La solitudine della classe operaia sarda.

La cronaca socio economica della nostra regione è quotidianamente segnata dalle vertenze del mondo del lavoro, nelle quali ha modo di manifestarsi l’agonia apparentemente irreversibile del suo superstite apparato produttivo industriale. Dalle miniere al tessile, dal siderurgico al pretrolchimico, praticamente non esiste comparto esente dallo stillicidio delle chiusure, con relative procedure di mobilità, ammortizzatori sociali e licenziamenti. Tuttavia, non intendo addentrarmi sul fenomeno della desertificazione industriale dell’isola, in sé noto e studiato da anni, bensì soffermarmi sulla condizione di solitudine vissuta dai soggetti che in primo luogo subiscono gli effetti di questo sgretolamento economico produttivo, costretti a forme di lotta sempre più disperate per attirare l’attenzione. Nella realtà sarda di oggi quanto resta della vecchia classe operaia si trova nella peggior condizione oggettiva e soggettiva di sempre dal suo sorgere, perché non solo subisce da decenni un processo di ridimensionamento strutturale, ma vive un drammatico isolamento politico. Per un verso, gli apostoli delle leggi di mercato (oggi prevalenti) la definiscono un residuo storico del Novecento, sopravvissuto solo grazie all’assistenzialismo statale e dunque ne affermano l’inutilità, sollecitando un rapido lavoro di inumazione al becchino. Per un altro, quel che resta della sinistra, insieme a una visione del mondo organica e coerente incentrata sul conflitto capitale lavoro, sembra aver smarrito anche una precisa idea dei suoi referenti sociali, pertanto, di fronte alla crisi in corso si limita a portare una solidarietà inane ai lavoratori, molto prossima a quella delle autorità ecclesiastiche, la visita del vescovo o del parroco al distretto in crisi e l’immancabile invocazione al signore. Infine, gli orientamenti impegnati nel rivendicare l’universo ideale della cosiddetta “sardità”, sovente prigionieri di una visione romantica “dei bei tempi andati” (intendendosi per essi la retorica dei rapporti sociali comunitari, propri del mondo agro-pastorale). Buona parte di loro, non tutti per carità, guarda con indifferenza se non proprio con malcelato disprezzo questo mondo, quasi che, nel suo storico farsi “classe in sé”, gli operai abbiano incarnato il tradimento di civiltà degli “originali” rapporti produttivi sardi. Qualcosa di molto simile all’approccio dei populisti (portatori anch’essi di una ideologia imperniata sulla mistica della piccola proprietà contadina) verso la nascente classe operaia russa di fine Ottocento. L’attuale solitudine della classe operaia sarda è drammatica, in sé persino più grave del suo disarmo strutturale, determinato dall’insieme combinato di due fattori dal pesante carico distruttivo: la tendenza storica alla delocalizzazione nella produzione industriale; la crisi  organica del capitalismo mondiale, dunque le ristrutturazioni da essa generate. Insomma, non solo la classe operaia sarda sembra destinata a non avere più una progenie, non ha nemmeno padri. Ciò accade non solo nel mondo politico, ma anche negli ambienti incensati dell’Accademia, un tempo guida dei cambiamenti storici e ora rimorchio della più spicciola cronaca politica. Non è un caso se gli studi di uno storico di grande levatura come Girolamo Sotgiu, sulla nascita del movimento operaio sardo, siano praticamente dimenticati e anche i suoi allievi e discepoli si guardano bene dal continuarne l’opera. Eppure il comparire del movimento operaio nella nostra regione, a partire dalla costruzione delle strade ferrate nell’Ottocento, ha rappresentato un indubbio progresso in termini di soggettività sociale e politica, ha favorito l’uscita da una storica condizione di subalternità per fasce significative di masse popolari sarde, superando la illusoria rappresentazione del fantomatico “popolo sardo unito” (senza distinzione tra sfruttatori e sfruttati, dirigenti e diretti) oggi invece tornata prepotentemente di moda. Forse proprio in ciò bisogna rintracciare la convinzione secondo cui i mali del cosiddetto popolo sardo (povertà, arretratezza e sfruttamento) sarebbero una conseguenza della sua misconosciuta dimensione nazionale, anziché il frutto delle contraddizioni nei rapporti sociali di produzione in cui esso si situa. Anche questa confusione, a mio parere, è un segnale della vittoria egemonica di una parte di quel popolo e della sconfitta dell’altra.

Gianni Fresu

 

Il nostro 11 settembre. Tra strategia della tensione e album di famiglia ritoccati.

Il nostro 11 settembre.  

Tra strategia della tensione e album di famiglia ritoccati. 

L’11 di settembre è una data marchiata col sangue sul calendario, oggi tutti la associamo all’attacco alle torri gemelle, ma fino al 2001 era l’esempio più lampante di cosa fosse capace una politica folle come quella messa in atto dal Governo degli Stati Uniti d’America nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. L’11 settembre del 1973 non è un unicum di questa storia, prima c’era stato il 31 marzo 1964 in Brasile, dopo il 24 marzo del 1976 in Argentina. Ma la “guerra sucia” non fu confinata agli esotici paesaggi dell’America Latina. Negli stessi anni e con la medesima regia, essa fu combattuta con uguale intensità anche in Italia e solo per un puro caso non celebriamo un nostro 11 settembre, in compenso nessuno di noi può dimenticare la data del 12 dicembre 1969.

La storia italiana del dopoguerra – con le limitazioni alla propria sovranità e l’interdizione ad una normale dialettica politica – è stata spesso interpretata alla luce del concetto di «democrazia bloccata». Tale concetto, in gran parte dei casi, è stato ricondotto esclusivamente ai condizionamenti imposti dal fronteggiarsi sul piano internazionale dei due blocchi contrapposti e alla conseguente articolazione interna di tale scontro, veicolata dai due grandi partiti di massa italiani: la DC e il PCI. Se tutto questo non può che trovare puntuale conferma sul piano storico, esso costituisce solo una parte, seppur quella predominante, delle cause di ingessatura democratica del paese. Sicuramente le pagine più oscure della «guerra a bassa intensità» combattute in Italia nell’epoca della guerra fredda avevano un concorso di cause solo in parte riconducibili a Roma, tuttavia, anche se si accettasse integralmente questa ipotesi, ciò chiamerebbe comunque in causa una debolezza congenita delle classi dirigenti italiane incapaci di resistere a sollecitazioni esterne di tale gravità. L’utilizzo da parte di apparati non secondari dello Stato di strumenti coercitivi legali e illegali e la pianificazione della strategia della tensione, per la difesa dello stato di cose esistenti, sono il segno evidente di un deficit di egemonia.

