meno credo a un Occidente vittima, assediato per i suoi valori di libertà da un’orda barbarica senza forma né sembianze.
Al contrario, la nascita di questa galassia (appiattita nella definizione generica di “fondamentalismo islamico”) è stata favorita, finanziata, armata, consolidata e coccolata dall’Occidente sin dagli anni Settanta e ancora continua a servirsene o comunque non ostacolarla. Chiarito tutto ciò, trovo assurdo che, proprio a sinistra, tanti non riconoscano a questo movimento una sua autonoma soggettività e se vogliamo una dignità politica (che non significa certo legittimarla), intesa come reazione (distruttiva, folle e retrograda) ai rapporti di sfruttamento e dominio imposti dall’Occidente attraversi secoli di colonialismo prima e imperialismo poi. Dire che tutto ciò è (esclusivamente) frutto di una cospirazione dell’Occidente e dell’azione dei suoi servizi di intelligence significa infatti non aprire gli occhi su un fenomeno di massa e internazionale di cui ancora non comprendiamo i contorni e le potenzialità (distruttive). Se nelle periferie delle grandi capitali occidentali si reclutano migliaia di militanti pronti a morire e dall’Africa sub-sahariana al vicino e medio Oriente si formano divisioni così ampie di combattenti (al di là delle forme di finanziamento palesi o occulte e delle protezioni internazionali godute), io andrei a indagare gli effetti dell’imperialismo e dell’esclusione sociale a Parigi, Bruxelles o Berlino, anziché acchiappare le nuvole del complottismo, perché lì vanno ricercate le cause di un fenomeno di tali dimensioni.

Il cuore pulsante degli studi gramsciani in Brasile. («L’Unione Sarda», 19/06/2015)

Il cuore pulsante degli studi gramsciani in Brasile.

Gianni Fresu

«L’Unione Sarda», 19/10/2015

La biografia di Antonio Gramsci è segnata dal dramma della dittatura, non solo per la carcerazione che lo portò alla morte, ma perché il crollo delle istituzioni liberali e del movimento operaio lo spinsero a indagare le ragioni più profonde di quella sconfitta e le origini storiche del fascismo. Da questo travaglio nasce un’opera intimamente problematica e complessa come i Quaderni del carcere. Anche in questa premessa stanno probabilmente le ragioni del successo di Gramsci in Brasile, perché la diffusione crescente della sua opera si lega strettamente anche al dramma del colpo di Stato militare del 1964, destinato a durare come in Italia venti lunghi anni. Poco dopo il Golpe tre giovani intellettuali destinati a un ruolo importante, Carlos Nelson Coutinho, Luiz Mario Gazzaneo e Leandro Konder, dibatterono a Rio sulla necessità di tradurre e pubblicare Gramsci, nella stessa direzione si muoveva l’editore della rivista «Civilização Brasileira», già intenzionato a intraprendere la non facile avventura. Così, nel 1966, iniziò la traduzione e pubblicazione della sua opera, bruscamente bloccata nel 1968 dal decreto liberticida AI5, responsabile del terrore repressivo che eliminò ogni dissenso e travolse più di una generazione nel vortice di sparizioni, omicidi, torture o, nella migliore delle ipotesi, l’esilio. Ma come il Tribunale speciale fascista non riuscì a “impedire al cervello di Gramsci di lavorare per venti anni”, così la dittatura brasiliana non poté sradicare l’interesse crescente nei suoi confronti. Al contrario, divenne per diverse generazioni uno stimolo di resistenza intellettuale alla brutalità del regime e, insieme, una chiave di lettura per decifrare i processi di modernizzazione nazionali e comprenderne razionalmente la storia politica, economica e culturale. Così negli anni Settanta, alle prime avvisaglie di crisi della dittatura, Gramsci tornò prepotentemente nel dibattito politico come punto di riferimento per le lotte contro il regime e, attorno al suo pensiero, si sviluppò un’intensa attività scientifica e didattica nelle diverse università brasiliane, da allora mai interrottasi. La diffusione internazionale delle categorie gramsciane scaturisce da esigenze di comprensione della realtà concrete. Non si tratta dunque di uno studio per puro erudimento, bensì di un utilizzo consapevole, finalizzato a comprendere e dare risposte ad alcune contraddizioni storiche fondamentali nella vita culturale, sociale e politica di diversi Paesi. Ciò vale particolarmente per il Brasile, dove l’opera di Gramsci è studiata sistematicamente da oramai cinque decenni nelle più diverse discipline scientifiche: storia, filosofia politica, antropologia, critica letteraria, pedagogia, teologia, scienze sociali. L’esigenza di dare carne e ossa alle categorie concettuali, ossia tradurle nazionalmente, è del tutto coerente con lo spirito dell’opera di Gramsci e con la sua aspirazione a evitare l’astrattezza e la genericità delle affermazioni ideologiche. Il Brasile di oggi costituisce uno dei laboratori più attivi e stimolanti nel panorama internazionale degli studi gramsciani, le sue categorie, entrate anche nel lessico politico, sono oggetto di indagine scientifica in misura forse maggiore, è triste sottolinearlo, del suo stesso Paese di origine. Così, a cinquantuno anni dall’incontro tra quei tre giovani, proprio a Rio de Janeiro, si sono dati appuntamento i gramsciani di tutto il Brasile. Dal 27 al 29 maggio, vecchie e nuove generazioni di studiosi si sono confrontate sui risultati delle ricerche nelle principali università nazionali, decidendo infine di costituire l’International Gramsci Society Brasil. L’obiettivo è dare ancora più organicità e proiezione internazionale al lavoro scientifico qui sviluppato e trasformare il 2017, ottantesimo anniversario della morte di Gramsci, in un appuntamento storico per gli studi gramsciani, con l’ambizione di fare del Paese sudamericano uno dei centri nevralgici delle iniziative dedicate all’intellettuale sardo.

La questione meridionale va a Rio de Janeiro.

La questione meridionale va a Rio de Janeiro.

il manifesto”, 10 giugno 2015

Gianni Fresu

 L’intellettuale sardo al centro di un interesse sempre crescente nel paese sudamericano. E un forum di studiosi sancisce la nascita dell’International Gramsci Society Brasil, con progetti ambiziosi e sinergie fra le università

La for­tuna inter­na­zio­nale dell’opera di Anto­nio Gram­sci è un fatto noto, trat­tan­dosi, come si dice ritual­mente, dell’autore ita­liano più tra­dotto e stu­diato nel mondo insieme a Dante e Machia­velli. Ma al di là di que­sta infor­ma­zione gene­rale, quasi auto­con­so­la­to­ria vista la con­di­zione attuale di disarmo cul­tu­rale nazio­nale, le ragioni di tale for­tuna sono ai più ancora poco cono­sciute o, meglio, igno­rate.
Il Bra­sile è da diversi anni una delle realtà più attive a livello inter­na­zio­nale negli studi gram­sciani, qui l’intellettuale sardo fin dai primi anni Ses­santa fu oggetto di un inte­resse cre­scente e di studi spe­cia­li­stici. La tra­du­zione e pub­bli­ca­zione della sua opera comin­ciò nel 1966 e solo l’inasprirsi della dit­ta­tura nel 1968, frutto del colpo di stato mili­tare del ’64, riu­scì a inter­rom­pere tem­po­ra­nea­mente un pro­cesso di dif­fu­sione e inter­pre­ta­zione crea­tiva come quella bra­si­liana. Negli anni Set­tanta, alla vigi­lia della crisi finale del regime, Gram­sci tornò pre­po­ten­te­mente non solo nel dibat­tito politico-sociale, ma anche e soprat­tutto nelle uni­ver­sità, dando vita a un feno­meno che alcuni defi­ni­rono vera e pro­pria «moda intellettuale».