Il formarsi degli intrecci da cui si dipanano i rapporti tra violenza politica e potere nel secondo dopoguerra d’Italia si ha nello scenario definito nel 1947 dalla Dottrina Truman. Secondo Cucchiarelli e Giannulli, il «doppio Stato» nasce già all’indomani della liberazione parallelamente alla creazione della Repubblica. Una prima data emblematica in tal senso è il 31 maggio 1947, essa segna l’estromissione di PCI e PSI dal governo ed è successiva di sei mesi alla visita di De Gasperi a Washington. «Si archiviava definitivamente, quel 31 maggio 1947, la realtà politica uscita dalla Resistenza; cominciava una dura stagione della Repubblica». Più precisamente la “guerra politica segreta” – espressione che compare nei memorandum del National security Council (la struttura americana di “contenimento del comunismo”) – inizierebbe nell’autunno 1947.

 

Una guerra – sociale, economica, culturale, morale – non dichiarata; a “bassa intensità” militare ma ad alta valenza politica che fu combattuta nel nostro paese a partire dalla fine degli anni ’40 e, con graduazioni e modificazioni anche sostanziali, almeno fino agli anni ’70, quando l’evoluzione del quadro internazionale gli fece perdere gran parte del retroterra e degli obblighi internazionali che le motivavano e, con ampie strumentalizzazioni personali e politiche ai fini interni, la giustificavano[1]

 

“La guerra psicologica” contro il comunismo era ovviamente rivolta su due fronti: quello esterno riguardava essenzialmente l’URSS; quello interno mirava depotenziare la presenza dei comunisti in Occidente con una attenzione particolare rivolta a Italia e Francia. A tal fine Harry Truman da vita nel 1948 all’Nsc e quindi al «Piano Demagnetize».

Dall’analisi dei documenti emergerebbe non solo il ruolo protagonistico degli USA, ma anche l’assoluto coinvolgimento dello stesso governo italiano, il quale sarebbe perfino giunto a sollecitare un intervento armato dell’esercito americano, come risulterebbe da una risposta (negativa) della Casa Bianca al governo italiano del 20 aprile 1948. Tra le documentazioni, in gran parte rinvenute da Nico Perrone (De Gasperi e l’America. Un dominio pieno e incontrollato, Sellerio, Palermo, 1995) si fa riferimento anche agli “unvochered founds”, vale a dire i finanziamenti in nero.

Nel lavoro di Cucchiarelli e Giannelli  la nascita della rete Gladio/Stay behind, è ricondotta ad un’azione combinata di USA, Gran Bretagna e Italia dove il ruolo del Governo De Gasperi è tutt’altro che secondario o subordinato. In particolare vengono riportati stralci dell’incontro avvenuto a Roma il 29 dicembre del 1947, tra De Gasperi e Antony Eden nel quale il primo dichiarava di aver «incaricato uno dei nuovi vicepresidenti del Consiglio e leader del Partito repubblicano [Randolfo Pacciardi] di agire in qualità di presidente di una sorta di comitato per la difesa civile».

Nel contesto di «guerra a bassa intensità» che la contrapposizione per blocchi determinava, rientrava anche un disegno di legge presentato nell’ottobre 1950 dal Ministro dell’Interno Scelba inerente «disposizioni per la difesa della popolazione civile in caso di guerra o di calamità». Si trattava dell’attuazione dell’articolo 3 del Patto Atlantico , esso «impegnava i contraenti ad adottare, con uniformità criteri organizzativi, predisposizioni e misure atte a migliorare la resistenza interna».

La legge Scelba attribuiva al Ministero dell’Interno un ruolo di eccezionale preminenza nello stesso Consiglio dei Ministri e più in generale nel funzionamento degli apparati statali, dando vita ad una zona grigia  di sovranità parallela senza garanzie di verifica democratica. Attraverso il Disegno di Legge il Parlamento avrebbe dovuto concedere una ampia delega di poteri per una materia tanto delicata, come le garanzie della libertà dei cittadini e dei diritti civili più in generale, assegnando un ruolo debordante al Ministro dell’Interno sia per la sua centralità nel Governo sia la prerogativa riconosciutagli di scegliere personalmente, organizzare e dirigere, non solo la Polizia e Carabinieri ma anche una non ben identificata «milizia per la difesa civile».  In questo modo il Ministro sarebbe diventato titolare di prerogative e discrezionalità capaci di mettere in ombra lo stesso Presidente del Consiglio e sicuramente il Parlamento.

Nel 1951 a Washington De Gasperi sollecitò un’azione psicologica efficace per far comprendere che l’alleanza atlantica non era solo di tipo militare. Tra le azioni da condurre sul piano interno rientravano i licenziamenti dei lavoratori comunisti nel porto di Livorno, alla Fiat, negli arsenali di Taranto e La Spezia. Il segretario di Stato americano Dean Acheson a sua volta invitò il Ministro della difesa Pacciardi, sempre attivissimo su questo versante, a servirsi dell’aiuto dei due nuovi sindacati, CISL e UIL, nati nel 1950, per individuare e colpire i lavoratori comunisti che lavoravano per le imprese con commesse americane. Nel dicembre 1951-52 lo Psycological Strategy Board predispose il Piano Demagnetize, poi approvato dal segretario alla difesa nell’aprile. Esso prevedeva la creazione di una struttura di consultazione presso gli ambasciatori USA a Roma e Parigi, ed una serie di iniziative alcune delle quali erano qualificate come “operazioni paramilitari”.

 

La strategia della tensione ha rappresentato qualcosa di più del semplice succedersi delle stragi e dei connessi tentativi di colpo di Stato. Essa è stata, insieme, la più evidente manifestazione dei condizionamenti imposti alla sovranità del nostro Stato e il reagente che ha fuso in un’unica micidiale miscela le principali espressioni di devianza del potere (servizi deviati, poteri occulti, finanza corsara). Come scrive il giudice Guido Salvino: “tutti questi eventi non avrebbero potuto ripetersi se non fossero stati inquadrati in un disegno politico strategico comune, con tutta probabilità, il mantenimento del nostro paese nel campo dell’Alleanza Atlantica” [2].