Dalla sto­ria alla filo­so­fia poli­tica, dalla peda­go­gia all’antropologia, dalla geo­gra­fia alle rela­zioni inter­na­zio­nali, dalla cri­tica let­te­ra­ria alla teo­lo­gia, pra­ti­ca­mente nes­suna disci­plina delle scienze sociali e umane fu immune dal con­ta­gio di que­sto inte­resse cre­scente. Non si trattò di una moda pas­seg­gera, per­ché tale pro­cesso si inten­si­ficò nei decenni suc­ces­sivi e, oggi, nelle prin­ci­pali uni­ver­sità pub­bli­che esi­stono gruppi di ricerca inter­di­sci­pli­nari, corsi di lau­rea, spe­cia­liz­za­zione post lau­rea e di dot­to­rato dedi­cati a Gram­sci o nei quali comun­que l’intellettuale sardo è l’autore di rife­ri­mento essenziale.

A coro­nare que­sto per­corso pro­gres­sivo di stu­dio, dif­fu­sione e appli­ca­zione con­creta delle cate­go­rie del «nostro» in Bra­sile è inter­ve­nuto un avve­ni­mento desti­nato a segnare la sto­ria degli studi gram­sciani nel mondo. Trai il 27 e il 29 mag­gio, nel Col­le­gio di alti studi del forum di scienza e cul­tura dell’Università fede­rale di Rio de Janeiro, si sono riu­niti gli stu­diosi gram­sciani di tutto il paese.
Un semi­na­rio intenso, fina­liz­zato a met­tere in rela­zione i risul­tati delle ricer­che scien­ti­fi­che, scam­biare infor­ma­zioni e espe­rienze tra i diversi rami disci­pli­nari, con­clu­sosi con la nascita dell’International Gram­sci Society Bra­sil. L’Igs Bra­sil nasce con lo scopo di favo­rire le rela­zioni tra gli stu­diosi ope­ranti nel paese e svi­lup­pare le ini­zia­tive scien­ti­fi­che, edi­to­riali e di con­fronto legate al pen­siero di Anto­nio Gramsci.

L’intellettuale sardo è oggi uno degli autori fon­da­men­tali in Bra­sile, come nel resto dell’America Latina, non solo nell’accademia, ma nella lotta poli­tica e nella vita di realtà sociali come il Movi­mento Tra­ba­lha­do­res Sem Terra. Alcune sue cate­go­rie come «rivo­lu­zione pas­siva», «ege­mo­nia» e «sov­ver­si­vi­smo rea­zio­na­rio delle classi diri­genti», hanno tro­vato un’applicazione ana­li­tica sor­pren­dente in una realtà sto­ri­ca­mente domi­nata da pro­cessi di moder­niz­za­zione dall’alto – con ricor­renti sospen­sioni delle libertà costi­tu­zio­nali e colpi di Stato auto­ri­tari – come quella brasiliana.

Le ana­lisi con­te­nute nella Que­stione meri­dio­nale e nei Qua­derni sui rap­porti di sfrut­ta­mento semi­co­lo­niale tra Nord e Sud nella sto­ria d’Italia, quelle sui subal­terni e la fun­zione degli intel­let­tuali negli assetti di domi­nio ed ege­mo­nia, sono oggi uti­liz­zate per rileg­gere le vicende della sua sto­ria colo­niale e com­pren­dere le con­trad­di­zioni sociali e cul­tu­rali ancora oggi pre­senti in que­sto paese.
In tutto que­sto si inse­ri­sce la nascita dell’Igs Bra­sil con pro­grammi molto ambi­ziosi e l’idea di ospi­tare qui, nel 2017, un grande evento inter­na­zio­nale attorno alla sua opera, valo­riz­zando il lavoro siner­gico di tutte le realtà uni­ver­si­ta­rie e degli stu­diosi che a Rio si sono incon­trati. L’obiettivo è chiaro, far com­piere un salto di qua­lità agli studi a lui dedi­cati e inten­si­fi­carne le con­nes­sioni internazionali.

Se, gra­zie alla ric­chezza e la dif­fu­sione inter­na­zio­nale del suo pen­siero, pos­siamo con­si­de­rarlo un cit­ta­dino del mondo, oggi (più che in pas­sato), con l’atto di nascita del 29 mag­gio dell’Igs Bra­sil, l’intellettuale sardo ha anche con­se­guito defi­ni­ti­va­mente la piena cit­ta­di­nanza ono­ra­ria di que­sto calei­do­sco­pico paese sudamericano.

 

 

Ofensiva reacionária impõe à esquerda italiana um grande esforço de reconstrução Entrevista com Gianni Fresu Por Marcos Aurélio da Silva* e Rita Coitinho*

Ofensiva reacionária impõe à esquerda italiana um grande esforço de reconstrução

Entrevista com Gianni Fresu por Marcos Aurélio da Silva* e Rita Coitinho**

“Principios”.

Revista teórica, política e de informação, n° 134, marzo 2015, (pp. 98-103)

É pouco conhecida, do público brasileiro, a trajetória do movimento comunista italiano. O PCI, que chegou a ser o maior partido comunista do Ocidente e desempenhou papel destacado na luta contra o fascismo e na consolidação democrática da Itália do pós-guerra, desintegrou-se completamente e hoje a luta dos comunistas italianos é para conseguir um mínimo de organização – o que se faz procurando colocar em marcha um movimento de reconstrução que unifique as forças em torno do Partido dos Comunistas Italianos (PdCI) e do Partido da Refundação Comunista (PRC). Antonio Gramsci, o maior expoente do antigo PCI, deixou uma obra inacabada, da qual, a maior parte em manuscritos e cartas, cuja interpretação e contribuição para o desenvolvimento do marxismo é reconhecida, mas ao mesmo tempo pouco compreendida. Muitos são os teóricos que reivindicam o pensamento de Gramsci, justificando as mais variadas interpretações, que vão do dogmatismo ao culturalismo e o liberalismo.
São interpretações incompletas, ou mesmo desonestas, afirma Gianni Fresu, pesquisador italiano filiado por 22 anos na Refundação Comunista, onde desempenhou tarefas de dirigente regional e nacional, Fresu já publicou seis livros na Itália, entre eles Lenin lettore di Marx: dialettica e determinismo nella storia del movimento operaio (Lenin leitor de Marx: dialética e determinismo na história do movimento operário), Il Diavolo Nell’Ampola. Antonio Gramsci, gli intellettuale e il partito (O Diabo na ampola. Antonio Gramsci, os intelectuais e o partido) e Eugenio Curiel: il lungo viaggio contro il fascimo(Eugenio Curiel: a longa viagem contra o fascismo). Seu percurso intelectual se desenvolveu em torno às disciplinas histórico-políticas, particularmente a história do movimento operário, com destaque para o pensamento de Antonio Gramsci.

Formado em História do Pensamento Político e doutor em Filosofia pela Universidade Urbino, sob a orientação de Domenico Losurdo, Gianni Fresu está atualmente no Brasil como professor visitante, na Faculdade de Ciências Sociais da Universidade Estadual Paulista (Unesp) de Marília. Ele é integrante do grupo de pesquisa “A cultura política no mundo do trabalho”, coordenado por Marcos Del Roio, e a partir do qual realiza uma pesquisa sobre a propagação do pensamento de Gramsci no Brasil através do trabalho de Carlos Nelson Coutinho. No intuito de apresentá-lo aos comunistas brasileiros e aos leitores dePrincípios, o convidamos para esta pequena entrevista, da qual ele participou com grande entusiasmo.