 

Per iniziare a distinguere e riconoscere gli elementi di questa «micidiale miscela» la perizia della Commissione parlamentare stragi costituisce una pietra angolare. Soffermarsi in dettaglio sui risultati di tale perizia è fondamentale per poter poi affrontare il tema in termini più ampi, partendo però da un quadro storico e documentale solido ed attendibile. La documentazione attestante le modalità di contrasto del comunismo italiano è stata in gran parte pubblicata nella raccolta Foreign Relation of the United States, o sono comunque rintracciabili nei fondi del National Security Council. Il primo documento preso in esame è il rapporto del Nsc n.1/2  del 10 febbraio 1948.

Tale direttiva prevedeva, nell’ipotesi in cui la penisola italiana fosse caduta in mano ai comunisti, un’azione articolata in sette punti e predisponeva un piano per il concentramento di forze in Sardegna o in Sicilia (o in entrambe le isole), con il consenso del governo italiano e a seguito di consultazioni con l’Inghilterra. La Sardegna sarebbe dovuta essere la “Taiwan del Mediterraneo”. Anche una vittoria legale, e non solo l’insurrezione da parte del Blocco popolare, avrebbe messo a rischio gli interessi e la sicurezza degli USA e anche per questa ipotesi dunque era predisposto un piano di interventi basato sulla pianificazione militare congiunta con altre nazioni e la fornitura ai gruppi anticomunisti di piena assistenza finanziaria e militare.

Analoghi interventi erano presenti nelle direttive emanate dal Nsc del gennaio 1951, rispetto alle quali però è rimasto segreto il punto delle misure da adottare in caso di conquista legale del governo da parte del Pci, per alcuni omissis. Seguì poi il documento dell’Nsc 5411/2 in gran parte censurato.  Lo studio di tali documenti andava però integrata con altre disposizioni del Nsc definite «covert operations» del 18 giugno 1948. Si trattava di una serie di misure legali ed illegali rispetto alle quali non si sarebbe potuto e dovuto risalire alle responsabilità ultime del governo americano. Più precisamente la direttiva 10/2 parla di:

 

azioni preventive dirette, compresi sabotaggio, antisabotaggio, misure di demolizione ed evacuazione; sovversione contro Stati ostili, compresa assistenza a gruppi clandestini, gruppi di guerriglia e di liberazione di rifugiati, e appoggio ad elementi anticomunisti indigeni nei paesi minacciati del mondo libero[3].

 

Tali operazioni non includevano conflitti armati con forze militari riconosciute o riconoscibili, ma non escludevano certo l’impiego di metodi militari di contrasto. Il Nsc delegava per tali operazioni un settore della CIA denominato Office of Special Projects. La direttiva successiva del marzo 1954 prevedeva palesemente interventi di tale natura. In essa compare, sembra per la prima volta, l’espresione «Stay Behind» per indicare la struttura di contrasto anticomunista.

sviluppare la resistenza clandestina e facilitare operazioni coperte di guerriglia e di assicurare la reperibilità di quelle forze in caso di guerre, comprendendo, ovunque possibile, previsioni di una base in cui i militari possano espandere queste forze in tempo di guerra […] come a previsione di reti Stay Behind  e strutture per la fuga e l’esfiltrazione[4].

 

Nella stessa direzione operava il piano predisposto dalla commissione «C» del Psycological Strategy Board  per il governo italiano contro i cittadini di “orientamento sovversivo”. Esso prevedeva la rimozione dei comunisti dalle cariche amministrative, da scuole e università, degli enti assistenziali; la discriminazione delle ditte che impiegavano mano d’opera comunista; agire legislativamente e amministrativamente per prosciugare le fonti di reddito del PCI (interventi ad esempio finalizzati al fallimento delle cooperative e delle società import-export ad esso legate). Esso tuttavia prevedeva anche una serie di interventi del governo americano finalizzati a screditare il PCI e le organizzazioni ad essa legate; la distruzione delle figure di spicco e della rispettabilità del PCI; la compromissione dei comunisti che ricoprivano cariche pubbliche e la costruzione in laboratorio di scandali riguardanti i leader del PCI. Non è superfluo sottolineare, soprattutto se si tiene conto del dibattito storiografico-politico sulla Resistenza negli ultimi sessanta anni, che tale intervento espressamente si poneva l’obiettivo di screditare e sminuire il ruolo svolto dai comunisti nella liberazione dal nazi-fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Ma il documento che con maggior chiarezza delinea gli aspetti illegali dell’intervento – in caso di vittoria elettorale delle sinistre – è sicuramente il «supplemento B» al Field Manual 30-31, firmato il 18 marzo 1970 dal generale Westmoreland e sequestrato in una borsa della signora Maria Grazia Gelli nell’aeroporto di Fiumicino il 4 luglio 1981[5].

Mentre il Field Manual A si limitava a delineare le operazioni congiunte del governo USA e di quello ospite per garantirne la stabilità contro l’insorgenza, nel supplemento B, invece, si consideravano gli stessi enti del paese ospite come bersagli dei servizi dell’esercito USA. In questo supplemento era precisato che gli USA si sarebbero concessi una ampia gamma di flessibilità in materia di rapporti con il governo ospite, e a tal fine predisponeva operazioni di controinsorgenza «condotte in nome della libertà e della democrazia», nell’ipotesi di elezione di un governo ritenuto ostile. Nella definizione dei regimi da appoggiare si precisava la preferenza, di fronte all’opinione pubblica mondiale, verso il mantenimento di una «facciata democratica», anche non era certo una condizione imprescindibile per avere il sostegno del governo americano. Più in dettaglio, per soddisfare i criteri di sostegno USA, l’articolazione democratica doveva avere un prerequisito irrinunciabile, la posizione anticomunista sul piano interno e internazionale.