Confira a seguir a íntegra da entrevista:

Princípios – No seu livro Lenin, leitor de Marx, você afirma que a ideia de um Lenin dogmático e doutrinário é, na verdade, uma tese difundida pela ofensiva conservadora sucessiva à queda do Muro de Berlin. Por favor, fale um pouco sobre isso.
Gianni Fresu – Com o predomínio do modelo ocidental, após o fracasso do bloco socialista no Leste Europeu, a liquidação da herança teórica de Lenin passa a ser uma tarefa seguida com obstinação por grande parte do mundo político, acadêmico e cultural. Assim, entre a maioria dos historiadores do pensamento político, sociólogos, cientistas políticos, economistas ou simples jornalistas, prevalece a tendência de representar sumariamente Lenin como um “doutrinário” rígido e dogmático, que tinha a obsessão de abrigar a realidade numa camisa de força. O “drama do comunismo” seria, então, o resultado do fundamentalismo ideológico de Lenin e de sua pretensão de fazer nascer uma nova ordem a fórceps. O século XX tem sido descrito como o século dos horrores, das ditaduras e, nessa leitura apocalíptica, Lenin é representado como a origem do pecado, o diabo responsável pelas desgraças e os lutos de um século ensanguentado, incluído aí o fascismo. Por isso, uma das suas elaborações mais conhecidas, o imperialismo, tem sido combatida com tanta violência. O sinal desta ofensiva não é neutro, porque nasce da exigência de cancelar a dupla validade do imperialismo, não só pelo que tem representado na obra de desmistificação das formas de autorrepresentação do real, mas sobretudo pelos instrumentos de luta fornecidos aos povos subalternos. E me refiro em especial à luta pela libertação do domínio colonial na Ásia, África e América Latina no século XX. Há noventa anos da morte de Lenin, a necessidade de retornar às suas premissas filosóficas e à sua atividade política surge, em primeiro lugar, pela exigência de se evitar esses atalhos e começar um trabalho de investigação o mais sério e rigoroso possível. Para além da liquidação e também das interpretações apologéticas, tal retorno é fundamental, se temos a ambição de compreender o fato revolucionário que marcou profundamente a história da humanidade no século XX. Embora tenha sido definido como um “doutrinário dogmático”, podemos identificar um fio vermelho na atividade teórica e política de Lenin, e este está exatamente na recusa metodológica das orientações mais esquemáticas e rígidas do determinismo marxista, predominantes no movimento socialista, na passagem do século XIX para o XX.

Princípios – Uma de suas obras tratou do pensamento de Gramsci. Em que medida esta desconstrução de Lenin afeta também o pensamento político desse comunista italiano?
Gianni Fresu – Nas diferentes leituras sobre o intelectual da Sardenha se firmou uma tendência favorável à teoria da descontinuidade entre as reflexões de um primeiro Gramsci dirigente comunista, e de um outro, do período do cárcere. Uma ruptura entre a produção anterior e posterior a 1926: a primeira pertenceria ao Gramsci político, homem de partido, ou seja, um fanático comunista; a segunda ao Gramsci filósofo, maduro homem de cultura, e representaria a sua chegada à socialdemocracia. Assim, o conceito de hegemonia seria a prova de uma ruptura com Lenin. Esta tendência, originada de exigências mais políticas que científicas, se revelou sem rigor filológico, mostrando em pouco tempo todos os seus limites. Pelo contrário, a teoria de Lenin é uma premissa fundamental à definição da hegemonia. Assim, para ele, nos países capitalistas avançados é mais difícil fazer a revolução socialista, porque a sociedade burguesa tem instrumentos de controle e repressão sempre mais sofisticados, proporcionalmente ao próprio nível de desenvolvimento. Portanto, as massas se acham enquadradas nos esquemas da direção política, econômica e cultural da sociabilidade burguesa. Aqui está o eixo fundamental para Gramsci: nos países ocidentais o trabalho de preparação da revolução tinha que ser muito mais cuidadoso do que aquele no contexto russo. Diferentemente do que aconteceu na Rússia, no Ocidente o assalto ao poder estatal é inútil sem uma conquista hegemônica da sociedade civil. Este é o sentido das famosas notas sobre a “guerra de manobra” e “guerra de posição”. Segundo Gramsci, Lenin foi o primeiro a entender o problema, mas não teve como aprofundá-lo. Estas reflexões têm um valor muito importante para a ciência política porque abrem um campo de análise totalmente novo sobre as formas do poder político. No Caderno sete Gramsci escreveu:

“No Oriente o Estado é tudo, a sociedade civil é primitiva e gelatinosa; no Ocidente, entre Estado e sociedade civil, havia uma justa relação, e em qualquer abalo do Estado se percebia logo uma robusta estrutura da sociedade civil. O Estado era só uma trincheira avançada atrás do qual se situava uma robusta cadeia de fortalezas e casamatas; em medida diversa de Estado a Estado, sem dúvida, mas exatamente assim, isto pedia uma cuidadosa investigação de caráter nacional” (1).

E estas são as palavras de Lenin:

“Começar, sem preparação, uma revolução num país onde o capitalismo é desenvolvido, que tem dado, até o último homem, uma cultura e um método de organização democrático, é errado, é um absurdo” (2).
Princípios – Essa mesma desconstrução afeta hoje a figura política de Palmiro Togliatti, o grande dirigente do Partido Comunista Italiano, depois da morte de Gramsci?
Gianni Fresu – Togliatti foi o grande responsável pela unidade das forças democráticas contra o fascismo no movimento comunista, seja no famoso VII Congresso do Comintern, em 1935, seja no trabalho de construção unitária do Comitê de Libertação Nacional na Itália. Mas já o tinha sido antes, quando, em 1928, foi o único a valorizar a relação com Bukharin (já contrário à linha que igualava o fascismo à socialdemocracia); tanto assim que lhe foi tolhida a palavra. Ele transformou um pequeno partido de vanguarda no maior partido comunista do Ocidente, dando aos comunistas um papel central não só naquele sentido messiânico do “sol do amanhã”, mas na construção diária de uma democracia com as ambições de resolver as necessidades da igualdade tanto formal quanto substancial, isto é, não só a velha democracia liberal pré-fascista, mas um novo tipo de democracia social. Um quadro constitucional em que os trabalhadores teriam a tarefa de conseguir um papel de liderança no país através de um progressivo alargamento dos espaços da democracia social, política e econômica.
Se a Itália – apesar da “guerra fria” então em curso, e ao contrário dos outros dois países do Pacto Tripartite (Japão e Alemanha) – tinha uma Constituição nascida de um processo popular, e não emanada dos exércitos aliados, isso também se deve a ele. Togliatti foi o mais decisivo defensor da estreita união entre a perspectiva da futura democracia a construir e a imediata luta popular pela libertação nacional do fascismo, em um tempo em que muitas forças nacionais preferiam a imobilidade, esperando que os exércitos aliados libertassem a Itália. Por todas estas razões, 50 anos após sua morte, em um período de constante rebaixamento da Constituição de 1948, onde se busca voltar aos equilíbrios das antigas formas de representação nobiliárquicas, Palmiro Togliatti – tratado como “um cachorro morto” –, na realidade, ainda provoca muito medo. E por isso continua a ser objeto das mais absurdas e idiotas campanhas da imprensa, destinadas a representá-lo como o demônio do século XX italiano. Ao contrário, quanto mais estamos diante do desastre da pulverizada esquerda italiana – não só desprovida de uma visão orgânica do mundo, como também mais prosaicamente de um projeto político mínimo – tanto mais a sua figura deveria ser estudada com um pouco de mais atenção, pois em seu legado político e teórico podemos encontrar muito de tudo aquilo que está hoje faltando.
Os ataques a Togliatti em geral são imputáveis a certas releituras revisionistas da obra de Gramsci, sobre cujas cinzas se realiza o enésimo processo contra a história do Partido Comunista Italiano. Há uma categoria de estudiosos especializados em pesquisas sobre a suposta conversão política, quando não também religiosa, de Antonio Gramsci aos paradigmas do liberalismo. A bibliografia tendente a apresentar um Gramsci atormentado e levado a um pouso liberal no final da vida, no limite um socialdemocrata, é ampla – e, embora de valor científico sensacionalista, muito apreciada. A isso se acrescentam outras teses extravagantes, sempre de corte sensacionalista e nunca minimamente fundadas em fontes confiáveis, particularmente estimuladas pelos “grandes” jornais italianos e programas de televisão de divulgação histórica. Resumidamente, elas dizem: 1) Togliatti foi o carcereiro cruel de Gramsci; 2) as irmãs de Schucht e Piero Sraffa (ou seja, esposa e irmã e um íntimo amigo de Gramsci) eram agentes da KGB contratadas por Stalin para vigiá-lo; 3) Mussolini e as prisões fascistas defenderam, e de fato salvaram, Gramsci de seu próprio partido. Se fosse fidedigno o quadro destas interpretações, teríamos um Gramsci não só permanentemente perdido e atormentado, mas um homem tendencialmente ingênuo, vítima inconsciente de agentes duplos, da pérfida maldade traiçoeira de todas as pessoas que lhe estavam mais próximas. Ora, todos esses argumentos giram em torno da releitura forçada (obviamente nunca provada) de correspondências necessariamente cifradas; de meras suposições subjetivas não apoiadas em qualquer documento; de leituras banais e parciais dos escritos de Gramsci; e sobre a manifesta falsificação de documentos de arquivos.

Princípios – E Eugênio Curiel, intelectual que você estudou no livro Eugenio Curiel: a longa viagem contra o fascismo, que valores ele deixou na cultura comunista italiana?
Gianni Fresu – Embora seja a base da nossa Constituição republicana, poucas experiências históricas têm sido objeto de tamanha disputa como a luta partigiana (partidária) ocorrida entre 1943 e 1945. Já no dia seguinte à redescoberta da democracia, multiplicaram-se as tentativas para redimensionar o papel da Resistência na história da libertação nacional e, em particular, o peso específico do seu componente principal. Nos interstícios das remoções forçadas, ou das necessidades ligeiras de reescrever a história, permaneceram experiências coletivas e personalidades individuais de certo relevo, mas destinadas ao esquecimento. Entre elas está o jovem intelectual Eugenio Curiel, uma figura multifacetada, por seus interesses e inclinações intelectuais, que sacrificou sua própria vida à causa da libertação, como muitos de sua geração. Um homem, morto sem ter completado 33 anos de idade, que, apesar de sua curta passagem, deixou um legado de reflexão, análise, propostas e experiências de política concreta, digno da maior atenção. Por exemplo, ele foi um dos primeiros a desenvolver com continuidade e profundidade a categoria de “democracia progressiva”, tão importante na política de Palmiro Togliatti. Curiel foi formado e amadureceu nos anos da máxima expansão do regime de Mussolini, uma fase ainda atravessada por um clima de inquietação em um número crescente de jovens, educados na doutrina do fascismo, mas profundamente insatisfeitos com suas realizações concretas.
Foi um intérprete e inspirador da “geração dos anos difíceis”, cumprindo um papel fundamental de ligação entre as necessidades dos jovens com aquelas dos antigos protagonistas da luta antifascista, em uma relação marcada pela solidariedade ativa e não pelo confronto de gerações. Não faltam exemplos na história de fraturas geracionais. No entanto, os resultados mais profundos em termos de renovação ocorreram quando entre as gerações antigas e novas se criou uma soldagem em torno das escolhas em jogo. A luta pela libertação do nazi-fascismo é um exemplo disso, até pelo irromper difuso de jovens crescidos no regime que, na clandestinidade, encontram um ponto de contato com os antigos protagonistas do antifascismo derrotados por Mussolini. Ele morreu na véspera da vitória final, num gélido fevereiro em Milão, sem ter podido ver as cores de uma primavera muita aguardada e para a qual tanto lutou: a libertação. Tendo visto e ajudado a acelerar o declínio da ditadura, ele não pôde apreciar o amanhecer de uma nova democracia, e talvez até mesmo neste particular esteja o fascínio de seu trágico destino, dramaticamente marcado pela violência do fascismo. Embora hoje quase completamente esquecido, Eugenio Curiel, em sua curta vida, deixou um sulco importante, tornando-se um ponto de referência para muitos jovens que entraram para o PCI a partir da Resistência e nas décadas após a libertação. Entre eles, Enrico Berlinguer, secretário da Federação da Juventude Comunista depois da Guerra, particularmente ativo na valorização e no estudo da obra de Curiel.

Princípios – Como você vê as perspectivas do movimento comunista europeu na atualidade, depois da socialdemocratização por que passaram tantos partidos históricos, entre eles o antigo PCI?
Gianni Fresu – A situação da esquerda de classe na Europa é muito difícil, mas o é seguramente ainda mais na Itália. O país que ostentava o maior e mais enraizado partido comunista do Ocidente, agora tem a pior e mais fraca esquerda de alternativa do continente. A ofensiva reacionária que definitivamente está destruindo o que resta da civilização do trabalho na Itália impõe à esquerda um esforço para reconstruir em novas bases um campo político como o nosso, de tal modo devastado que faz lembrar uma praga de gafanhotos.
Na esquerda, pelo menos há dois anos, estão em curso reuniões e conferências a partir da qual surgiram documentos e propostas de reconstrução. Agora seria o caso de se deslocar da etapa das propostas para a organização, evitando deixá–las definhar em um debate que sempre ameaça a si mesmo. Pessoalmente, acredito que devemos agir em dois níveis: 1) colocar sob novas bases, em termos positivos e finalmente unitários, a questão comunista em nosso país, superando os problemas políticos de ineficiência causada pela diáspora e a pulverização da iniciativa ao longo das últimas duas décadas; 2) construir uma frente mais ampla de luta da esquerda contra as políticas sociais da União Europeia, no âmbito da qual os comunistas devem ter um papel pró-ativo e não de retaguarda. Os dois termos são essenciais e devem andar juntos, pois cada um deles tomado individualmente não seria suficiente: só a reconstrução da primeira, em si, não serviria, em uma fase em que se precisa primeiro aumentar as lutas sociais e, portanto, reconstruir uma teia de relações mesmo fora de seu campo estritamente ideológico; menos ainda serviria dissolver os comunistas em um novo sujeito de esquerda, genérico e sem adjetivos, transformando a sua presença em uma “tendência cultural”, porque inevitavelmente ainda se encontraria fraco e disperso, sofrendo a direção de outros, em vez de exercer a hegemonia.
Embora cada contexto seja o resultado de sua peculiaridade nacional e continental, na América Latina houve uma situação semelhante, se não pior, depois de décadas de derrotas, retrocessos e ditaduras sangrentas para os quais os comunistas pagaram um preço muito alto. Bem, na América Latina foi possível inverter a tendência e reconstruir um campo de classe em nível continental, capaz de pôr novamente na ordem do dia o tema do socialismo, colocando em sérios apuros a intromissão do imperialismo norte-americano na região, justamente porque se buscou manter intimamente unidos esses dois termos de uma mesma equação. Basta pensar no Foro de São Paulo nos últimos anos e nas muitas experiências na Bolívia, Venezuela, Chile e Argentina, onde as forças comunistas não se dissiparam, e ao mesmo tempo não se fecharam em suas fortalezas de certezas ideológicas. Mas esta é a mesma história dos comunistas na Itália, capaz de nos dar ideias de onde tirar inspiração. Diante do fascismo triunfante da década de 1930, os comunistas não escolheram nem dissolver-se em uma ampla frente unitária, nem seguir separadamente das outras forças antifascistas, mas trabalharam tenazmente para manter unidas as duas exigências: a autonomia dos comunistas; e a unidade com as outras forças antifascistas. Só assim os comunistas conseguiram exercer uma hegemonia mais ampla e assumir um papel positivo e pró-ativo, que permitiu um salto à frente, tanto no que diz respeito à força dos comunistas, quanto diante da luta antifascista. Por todas estas razões é que fui um dos signatários do apelo da “Associação para a reconstrução do Partido Comunista no quadro mais amplo da esquerda de classe.”

* Marcos Aurélio da Silva é professor dos cursos de graduação e pós-graduação em geografia da Universidade Federal de Santa Catarina (UFSC).

** Rita Coitinho é mestra em sociologia e doutoranda em geografia humana na Universidade Federal de Santa Catarina (UFSC).

NOTA
(1) GRAMSCI, A. Quaderni del carcere (Cardernos do Cárcere). Op. cit., p. 866.
(2) LENIN, V. I. Rapporto sulla guerra e sulla pace (Relatório sobre a guerra e sobre a paz),7 de março de 1918. III Congresso do PC(B)R. In: Opere complete, vol. XXVII. Op. cit., p. 85.

Intervista originale:

http://www.revistaprincipios.com.br/principios/component/content/article/34-noticias/364-ofensiva-reacion%C3%A1ria-imp%C3%B5e-%C3%A0-esquerda-italiana-um-grande-esfor%C3%A7o-de-reconstru%C3%A7%C3%A3o.html

 

Eugenio Curiel: alle origini della nostra democrazia repubblicana. Intervento al Convegno “La figura e il pensiero di Eugenio Curiel nel 70° della sua uccisione”

Eugenio Curiel: alle origini della nostra democrazia repubblicana.

Intervento di Gianni Fresu al Convegno “La figura e il pensiero di Eugenio Curiel nel 70° anniversario della sua uccisione”

Università Statale di Milano, 7 marzo 2015.