Per predisporre una relazione coerente con gli intendimenti del governo americano il «supplemento B» indicava come obiettivo il reclutamento di membri di spicco delle agenzie di sicurezza del paese ospite, in qualità di agenti dei servizi USA, sollecitando questa azione verso gli ufficiali dell’esercito. In questa sottolineatura si può chiaramente delineare l’origine del fenomeno a lungo manifestatosi dei cosiddetti «servizi deviati». La tipologia di intervento prevista era strettamente clandestina e segnata da una dichiarata spregiudicatezza operativa: veniva prevista l’opera di infiltrazione tra le fila dell’estrema sinistra da parte di agenti dei servizi per rendere tali organizzazioni protagoniste di azioni violente, atte a superare le timidezze o le passività del governo ospite verso le organizzazioni di ispirazione comunista. Dunque l’infiltrazione e l’utilizzo spregiudicato dei gruppi di estrema sinistra era finalizzato a suscitare un clima politico favorevole alle azioni di contrasto e repressione. Una modalità di intervento riemersa nel documento Notre action politique, sequestrato nel 1974 a Lisbona presso la Aginter Press, organismo che, dietro la copertura di agenzia giornalistica, nascondeva in realtà una struttura di spionaggio e di «cover actions»,  programmando l’instaurazione del caos in tutte le articolazioni dello Stato sotto la copertura di organizzazioni radicali comuniste.

Sempre su questo piano, nel 1975, la Commissione Rockefeller preparò per il presidente Ford un documento, desecretato nel 1977, denominato «Chaos» che aveva il preciso scopo di infiltrare gruppi, partiti e associazioni della sinistra extraparlamentare in Italia, Francia, Spagna e Germania Ovest. Si trattava di un’operazione nata nell’agosto del 1967 il cui termine era previsto nel 1973. In più di un approfondimento è stata rilevata una strana  coincidenza temporale tra queste operazioni e l’inizio della strategia della tensione in Italia, prima con gli attentati alla Fiera e alla Stazione di Milano, quindi con  la strage di piazza Fontana.

L’approfondimento di questo quadro è essenziale per fornire una panoramica articolata del tema violenza e politica nel secondo dopoguerra, sia perché serve a delineare il piano di azione in difesa dello stato di cose esistenti, sia perché esso ha imposto una serie di implicazioni che oggettivamente sono riuscite ad inquinare lo stesso sviluppo delle organizzazioni della sinistra in rapporto a questo tema. Il punto nodale consiste nel comprendere (ma questo spetta a una ricerca più approfondita per la cui realizzazione occorrono anni) quanto l’infiltrazione e la pressione interessata verso le organizzazioni di sinistra, in modo da favorire l’acuirsi dello scontro in termini militari, abbia influito sul piano teorico e pratico nella vita di queste organizzazioni.

La documentazione sequestrata nell’archivio della VII divisione del Sismi, darebbe una prima risposta alla domanda fondamentale che emerge dalla vicenda di Gladio: la struttura non era esclusivamente finalizzata a proteggere il territorio italiano  da una possibile invasione di eserciti nemici, ma aveva una proiezione interna tutta orientata al contrasto di una possibile vittoria elettorale, e al conseguente ingresso nell’area di governo, della sinistra. A questo compito se ne affiancava un altro legato alla necessità di bloccare agitazioni e movimenti potenzialmente in grado di influire sulla collocazione internazionale del paese e sui suoi assetti socio-politici. Questo smentirebbe le affermazioni di dirigenti della struttura e dei servizi segreti, così come dei politici  avvicendatisi alla direzione del Ministero dell’Interno, secondo i quali Gladio aveva solo una funzione di difesa da possibili aggressioni esterne. Al di là di quella documentazione, questa versione sarebbe smentita dalla stessa storia dei gruppi che hanno preceduto Gladio, a partire dalla Osoppo, e della stessa rete Stay Behind.

Così i dirigenti di Gladio periodicamente prendevano parte a stage negli Usa o in Gran Bretagna nei quali l’oggetto di studio era l’ideologia comunista e i diversi modi per contrastarne l’avanzata, sovversiva o democratica che fosse. La perizia curata da Giuseppe De Lutiis[6] riporta diversi appuntamenti di questo tipo. Anzitutto il corso tenutosi negli Usa tra l’ottobre e il novembre del 1957, al quale presero parte quattro ufficiali della rete, il cui tema di approfondimento era stato così sintetizzato dagli agenti italiani: «teoria e prassi del comunismo con particolare riguardo alle sue modalità di infiltrazione nei vari settori del paese, per la conquista democratica del potere. Le varie fasi per il consolidamento del potere in un territorio conquistato democraticamente e quelle per il consolidamento del potere in un territorio occupato militarmente». Ma oltre a questi corsi ci sono i verbali delle riunioni tra i capi di Gladio e i relativi documenti che attestano come l’obiettivo della difesa da aggressioni esterne diviene presto secondaria rispetto alla guerra psicologica interna.

A questa finalità rispondevano i corsi di «counter-insurgency», dedicati agli aderenti della struttura Stay Behind, e alle relative esercitazioni come l’operazione «Delfino». Documenti del 1963, recuperati dalla Commissione parlamentare stragi, attestano chiaramente l’esistenza di corsi organizzati segretamente da apparati dello Stato per addestrare militari e civili a svolgere azioni di natura non precisata contro partiti regolarmente costituiti e presenti nelle istituzioni democratiche.

Essi erano finalizzati alla operatività degli agenti in funzione propagandistica, di contro-propaganda e di disturbo, ma anche alla predisposizione di altri corsi per militari e civili in modo da sviluppare presso gli ufficiali delle Forze Armate un’azione coordinata con le finalità dell’operazione Stay Behind. È da sottolineare la coincidenza temporale tra i corsi e l’intensa attività di arruolamento di personale civile per scopi non ben definiti da parte del colonnello Renzo Rocca, a capo dell’Ufficio Ricerche economiche ed industriali (Rei) del Sifar. Un’organizzazione nata per salvaguardare la  segretezza dei brevetti industriali di settori strategici, specie quelli di armi, ma nella realtà prodigatasi a rastrellare finanziamenti “antisovversivi” tra i grandi industriali, da ripartire poi a partiti, correnti, giornali, gruppi e singoli politici. Il rastrellamento di risorse era compensato poi con commesse militari, appalti e licenze per l’esportazione di armi[7]. Nella relazione della Commissione parlamentare sui fatti del giugno luglio 1964, era stato chiarito che nell’estate del 1963 il colonnello Rocca si era recato in Liguria e Piemonte a prendere contatti con ex militari, ex paracadutisti, ex militi della X Mas al fine di arruolarli nella struttura informativa, per conto del Sifar. Tutta questa intensa attività di arruolamento e addestramento di nuclei speciali era strettamente legata ai movimenti del Generale De Lorenzo. Si trattava di nuclei d’azione allestiti e subito operativi pronti ad intervenire in vista del colpo di Stato.