Il settantesimo anniversario della morte di Curiel si tiene in un contesto segnato da una ripresa di interesse verso la storia della Resistenza, testimoniato dall’uscita di studi e biografie di valore (quelle su Longo, Secchia, Colorni e Grieco solo per fare qualche esempio) dedicate a protagonisti di questa storia. All’interno di tale rinascita storiografica, dopo decenni di oblio, anche Curiel sembra finalmente suscitare una attenzione nuova, il vostro Convegno e altre iniziative analoghe nelle settimane passate, ne sono il segnale più evidente. Mi scuso con tutti voi per non essere presente in questo momento tanto importante, al quale tenevo particolarmente, ma ragioni di lavoro e di ricerca mi hanno portato molto lontano dalla mia terra, rendendo praticamente impossibile, oltre che costosissima, una mia eventuale trasferta italiana. Per ragioni di tempo, e vista la forma della mia comunicazione, in questo intervento mi limiterò a svolgere alcune brevi considerazioni di carattere generale sul percorso politico-esistenziale dell’intellettuale triestino, rimandando per approfondimenti più organici alla monografia da me pubblicata lo scorso anno[1].

Quando decisi di intraprendere la mia ricerca e poi pubblicare il libro, alcuni mi misero in guardia dall’occuparmi di un tema che a loro dire avrebbe suscitato ben poco interesse al di fuori degli ambienti di addetti ai lavori e nessun riscontro sul piano accademico italiano. Non è stato così, fortunatamente, e dal novembre 2013 all’agosto del 2014 (data della mia partenza) il libro ha avuto una ventina di presentazioni, alcune anche all’estero (Lussemburgo e Londra), nelle quali le vicende di Eugenio Curiel hanno trovato accoglienza e suscitato un interesse del tutto inaspettato per me, sebbene non insperato.

Recensione al libro “Berlinguer Rivoluzionario” di G. Liguori. «La Nuova Sardegna», 17 giugno 2014.

 

Le idee di un comunista democratico.

«La Nuova Sardegna», 17 giugno 2014.

Recensione a Berlinguer rivoluzionario, di Guido Liguori (Carocci editore, Roma, 180 pgg. 13 euro)

Affrontare una figura monumentalizzata come Enrico Berlinguer, nel trentesimo anniversario della sua morte, è un lavoro assai rischioso. Sia per la qualità di alcuni lavori biografici del passato a lui dedicati (tra tutti quelli di Giuseppe Fiori, Chiara Valentini e Fracesco Barbagallo), sia per la peculiare congiuntura, dove le esigenze celebrative come le reazioni infastidite a esse producono atteggiamenti speculari di agiografia celebrativa o di liquidazione sprezzante. Entrambi questi approcci appiattiscono la figura di Berlinguer facendone semplicemente “un uomo buono” o un banale riformista. Entrambe queste visioni “passano in cavalleria” contraddizioni storiche e politiche che inevitabilmente non possono rendere lineare la biografia di un protagonista del nostro Novecento. Non è certo il caso dell’ultimo lavoro uscito su questo argomento, ciò anzitutto per le qualità intellettuali del suo autore. Guido Liguori è infatti uno dei più importanti studiosi al mondo di Antonio Gramsci, impegnato da anni in un lavoro scientifico e organizzativo (all’interno dell’International Gramsci Society) teso all’approfondimento e alla conoscenza dell’opera del pensatore sardo. Liguori è autore di numerose pubblicazioni, divenute punto di riferimento per gli studi gramsciani, ed è però anche studioso e autore di lavori sulla storia del PCI in generale, non solo su Berlinguer. Conoscere bene l’universo in cui si forma e opera l’ex segretario del PCI è un requisito essenziale che manca ad altre trattazioni, tutte concentrate sull’uomo e la sua bontà d’animo, tanto da decontestualizzare il suo retroterra ideologico e porre in secondo piano il significato politco della sua eredità teorica.

Senza trascurare gli aspetti umani della sua vicenda, Liguori costruisce una documentata biografia intellettuale attraverso la rilettura degli scritti politici di Berlinguer, attenendosi ai fatti con una narrazione sempre ben lontana da toni encomiastici. Oggi, in ossequio all’esigenze di beatificazione neutra, la sua figura è sovente rimasticata e rigurgitata in un formato santino, spendibile per ambienti nei quali piacciono più le anime belle dei rivoluzionari. Così passano del tutto in secondo piano alcuni nodi politici, come la funzione del partito e la sua proiezione verso il cosidetto “fine ultimo” dell’agire comunista, che animarono invece scontri durissimi nel gruppo dirigente del PCI, procurando a Berlinguer una decisa opposizione interna nella Direzione del suo partito, ad esempio quella dell’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il rigore della ricostruzione storico-politica nel lavoro di Liguori è, al contrario, preziosa per farci comprendere “i pensieri lunghi” del politico sassarese, le sue “idee-forza”, per penetrare la sua costante “ricerca in corso” e dunque anche la dimensione non compiuta della sua elaborazione, in un contesto interno e internazionale marcato da gigantesche contraddizioni.

Prima questione, Guido Liguori ci presenta Berlinguer come un rivoluzionario, un comunista e democratico, chiarendo il rapporto organico e per nulla contraddittorio tra i due termini. Berlinguer ci rimanda a un’esperienza e a un tempo nel quale si guardava all’Italia come originale laboratorio politico, non solo per la presenza del più grande partito comunista dell’Occidente, in un Paese chiave per gli equilibri del Patto Atlantico, ma anche per il tentativo di rilancio sia dei suoi presupposti teorici, sia delle sue prospettive politiche in una fase di crisi del movimento a livello internazionale, soprattutto per le contraddizioni interne alla sua nazione guida. L’opera di Berlinguer, tesa a coniugare comunismo e democrazia, è spesso presentata come un unicum nella storia dell’organizzazione da lui guidata. In realtà essa affonda le sue radici nella peculiarità storica del PCI e in una lunga tradizione: senza abbandonare l’obiettivo del socialismo, quel partito (eccezion fatta per la breve fase della direzione bordighiana) pose sempre tra le sue coordinate il tema della lotta per le libertà democratiche. Pensiamo all’elaborazione gramsciana (dalle Tesi di Lione alle riflessioni carcerarie), alle categorie della democrazia progressiva di Togliatti e Curiel (nella Resistenza prima e nella stagione costituente poi), al ruolo giocato dal PCI contro i rigurgiti di sovversivismo reazionario delle classi dirigenti nazionali negli anni della strategia della tensione.

Seconda questione nodale, il libro prende le mosse dall’attualità del suo messaggio teorico e insieme dalla sua inattualità nella politica contemporanea italiana. L’autore, senza mai scadere nelle bagatelle della politica odierna e stando sempre sul versante di un’indagine storica, ci fornisce tra le righe alcune chiavi di lettura per trovare più di una risposta a un duplice quesito di fondo: “Perché oggi, al di là della retorica celebrativa, non vi sono più partiti di massa che possano dirsi eredi del suo lascito? Perché hanno vinto le idee e soprattutto il modus operandi dei suoi avversari di allora e dei loro seguaci odierni più o meno dichiarati?” A partire da questo nodo interpretativo, il libro di Liguori ci accompagna pagina per pagina alla scoperta del pensiero politico di un comunista democratico.

Gianni Fresu

Gramsci ridotto a una banale storia di spie. «La Nuova Sardegna», Cultura e Società, domenica 24-2-2013

Gramsci ridotto a una banale storia di spie.

Recensione del libro di Franco Lo Piparo, L’enigma del quaderno, Donzelli, 2013.

«La Nuova Sardegna», Cultura e Società, domenica 24-2-2013

Di Gianni Fresu

È oramai appurato, in Italia esiste una categoria di studiosi specializzati in indagini sulla presunta conversione politica, quando non anche religiosa, di Antonio Gramsci ai paradigmi del liberalismo. È il caso dell’ultima fatica di Franco Lo Piparo, incentrata sulla misteriosa sparizione di un quaderno del carcere. Lo Piparo emette un trittico di sentenze inappellabili su ragioni e responsabili della scomparsa: manca un quaderno; l’ha fatto sparire Togliatti; in esso Gramsci ripudia il comunismo e il suo partito. Non si tratta di un saggio storico, ma di una vera e propria spy story per la cui redazione l’autore afferma di essere ricorso a una «immaginazione sorretta da argomentazioni a loro volta ancorate a fatti reali». Ho letto tutte le 140 pagine, più appendice, ma francamente di fatti reali non ne ho trovati, in compenso ho riscontrato molta fantasia, associata a un ferreo pregiudizio di condanna che a mio modesto parere ha anticipato e guidato, non seguito, l’indagine.

Tutte le contraddizioni sul numero dei Quaderni, relative a documenti e testimonianze discordanti, assai plausibili tenuto conto della clandestinità sotto il fascismo e poi dalla disorganizzazione seguita alla guerra, sono qui utilizzate come prova di un reato per il quale esistono però solo indizi. L’intero lavoro si basa sull’interpretazione “creativa” di lettere e documenti: in alcuni casi si cerca un significato recondito ed equivoco ad affermazioni fin troppo evidenti, in altri, magari rispetto a lettere scritte con linguaggio cifrato, per ovvie ragioni di sicurezza, si da un’interpretazione certa e univoca. Paradossalmente anche l’assenza dei documenti necessari a fondare le tesi dell’autore sono utilizzate come prova della sua sentenza. La struttura logica del ragionamento è la stessa: se questi documenti non si trovano sono stati distrutti, dunque c’era qualcosa da nascondere, il responsabile è Palmiro. A dominare tutte le valutazioni sulle “stranezze” ci sarebbe la malafede del gruppo dirigente comunista e soprattutto di Togliatti, regista di tutti i depistaggi orditi con la complicità di moglie, cognata e amico strettissimo (Piero Sraffa) del povero Gramsci, tutti agenti del Kgb assoldati da Stalin per sorvegliarlo. Le contraddizioni però non mancano. Secondo l’autore, Sraffa e Tania avrebbero giocato una «partita a scacchi»: il primo «per venire in possesso dei quaderni prima che altri potessero leggerli e sfruttarne l’eventuale carica politica»; la seconda invece per «onorare l’impegno preso col cognato di fare pervenire i quaderni alla moglie per evitare qualsiasi perdita o intromissione di chicchessia». Anche quest’affermazione di Lo Piparo è assai strana. Se Tania era, come lui afferma, un agente segreto sovietico messo da Stalin alle calcagna di Gramsci per controllarlo, perché sarebbe stata interessata a «onorare l’impegno con il cognato» e non quello con i suoi superiori gerarchici di cui Sraffa sarebbe stato emissario? Eppure, in altre parti del libro, Lo Piparo non ha nessun dubbio su questo ruolo e arriva a scrivere: «Tania lavora nei servizi sovietici e non può non essere stata addestrata al lavoro di intelligence».

Anche ammettendo l’assenza di un quaderno, per quale ragione Gramsci avrebbe dovuto concentrare in esso tutte le sue critiche al comunismo – ipotesi contraddittoria rispetto alla struttura dell’opera e al metodo di lavoro da lui usato – mentre nel resto dei Quaderni nulla di tutto questo è rintracciabile, anzi vale l’esatto contrario? Secondo l’autore il quaderno mancante all’appello fu scritto nella clinica dopo la scarcerazione, ne è tanto convinto da affermare: «Sraffa, Gramsci vivo, sarà stato a conoscenza [del Quaderno] perché dei suoi contenuti i due amici avranno discusso nei colloqui dell’ultimo anno». Anche in questo caso non si comprende in base a quali documenti l’autore possa essere giunto a una tanto perentoria conclusione. Ecco un’altra affermazione contraddittoria di Lo Piparo: «È credibile un Gramsci che, fuori dal carcere e senza esplicite costrizioni censorie, non abbia sentito il bisogno di mettere per iscritto le sue riflessioni e deduzioni teoriche su quanto l’amico Piero gli andava raccontando degli sviluppi del comunismo?» Verrebbe da pensare che in carcere Gramsci non potesse scrivere criticamente del comunismo a causa della polizia fascista, mentre in clinica avrebbe avuto maggiore libertà. Forse Mussolini era sullo stesso fronte della barricata con Togliatti e Stalin per impedire a Gramsci di parlar male del comunismo? A suo dire, Togliatti, grazie alla «catena comunicativa» di Tania e Sraffa, sapeva della disistima nei suoi confronti di Gramsci, perché lo avrebbe ritenuto responsabile della famosa lettera di Grieco e delle «intempestive» campagne internazionali di stampa in suo sostegno. Anche in questo caso l’autore si guarda bene dal provare le sue affermazioni, limitandosi a dire «Togliatti era stato escluso dalla cura dei Quaderni». In realtà Gramsci, in carcere, aveva interrotto qualsiasi comunicazione diretta con i quadri del partito e del Comintern per non apparire più un dirigente comunista in attività e con alte responsabilità, per questo ritenne inopportuna la lettera di Grieco. L’accusa principale sarebbe riconducibile a un dissidio insanabile tra Gramsci e Togliatti rispetto alla linea assunta dal Comintern con il socialfascismo e all’«appiattimento» del partito italiano. In realtà l’autore dimostra di aver visionato le etichette dei Quaderni e studiato le incongruenze sulla loro numerazione, ma si è guardato bene dallo studiare dinamiche e storia del comunismo italiano e Internazionale. Se lo avesse fatto, avrebbe scoperto ad esempio che l’appiattimento in realtà non era tale, e anche quando, dopo interventi pesantissimi da Mosca, si determinò il suo allineamento, ciò fu dovuto all’impossibilità di rompere i rapporti in una fase drammatica, con tutto il suo gruppo dirigente (compreso il capo) in carcere, il trionfo interno e internazionale della dittatura fascista, l’esilio dei superstiti. Quando, al VI Congresso del Comintern del 1928, fu adottata la linea del «socialfascismo» (criticata da Gramsci) e Bucharin venne liquidato per la sua opposizione, proprio Togliatti fu l’unico membro dell’Esecutivo a intervenire, nel gelo e nel silenzio più assoluto, gli tolsero addirittura la parola, in sostegno alla sua relazione. Nell’altrettanto famoso VII Congresso del luglio 1935, che portò alla condanna del socialfascismo e spianò la strada alla politica dei «Fronti popolari» (ossia la linea di Gramsci) proprio Togliatti, insieme a Dimitrov, fu il protagonista della svolta, anticipando una posizione poi perseguita con continuità fino al ritorno a Salerno nel ‘44. Tutte cose di cui uno studioso dovrebbe tener conto, nemmeno sfiorate da Lo Piparo, affaccendato com’è a cercare vanamente il corpo del reato. Sicuramente, questa la mia conclusione, egli trova tanto fumo ma nessuna pistola.

 

 

 

 

 

 

“La giornata di un ricordo parziale”. Da un articolo di Eugenio Curiel sul genocidio dei popoli slavi.

“La giornata di un ricordo parziale” .

Da un articolo di Eugenio Curiel sul genocidio dei popoli slavi.

 

Un articolo di Eugenio Curiel del 1944 sul riscatto dei popoli jugoslavi, dopo la violenta oppressione italiana subita  per più di 20 anni, mi da modo di tornare su un tema di scottante attualità politica, la cosiddetta “giornata del ricordo”.

Eugenio Curiel, scienziato e partigiano triestino morto a soli 32 anni nel febbraio 1945, aveva sempre dedicato molta attenzione, sin dall’adolescenza, al genocidio umano e culturale delle popolazioni slave inglobate a forza nel regno d’Italia dopo la prima guerra mondiale. Se ne occupò nuovamente nell’ottobre del ’44, quando la vittoria contro i nazifascisti da parte dell’Esercito nazionale di liberazione jugoslavo (Belgrado fu liberata il 20 ottobre), determinò una situazione nuova di fondamentale importanza per la guerra a Hitler e soci in tutto il resto d’Europa. Insieme alla esigenza della lotta di liberazione, il cambio di passo della guerra fece esplodere anche il problema delle realtà nazionali violentemente menomate dalle mire di grandezza dello sciovinismo italiano prima e dopo l’avvento del fascismo, fino a quel momento occultate o dissimulate dalla propaganda del regime.