Sicuramente dietro al Piano Solo non c’era solo Gladio, ma esisteva una organicità tra la struttura e i piani di golpe. Non a caso De Lorenzo, a capo del Sifar tra il 1958 e il ’62, è stato di fatto il fondatore di Gladio. Di certo non è ipotizzabile che l’uso spregiudicato dell’Arma dei carabinieri e del Sifar per funzioni politiche di contrasto anticomunista potesse essere sconosciuto all’organismo ufficialmente preposto a quell’attività. Com’è noto, è confermato dallo stesso generale De Lorenzo,  qualora il colpo di Stato fosse andato a buon fine, i cittadini compresi nella famigerata lista nera (politici, sindacalisti, uomini della cultura di sinistra) sarebbero stati deportati proprio nella base operativa di Gladio a Capo Marrargiu. In questa realtà si inseriva poi Convegno sulla «guerra rivoluzionaria», svoltosi all’Hotel Parco dei Principi di Roma il 3-4-5 maggio del 1965, che è estremamente importante perché in essa si avvia l’incrocio perverso tra Forze Armate, servizi e le nascenti organizzazioni dell’eversione neofascista

Prima di quest’appuntamento, tra il 15 e il 24 aprile del 1963, si svolse nei pressi di Trieste la famosa esercitazione per azioni di insorgenza e contro insorgenza denominata «Delfino». L’operazione doveva intervenire a «contenere i germi» di una possibile insorgenza da parte di gruppi estremistici nel nord Italia. In realtà, anche in questo caso, dai resoconti e dai documenti, emerge che l’esercitazione era mossa da valutazioni e previsioni di interevento su situazioni politiche che esulavano totalmente dalle prerogative di una istituzione militare. Così si prospettavano i rischi legati all’affermazione di una amministrazione di centro sinistra a Trieste, venivano formulate proiezioni sull’andamento elettorale del PCI e si prospettavano ambiti di intervento possibili (propaganda e comunicazione) per contrastarne l’avanzata in vista delle elezioni amministrative.

Questo insieme di elementi fornisce una conferma documentale e probatoria su una valutazione che in ambito politico era già una certezza: la limitazione costante della sovranità popolare e democratica nel nostro paese. Una limitazione espressasi attraverso l’esercizio sistematico della violenza che ha drogato il dibattito politico e condizionato la normale dialettica economico-sociale dell’Italia nel dopo guerra.

Questo condizionamento violento della vita democratica e del corretto funzionamento istituzionale, ha portato apparati dello Stato a servirsi del sabotaggio contro le istruttorie della magistratura  per l’individuazione di mandanti ed esecutori delle stragi. Apparati dello Stato hanno preso parte a tentativi golpistici, hanno condotto operazioni di provocazione politica, hanno svolto attività di fiancheggiamento sostegno ed in alcuni casi di direzione dell’attività terroristica, hanno favorito la fuga all’estero dei presunti responsabili. Non si può non tenere conto di tutto questo nel considerare le intricate vicende del terrorismo in Italia, perché verrebbe meno una premessa fondamentale senza la quale la semplice analisi storica e concettuale sarebbe parziale, per non dire inutile.

Oltre a presentare la rete Stay Behind come funzionale alla mera difesa da minacce esterne, gli alti ufficiali e i rappresentanti istituzionali coinvolti hanno cercato di limitare le proprie responsabilità attraverso il teorema delle «mele marce». Secondo questa tesi le violazioni della legalità e le più inquietanti zone d’ombra tra attività dello Stato ed eversione terroristica, sarebbero il risultato della spregiudicatezza operativa di cui singoli elementi dei servizi, rispetto alla quale né i vertici né la struttura più complessiva delle Forze Armate avrebbero colpe.

Anche su questo le indagini della Commissione parlamentare stragi hanno dimostrato altro, ponendo in luce non solo la responsabilità di singoli subalterni troppo zelanti, ma il coinvolgimento dell’intera catena di comando, così come è emersa la continuità storica delle “deviazioni operative”

Detta in altri termini, il turn over delle diverse generazioni di ufficiali dei servizi ha portato spesso le nuove leve a proseguire le attività illegali dei loro predecessori, pur nella consapevolezza che quel modo di operare era totalmente al di fuori dal diritto. Ciò è accaduto in diversi frangenti: nel 1968, quando i servizi hanno preparato il terreno alla stagione delle stragi, proprio mentre veniva alla luce lo scandalo Sifar di De Lorenzo; nel 1973, quando furono proprio i servizi ad attivare la rete delle organizzazioni eversive denominata Rosa dei venti, mentre emergevano le responsabilità oggettive di Piazza Fontana; nel 1978, quando i nuovi dirigenti dei servizi riformati ripresero da dove avevano lasciato i vecchi, proseguendo i tradizionali canali di illegalità, basti pensare alla strage di Bologna e a quella di Ustica.

Tra le tante continuità nell’azione dei servizi un posto d’onore spetta ai rapporti con la massoneria. Già Giuseppe Pièche – durante il fascismo  a capo della III sezione del Sim e uomo dell’Ovra – che nel dopoguerra è indicato come l’eminenza grigia del ministero dell’Interno, è stato a lungo Sovrano Gran Commendatore del rito scozzese di Piazza del Gesù. La perizia riporta lo stralcio di una lettera inviata da un importante massone del Grande Oriente che costituisce uno dei primi documenti capaci di portare luce sul fenomeno:

 

In occasione dell’Agape bianca tenutasi all’Hilton nella ricorrenza del 20 settembre, il fratello colonnello Gelli, della loggia “P”, avrebbe comunicato al fratello Salvini che il Gran Maestro avrebbe iniziato sulla spada quattrocento alti ufficiali dell’esercito al fine di predisporre un “governo dei colonnelli” sempre preferibile a un governo dei comunisti. Sarebbero anche stati iniziati o in via di esserlo anche alcuni grossi personaggi della DC[8] .

 

I riscontri oggettivi sul significato politico di questa iniziazione sono tanti, tra i vari, De Lutiis nella sua perizia cita la deposizione nel 1977,  al processo per la strage di piazza Fontana tenutosi a Catanzaro, del capo della polizia Vicari che parlò della minaccia di un golpe nell’estate del 1969 descrivendolo come uno dei più seri tentativi messi in opera al tempo.

A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta la loggia P2 diviene una realtà di confluenza e incontro tra figure eminenti della vita economica, politica, giudiziaria, militare ed eversiva del paese. In questo periodo si ha uno spostamento dei personaggi di spicco delle forze armate dalle logge tradizionali alla P2.

Alla P2 aderiscono tutti i generali coinvolti nel Piano Solo del giugno luglio 1964 (Giovanni Allavena, Luigi Bittoni, Romolo Dalla Chiesa, Franco Picchiotti) mentre gli stessi generali Aloja e De Lorenzo aderiscono alla loggia coperta all’obbedienza di Piazza del Gesù, la quale confluisce a sua volta nella P2 nel 1973. Nella P2 confluiscono anche le due anime dei servizi segreti che vengono definite da De Lutiis una apertamente golpistica (quella guidata da Vito Miceli) e una apparentemente più fedele alle istituzioni (quella del capo dell’ufficio D, generale Maletti). Così come per il «Piano Solo», anche i promotori del tentato golpe «Borghese» erano tutti aderenti alla loggia P2 (il generale Miceli, Filippo De Iorio, gli ufficiali dell’aeronautica Giuseppe Lo Vecchio e Giuseppe Casero). Sarebbero stati massoni anche lo stesso Borghese, il suo braccio destro Remo Orlandini e l’ex ufficiale dei parà Sandro Saccucci, che ebbe un ruolo di primo piano nel fallito golpe. Come è noto parteciparono al tentato golpe lo stesso Gelli e l’ammiraglio Torrisi, il cui nome sarebbe stato cassato dall’elenco degli aderenti alla P2 al momento della pubblicizzazione, per volontà del Sid, che lo consegnò alla magistratura.

Un passaggio nodale del rapporto tra massoneria e ambienti militari sarebbe rappresentato dalla riunione tenuta a villa Wanda convocata da Licio Gelli. A quella riunione presero parte il generale Palombo, comandante della divisione carabinieri Pastrengo di Milano, il colonnello Calabrese, il generale Picchiotti, comandante della divisione carabinieri Podgora di Roma, il generale Bittoni, comandante della brigata carabinieri di Firenze, il colonnello Musumeci, diventato nel 1978 capo dell’Ufficio controllo e sicurezza del Sismi, e il procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma Carmelo Spagnuolo. Pare che in quella riunione le aspirazioni golpiste dei congiurati passasse per un governo presieduto proprio dal magistrato Spagnuolo.

A metà degli anni settanta si sarebbe però determinato un mutamento di strategia nella P2, in linea con il cambiamento degli Usa che ebbe come conseguenza l’abbandono dei regimi fascisti di Portogallo e Grecia, caduti poi nel giro di pochi mesi. In questa fase (1976) Licio Gelli avanza il “Piano di Rinascita Democratica”, non propone più il colpo di Stato militare “modello sudamericano” a conclusione di una fase convulsa di destabilizzazione terroristica, ma una riforma istituzionale più morbida e meno traumatica nelle modalità di attuazione. Insomma il passaggio del testimone dai militari ai più sofisticati strumenti di conquista egemonica della società: giornali, partiti, movimenti d’opinione, intellettuali mobilitati. Questo non significa certo che Gelli e la P2 abbandonino le relazioni oscure con l’eversione neofascista e con gli ambienti golpisti di esercito e servizi segreti, anzi. La componente piduista nei servizi dopo la riforma del 1977 è ancora più spregiudicata e aggressiva nelle sue attività illegali. L’operato del Sismi tra il 1978 e l’81 con a capo Musumeci, Santovito e con l’organica attività di Pazienza (non inserito in alcun ruolo istituzionale eppure uomo chiave dei servizi), riesce a moltiplicare i versanti di deviazione e iniziative illegali, non limitandosi più a proteggere latitanti di destra e sospetti autori di stragi. Le trattative con camorra e BR per l’operazione di Cirillo, i depistaggi sulle indagini alla strage di Bologna del 2 giugno 1980, le macchinazioni a danno del Presidente della Repubblica erano tutti il segno di un’articolazione sempre più intensa da parte del Supersismi. Tuttavia, il versante più inquietante dell’attività dei servizi resta senz’altro quello relativo ai rapporti strettissimi con la galassia dei gruppi eversivi neofascisti: da Ordine nuovo al Movimento di azione rivoluzionaria; dalle Squadre di azione Mussolini a Ordine nero; dal Fronte nazionale alla Rosa dei venti, dai NAR a Terza posizione.

Come dimostrano le vicende del famigerato “Centro Scorpione”[9] di Trapani, messo in piedi dagli stessi protagonisti di Gladio proprio in concomitanza con il Maxiprocesso, in questa storia un altro versante fondamentale di approfondimento riguarda il ruolo delle organizzazioni malavitose, dunque la trattativa Stato-mafia non può certo essere circoscritta alla stagione stragista dei primi anni Novanta. Come è oramai appurata la sinergia tra apparati dello Stato ed eversione neofascista per difendere gli equilibri politico sociali, consolidatisi a partire dalle elezioni del 1948, così il rapporto con organizzazioni malavitose come la mafia è un dato organico della storia di questo Paese, specie nelle sue fasi di crisi. Come altre volte in passato, la magistratura ha iniziato a fare chiarezza su certe inconfessabili modalità, del tutto antidemocratiche, di autodifesa del potere politico in questo Paese. Chiarite le verita processuali, speriamo, su questo dovranno interrogarsi gli storici in  futuro, indagando senza blocchi e autocensure le storie individuali e collettive delle classi dirigenti italiane con tutte le loro contraddizioni. Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia sarebbe potuto essere un’occasione propizia per iniziare a farlo, purtroppo, in gran parte, si è preferita strada dell’agiografia, la rappresentazione retorica e oleografica di un grande album di famiglia nel quale tutti gli italiani avrebbero dovuto riconoscersi.

 

Gianni Fresu

 

 


[1] Paolo Cucchiarelli -Aldo Giannulli, Lo Stato parallelo. L’Italia oscura nei documenti e nelle relazioni della Commissione stragi.. Gamberetti Editrice, Roma 1997, pp. 32, 33.

 

[2] Ivi, pag. 13

[3] Direttiva dell’Executive Secretary dell’Office of special Projects al National Security Council, del 18 giugno 1948. Volume IV, pag. 545

[4] Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, XI Legislatura, Vol.VII, Tomo I, pp. 287-298.