Come sappiamo, in tempi recenti, proprio gli accadimenti di questo periodo (1943-45) hanno suscitato l’attenzione del “nostro” mondo politico e culturale per le sorti degli italiani costretti alla fuga dalle terre occupate e soprattutto per quelli tragicamente finiti nelle “foibe”, un’esigenza ritenuta tanto forte da spingere le autorità governative a dedicargli una giornata commemorativa ufficiale. Senza voler entrare in dettaglio su questo argomento, sul quale del resto esiste una vastissima bibliografia, fa riflettere che nella gran parte dei casi la trattazione di questi fatti finisca per omettere o trascurare del tutto la durezza dell’occupazione italiana: i crimini compiuti negli anni del regime fascista a danno delle popolazioni slave, fino ai massacri compiuti con i rastrellamenti, le deportazioni, l’uso sistematico dei campi di concentramento prima e durante la guerra.

Su tutto ciò tornò invece Eugenio Curiel in un articolo, La nuova Jugoslavia, (pubblicato su «La Nostra Lotta», a. II, n.17, ottobre 1944), scritto proprio nella fase più calda di questa storia. Secondo il suo giudizio, con la fine della prima guerra mondiale, il regno jugoslavo fu il risultato di un compromesso deteriore tra le potenze occidentali interessate a spartirsi quanto più possibile i vecchi domini asburgici nei Balcani. Il piccolo regno, costruito attorno a Serbia e Montenegro, si vide privato di parte significativa del suo territorio a favore degli Stati confinanti, all’Italia venne assegnata la fetta più consistente di territorio. Per croati e sloveni iniziò da subito un periodo drammatico, ben più duro e disumano del già pesante dominio austriaco, segnato da violenze e prevaricazioni finalizzate a sradicare le tradizioni culturali slave dei territori appena assimilati.

L’italianizzazione forzata con l’avvento del fascismo si fece ancora più brutale, insieme alla proibizione dei partiti e la soppressione della loro vivacissima stampa, a croati e sloveni venne impedito l’utilizzo della loro lingua, nelle scuole come nei luoghi di culto. Alla massiccia occupazione militare e burocratica fascista si accompagnò la consapevole distruzione della struttura economico-sociale locale: annientato il «ricco patrimonio cooperativo», le casse artigianali e l’articolazione sociale e cultrale del mondo contadino, sulle regioni dell’Istria e della Carsia il capitale bancario italiano finì per stritolare ogni residuo di vivacità autonoma fino a fare di queste le regioni con il più alto debito ipotecario in Italia. Ma non fu solo questo, ecco le parole di Curiel in proposito:

“Chi non ricorda con orrore lo strazio che il fascismo ha fatto del popolo sloveno e del popolo croato, chi non ricorda la loro indomita volontà di liberazione che il regime di terrore non riusciva a fiaccare, chi non ricorda i martiri di Pola del 1929, i martiri di Basovizza del 1931 e tutti gli altri eroici caduti fino al compagno Tomasic e a tutti i fucilati di Trieste del 1941”.

Distrutta l’economia contadina, basata sull’allevamento zootecnico, strangolato il suo sistema di credito tradizionale a queste regioni fu imposta una condizione di miseria e abbandono resa ancora più intollerabile dalle vessazioni di un’occupazione militare e culturale conforme alle pagine più buie della peggiore tradizione coloniale. Con lo scoppio della guerra e la fine del debole regno jugoslavo la brutalità dei fascisti italiani e dei nazisti tedeschi si fece assoluta, ciò nonostante dal basso si formò da subito, con le divisioni partigiane guidate da Tito, una fortissima resistenza armata popolare capace di sconfiggere truppe di occupazione e fiancheggiatori, ancora Curiel:

“A decine di migliaia gli arditi combattenti del popolo, a migliaia le coraggiose donne del popolo jugoslavo venivano massacrati e seppelliti nei campi di concentramento. Le truppe d’occupazione, ma anche le truppe dell’esercito fascista, italiani vestiti dell’uniforme disonorante dell’aggressione e dell’infamia, distrussero villaggi, incendiarono case, decimarono intere regioni: ma per l’eroico popolo jugoslavo la brutalità, la barbarie scatenata furono la gran diana per la lotta di riscossa popolare”.

In un contesto di guerra i torti si sommano ai torti e, per quanto possa essere più o meno condivisibile, prima o poi arriva il momento del “redde rationem”. E’ assolutamente corretto studiare storicamente e far conoscere politicamente quanto accaduto nelle Foibe, ma lo è altrettanto ricordare che prima quelle stesse Foibe furono utilizzate per le popolazioni slave sottoposte (dal 1918 al 1943) a deportazioni di massa, cancellazione della propria specificità culturale, linguistica ed economica, assoggettate a operazioni di pulizia etnica di massa e su larga scala. Portare in rilievo solo il tragico epilogo di una brutta pagina storica, omettendo tutto quel che l’ha preceduta e, soprattutto, cancellando la responsabilità del nazionalismo italiano (affermatosi in quelle terre ben prima dell’avvento fascista), significa fare opera di mistificazione dei fatti. Si è sentito spesso dire negli ultimi anni che l’Italia ha necessità di una “memoria condivisa”, tralasciando l’assurdità di una tale aspirazione (si può auspicare la condivisione del futuro e del presente ma la storia riguarda fatti già accaduti e vissuti, con relative scelte di parte, e condividerla significa riscriverla tendenziosamente), in realtà, anche in questo caso ciò che si vuole imporre non è una “memoria condivisa”, bensì un punto di vista parziale e unilaterale, quello italiano. Si sorvola con troppa disinvoltura sull’esistenza, ancora oggi, in quelle stesse regioni, di popolazioni slave oramai italianizzate ma che portano nel loro codice genetico le sofferenze, le violenze e le umiliazioni patite. Sarebbe questa la “memoria condivisa” che si vuole offrire? Quale “giornata del ricordo” potrebbe risultare credibile mettendo sotto i riflettori della storia solo i “torti subiti dagli italiani” e cancellando totalmente il “nostro” violento dominio  sui popoli slavi?

 

PS

Qualcuno si è risentito perché in questo articolo ho utilizzato il termine “genocidio” per riferirmi alla sorte dei popoli slavi durante la Seconda guerra mondiale. C’è addirittura chi ha tentato di negare o comunque sminuire quanto successo parlando di “semplice assimilazione nazionale” da parte degli italiani, paragonabile a quella subita da sardi, veneti, siciliani (ecc…). Per quanto da noi, in Sardegna, il dominio coloniale sia stato rapace e feroce, non mi risulta che siamo stati oggetto di aggressione sistematica e continuativa su base etnica. Anche quando la repressione del banditismo si faceva più dura, negli anni in cui venivano privatizzate le terre su cui sussistevano gli usi civici e soppresso il vecchio regime fondiario, potevi trovare dei sardi in ruoli di rilievo degli apparati di governo piemontese. Non mi risulta si possa dire lo stesso per gli slavi (che non potevano essere nemmeno tali, tanto da essere costretti a cambiarsi il cognome) nel ventennio di occupazione italiana. Forse tecnicamente la categoria del genocidio non è la più corretta, ma l’ho usata comunque di proposito, perché quei venti anni e più di dominio segnati da rastrellamenti, deportazioni e internamento in campi di concentramento ebbero carattere sistematico. Dato che vogliamo evocare la memoria vilipesa, sarebbe il caso di ricordarci che Mussolini teorizzò, ben prima della presa del potere, l’inferiorità degli slavi e il diritto degli italiani a sottometterli e magari anche che il suo fedele alleato con cui condivise quella occupazione li definiva “Untermenschen” per affermare la legittimità del loro assoggettamento allo status di schiavi o alla loro eliminazione, pensiamo alle etnie rom e non solo. E’ vero, ricordare è importante, ma ricordare tutto però.