[5] Ivi, pag. 288-295

[6]Lo straordinario approfondimento di Giuseppe De Lutiis, che raccoglie il lavoro dello storico per la Commissione parlamentare stragi, risultante dallo studio delle 105.000 pagine sequestrate dalla magistratura negli uffici del Sismi, ha trovato pubblicazione nel testo: G. De Lutiis, Il lato oscuro del potere, associazioni politiche e strutture paramilitari segrete al 1946 ad oggi, Editori Riuniti, Roma, 1996.

[7] Ruggero Zangrandi, Inchiesta sul Sifar, Editori Riuniti, Roma, 1970.

[8] Lettera del 23 settembre 1969 inviata all’agronomo Prisco Brilli, consigliere  dell’Ordine del Grande Oriente d’Italia, all’ingegnere Francesco Siniscalchi. Atti della commissione parlamentare sulla loggia P2.

[9] Tra le tante anomale articolazioni di Gladio, che meriterebbero attenzione e ulteriori approfondimenti – specie ora che riemerge con consistenza l’ombra inquietante dei servizi segreti sulla strage del giudice Borsellino e della sua scorta – c’è sicuramente il Centro Scorpione istituito dalla struttura di Gladio a Trapani nel 1987, proprio nel periodo in cui si celebrava il Maxiprocesso alla mafia (sviluppatosi tra il 10 febbraio 1986 e il 16 dicembre 1987). Le anomalie mai chiarite di questo centro sono molteplici, tuttavia, nel periodo e nel territorio in cui operò il Centro Scorpione vi furono alcuni omicidi eccellenti ed emblematici insieme: Giuseppe Insalacco (per tre mesi sindaco di Palermo nel 1984), protagonista di clamorose denunce delle collusioni tra mafia e politica, ascoltato anche dalla Commissione antimafia. Insalacco fu ucciso insieme al suo autista il 12 gennaio 1988. Dopo la morte fu trovato un suo memoriale in cui accusava diversi esponenti della DC palermitana, per la commistione con la mafia nel sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino; il giudice Antonio Saetta, impegnato in numerosi processi alla mafia. Saetta in particolare si trovò a presiedere il processo a Giuseppe Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonna, per l’uccisione al capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Il processo, conclusosi in primo grado con una sorprendente e molto discussa assoluzione, decretò, invece, in appello, la condanna degli imputati alla massima pena, nonostante i tentativi di condizionamento effettuati sulla giuria popolare, e, forse, sui medesimi giudici togati. Pochi mesi dopo questa sentenza, il 25 settembre 1988, il Giudice Antonio Saetta e il figlio Stefano vennero assassinati; Giovanni Bontate – fratello del boss Stefano, secondo i collaboratori di giustizia molto vicino ai vertici nazionali e regionali della DC, assassinato nel 1981 – coinvolto nel maxiprocesso e ucciso insieme alla moglie il 28 settembre 1988; Mauro Rostagno, impegnato nella lotta per il recupero dei tossicodipendenti in Sicilia e in prima linea nel denunciare gli intrecci tra mafia e politica, ucciso il 26 settembre del 1988. Ora, anche senza lasciarsi andare a troppe congetture, è quantomeno singolare che una struttura d’intelligencedotata di mezzi (persino un aereo e una pista d’atterraggio a propria disposizione), operante in quel territorio, non fosse stata in grado di reperire informazioni utili prima e dopo i diversi omicidi. Nella struttura peraltro operava un agente di spicco come Vincenzo Li Causi, coinvolto in diverse vicende poco chiare e dai profili decisamente illegali.

 

 

Alcune letture consigliate:

AA/VV, Dimensioni del terrorismo politico, Angeli, Milano 1979;

 

AA/VV, La guerra dei sette anni, Dossier sul bandito Giuliano, Rubettino, 1997

 

AA/VV Le parole e la lotta armata.  Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e Svizzera, a cura di Primo Moroni, Universale Shake, Milano, 1999.

 

AA/VV Sulla violenza: politica e terrorismo, Savelli, Roma, 1978

 

D. Barbieri, Agenda nera: trent’anni di neofascismo in Italia / Daniele Barbieri. Roma, Coines, 1976.

 

F. Battistelli, Gli italiani e la guerra, Carocci, Roma 2004;

 

Emanuele Bettini Gladio la Repubblica parallela Ediesse, Roma, 1996.

 

L. Bonanate, La politica internazionale fra terrorismo e guerra, Laterza Roma-Bari 2004

 

Silvia Casilio, Il cielo è caduto sulla terra! Politica  e violenza nell’estrema sinistra in Italia. Edizioni Associate, Roma, 2005.

 

L. Castellano, a cura di. Aut. Op. La storia e i documenti dell’ Autonomia organizzata, Savelli, Perugina, 1980

 

C. Carr, Terrorismo, Mondadori, Milano 2002;

 

R. Chiarini, P. Corsini, Da Salo a piazza della Loggia: blocco d’ordine, neofascismo, radicalismo di destra a Brescia, 1945-1974 /. Milano, F. Angeli, 1983.

 

Giorgio Cingolati, La destra in armi : neofascisti italiani tra ribellismo ed eversione /. Roma, Editori riuniti, 1996.

 

A. M. Dershowitz, Terrorismo, Carocci, Roma 2003;

 

Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere, associazioni politiche e strutture paramilitari segrete al 1946 ad oggi, Editori Riuniti, Roma, 1996

 

Donatella della Porta, Il terrorismo di sinistra., Il Mulino, Bologna, 1990.

 

M. Flores, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, Milano 2005;

 

I. Fetscher, Terrorismo e reazione, Il Saggiatore, Milano 1979.

 

M. Fossati, Terrorismo e terroristi, Bruno Mondadori, Milano 2003;

 

W. Laqueur, Il nuovo terrorismo, Corbaccio, Milano 2002;

 

A cura di A. Natoli, Antifascismo e partito armato. Crisi di egemonia ed origini del terrorismo. Ghiron, Genova, 1979.

 

M. Juergensmeyer, Terroristi in nome di Dio, Laterza, Roma-Bari 2003.

 

L. Napoleoni, La nuova economia del terrorismo, Marco Troppa, Milano 2004.

 

N. Perrone, De Gasperi e l’America. Un dominio pieno e incontrollato, Sellerio, Palermo, 1995.

 

C. Reuter,  Storia e psicologia del terrorismo suicida, Longanesi , Milano 2004.

 

Umberto Santino La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l’emarginazione della sinistra. Rubettino 1997.

 

G. Vettori, a cura di. La sinistra extraparlamentare in Italia, Newton Compton, Roma, 1974.

 

Il dovere della sintesi e l’obiettivo dell’unità.