Gianni Fresu

 

Sulle ceneri di Gramsci il ridicolo balletto dei soliti revisionisti (“La Nuova Sardegna”, 11-3-2012)

Sulle ceneri di Gramsci il ridicolo balletto dei soliti revisionisti,
“La Nuova Sardegna”, 11-3-2012

di Gianni Fresu
Ci risiamo: sulle ceneri di Gramsci si consuma l’ennesimo processo alla storia del Pci. La bibliografia su un Gramsci tormentato e proteso a un approdo liberale o socialdemocratico è ampia. A questa si aggiungono altre tesi, sempre di taglio scandalistico, mai fondate sullo straccio di una fonte attendibile eppure ambite dalle «grandi» testate giornalistiche e dai programmi tv di divulgazione storica. Le richiamo per sommi capi: 1) Togliatti spietato carceriere di Gramsci; 2) le sorelle Schucht e Piero Sraffa (cioè moglie cognata e amico strettissimo di Gramsci) agenti del Kgb assoldati da Stalin per sorvegliarlo; 3) Mussolini e le carceri fasciste che difendono, anzi salvano, Gramsci dal suo stesso partito; 4) la conversione cattolica in punto di morte dell’intellettuale sardo.  Se fosse attendibile il quadro di queste interpretazioni, ne verrebbe fuori un Gramsci non solo smarrito e perennemente tormentato, ma un uomo tendenzialmente ingenuo, vittima inconsapevole della perfida cattiveria doppiogiochista di tutte le persone che gli stavano più vicine. Tutte queste tesi ruotano sulla rilettura forzata di carteggi, necessariamente cifrati; su mere supposizioni soggettive, mai suffragate sul piano documentale; su letture parziali degli scritti di Gramsci; sulla manifesta falsificazione di documenti. Tutti ricordiamo la famosa lettera di Togliatti sugli alpini prigionieri in Russia pubblicata su «Panorama» nel febbraio del 1992, dopo essere stata falsificata in modo maldestro da Franco Andreucci.  È strano, mentre in America, Asia e Africa alle categorie gramsciane sono dedicate pubblicazioni monografiche e persino corsi di laurea specialistica, in Italia si preferisce puntare al sensazionale, mostrare l’intima debolezza o il ravvedimento pentito del suo pensiero. Non sfuggono a quest’esigenza neanche «I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista» (Donzelli) di Franco Lo Piparo e «Gramsci e Turati, le due sinistre» (Rubettino Editore) di Alessandro Orsini, che ha entusiasmato tanto Roberto Saviano da spingerlo a scrivere un «Elogio dei riformisti» per «La Repubblica» del 28 febbraio scorso.  Nel caso di Lo Piapro abbiamo l’ennesimo tentativo, di presentare Gramsci come un recluso nelle carceri del Pci e del Pcus, non in quelle del regime fascista, costretto in una cella le cui chiavi erano in mano a Togliatti e non a Mussolini. Oltre a questo, nel saggio di Lo Piparo si cerca nuovamente di usare alcune pagine dei «Quaderni», omettendone volutamente altre, per dimostrare la svolta liberale di Gramsci. All’interno delle diverse riletture su opera e biografia politica dell’intellettuale sardo nel tempo, si è affermata una tendenza incentrata sulla presunta discontinuità tra le riflessioni precedenti e successive all’arresto, così come quella impegnata a distinguere il politico dal «pensatore disinteressato». In realtà, in Gramsci, la lettura analitica s’intreccia strettamente alla battaglia politica e la distinzione delle due fasi può essere riscontrata al massimo nelle esigenze immediatamente politiche della prima e nella maggiore libertà analitica, appunto «für ewig», delle riflessioni carcerarie. Tuttavia, tra esse la continuità concettuale è evidente e documentabile. Tra le pagine dei «Quaderni del carcere» e negli abusatissimi concetti di «egemonia» e «guerra di posizione», sono state ricercate le prove della «frattura» per giustificare tramite essa la discontinuità, se non proprio l’incompatibilità assoluta, con il «demone del Novecento». A tal fine, queste riletture evitano accuratamente di fare i conti con le pagine nelle quali Gramsci studia e valorizza al massimo proprio Lenin come un teorico dell’egemonia. Così, anche Lo Piparo fa di tutto per non leggere le note a Lenin dedicate, per poi definire i «Quaderni» «un’opera di profilo crociano», una sorta di «ripensamento filosofico» di Gramsci nella sua transizione dal comunismo al liberalismo. Nei «Quaderni» Gramsci riconosce sicuramente a Benedetto Croce una grandissima statura intellettuale, e degli indubbi meriti filosofici, ma al contempo ne contesta radicalmente il profilo sociale e politico, mettendo persino in dubbio la buona fede del filosofo liberale.  Per quanto riguarda invece il saggio di Orsini, oggetto dell’entusiastica recensione di Roberto Saviano, abbiamo la comparazione tra alcune pagine degli articoli giovanili più polemici e immediatamente legati alla quotidiana lotta politica di Gramsci e quelli più «aulici» e riflessivi di Filippo Turati. Così commenta Saviano: «L’idea da cui parte Alessandro Orsini è semplice: i comunisti hanno educato generazioni di militanti a definire gli avversari politici dei pericolosi nemici, ad insultarli ed irriderli». Gramsci per Saviano condisce con la volgarità la sua insopprimibile tendenza all’intoleranza: «Arrivò persino a tessere l’elogio del “cazzotto in faccia” contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un “programma politico” e non un episodio isolato». Saviano forse dimentica, non sa, o magari non vuol ricordare, che a esaltare e salutare positivamente non un cazzotto, ma la «pioggia di pugni» riservati dal nascente movimento fascista verso il sovversivismo di operai e contadini riottosi fu il campione del liberalismo italiano per eccellenza, Benedetto Croce. Di Croce non si ricordano affermazioni e posizioni di questo tipo (molte), ma solo le grandi petizioni di principio su libertà, democrazia, rispetto della diversità. Ovviamente, passano in cavalleria tante cose, compreso il sostegno del mondo liberale al Partito fascista nella fase precedente e successiva all’ascesa al potere di Mussolini. Non sarebbe male ricordare che un manipolo di deputati fascisti potè entrare nel 1921 in Parlamento grazie alla cortese ospitalità delle liste elettorali di Giolitti. Saviano si serve del libro di Orsini – pazienza se passeggia sull’opera e la biografia di Gramsci senza aver mai letto la prima e conosciuto minimamente la seconda – per giungere alle sue conclusioni: la peggiore tradizione della «pedagogia dell’intolleranza» sta fuori dal Parlamento, nell’«estremismo massimalista» dei movimenti. Cito ancora testualmente la sua recensione: «I riformisti cercano di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori», mentre «nella cultura rivoluzionaria, il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori è un bene, perché accresce l’odio contro il sistema e rilancia l’iniziativa rivoluzionaria, è il famigerato tanto peggio tanto meglio». Per Saviano i riformisti sono «realisti e tolleranti», mentre Gramsci e la sue progenie sono per la «società perfetta», dunque utopistici e intolleranti.  Come ha scritto Domenico Losurdo, uno dei più autorevoli studiosi di Gramsci, buona parte della pubblicistica anticomunista basa le sue supposizioni sul «sofisma di Talmon» (in omaggio allo storico Jacob Talmon, tra i più assidui frequentatori di questo pregevole metodo): «I fatti e i misfatti del comunismo vengono messi a confronto non con i comportamenti reali del mondo che esso vuole mettere in discussione, ma con le dichiarazioni di principio del liberalismo, rispetto alle quali la vicenda iniziata con la rivoluzione bolscevica appare in tutta la sua abiezione». Da una parte si parla dei Gulag, della dittatura e delle violazioni della libertà, identificando tutto questo con il marxismo, dall’altra si usano le parole più infiocchettate di Tocqueville, John Locke, Adamo Smith per descrivere il liberalismo tacendo guerre, colonialismo, miseria e sfruttamento da esso generate. Gramsci ha subito, da vivo e da morto, una infinità di processi. Se nel primo processo l’auspicio era quello di «impedire a questo cervello di funzionare», nell’ultimo della serie l’imperativo punitivo – solo italiano, perché nel resto del mondo Gramsci viene letto e tradotto – potrebbe essere quello di «impedire l’utilizzo delle sue idee», delegittimarle, renderle contraddittorie, anticaglia inservibile». Non ci riuscirono la prima volta; non ci riusciranno, ne siamo certi, nemmeno adesso.