Lo “Straordinario congresso” del PRC si è concluso con la totale riproposizione una linea a mio avviso già ampiamente sconfitta negli anni precedenti sui tre fronti principali in cui avrebbe dovuto dispiegarsi: l’organizzazione interna; l’opposizione sociale; le istituzioni.

Rifondazione, infatti, è da anni in preda a un’emorragia inarrestabile di militanti e iscritti, è praticamente fuori dalle piazze in cui si esprime il malessere sociale, è stata espulsa dalle istituzioni dopo una lunga sequenza di tracolli elettorali. A suggellare ulteriormente la continuità con le scelte pregresse, si è deciso di confermare nel ruolo di segretario anche la figura che maggiormente l’ha incarnata. Mi è capitato di dirlo più volte, almeno dal 2011, lo ribadisco ancora: quando ci si trova di fronte a una totale sconfitta del proprio campo bisogna essere spietati, per nulla indulgenti e sentimentali, nella indagine tesa a metterne a nudo cause e responsabilità. Dopo una Caporetto, confermare insieme con strategie e tattiche perdenti persino il Comando di Stato Maggiore sconfitto significa non fare i conti con la realtà. Quando poi le battaglie di Caporetto sono tante diventa tutto ancora più inspiegabile.

Nei mesi passati, dopo il mesto ma prevedibile epilogo di “Rivoluzione Civile”, preceduto a sua volta dalla incomprensibile autodistruzione della Federazione della Sinistra, da più parti si erano levate voci e proposte in favore di una fase nuova, per rilanciare su basi radicalmente diverse la presenza dei comunisti e creare un fronte unitario di lotta sociale della sinistra nel Paese. A tali richieste, però, si è risposto con un’atteggiamento di netta chiusura e autosufficienza.

“Il partito di cui si afferma il bisogno c’è già, è il PRC, dunque basta iscriversi e lavorare al suo interno!” È  stata questa, grosso modo, la risposta all’istanza di un nuovo soggetto unitario che singoli e gruppi si sono visti recapitare dalle tribune congressuali, dove addirittura sono stati proposti e discussi emendamenti tesi a certificare l’indisponibilità verso un processo unitario che ricomponesse la diaspora comunista.  Significativamente, chi se ne è fatto portatore ha trovato pure un ruolo nella nuova segreteria nazionale, più chiari di così?

Il progetto del PRC, dopo la “Bolognina” capace di suscitare speranze e senso di appartenenza tra vecchie e nuove generazioni, negli ha progressivamente perso pezzi, riducendo con il numero di tesserati una originaria ricchezza di linguaggi e culture politiche . So che molti non apprezzeranno, ma non è rimasto più niente dello spirito originario che portò alla nascita della Rifondazione comunista. L’idea lungimirante della sintesi innovativa tra le migliori esperienze del movimento comunista italiano si è ridotta alla sola autorappresentazione di una delle sue componenti originarie. Anche in questo sta, sempre secondo me s’intende, la ragione della sua involuzione minoritaria.

Il mutamento molecolare dell’idea primitiva della Rifondazione comunista ha avuto diversi momenti cruciali, ma probabilmente trova un punto di non ritorno nella svolta impressa alla sua direzione da Fausto Bertinotti cui si fornì una delega plebiscitaria, assoluta e indiscutibile, sempre più ampia, sfociata poi in una concezione carismatica e mediatica delle funzioni di direzione. Fu solo l’atto finale di uno smarrimento ben più articolato, tuttavia, è bene ricordare il Congresso di Venezia quando, dalla tribuna del Lido, Bertinotti affermò di essere un “segretario di maggioranza” e non di sintesi: “Il partito si governa anche con un voto in più e chi non è d’accordo può benissimo andare altrove”, concluse, indicando la porta a chi non accettava la brutale chiusura di una normale dialettica tra maggioranza e minoranze. La storia successiva si è incaricata di dimostrare quanto fosse errata quella scelta, anche se non tutti sembrano averne tratto lezione. Per invertire la tendenza inarrestabile alla frammentazione il tema della sintesi è al contrario centrale, è un dovere, se si intende perseguire realmente l’unità. Da ciò un’indicazione operativa per i mesi a venire: non bisogna arrestare per un solo istante l’offensiva unitaria, anche verso quei compagni che con questo congresso hanno certificato il loro disinteresse a praticarla.  Con le scissioni non si fa l’unità, è vero, ma la logica maggioritaria e il rifiuto di una sintesi più avanzata sono i prodromi di ogni scissione, dunque ci si deve parimenti interrogare sia sulle responsabilità di chi le scissioni le fa, sia su quelle di chi le alimenta chiudendo autisticamente ogni margine di discussione.

A quell’idea originaria della Rifondazione comunista, purtroppo mai praticata fino in fondo, si dovrebbe invece tornare proprio oggi per aprire una fase Costituente nuova, che a partire dall’azzeramento di organismi e organizzazioni esistenti provi a superare lo stato di inefficacia cronica dei comunisti e più complessivamente della sinistra in Italia.

Gianni Fresu

Intervento all’assemblea “Che fare? Comunisti e sinistra”. Magazzini Popolari Casal Bertone, Roma 13 aprile 2013

Gianni Fresu

Intervento all’assemblea “Che fare? Comunisti e sinistra”.

Magazzini Popolari Casal Bertone, Roma 13 aprile 2013


Care compagne e cari compagni, di fronte al fallimento non solo delle prospettive, ma persino dei presupposti politici della cosiddetta sinistra d’alternativa in Italia fin qui praticati, si è aperta una discussione estremamente utile e stimolante, perché finalmente ha liberato molti di noi dai vincoli castranti delle rispettive aree e tendenze di appartenenza, rimaste parimenti travolte dal fallimento dei relativi partiti. C’è a sinistra uno spazio enorme da colmare, il modo migliore per comprendere la situazione reale e predisporci a elaborare una proposta all’altezza della sfida è non cercare rifugi nelle liturgie rassicuranti, ma perdenti, delle nostre rispettive comunità politiche di provenienza. Da questo punto di vista, iniziative come quella di oggi hanno un indubbio merito: riavviare una discussione non frazionata dagli steccati difensivi dei propri orticelli.

Quale esito possa avere una simile discussione è difficile dirlo, l’importante è dargli l’avvio (per usare un’espressione molto cara a Togliatti nei tremendi anni trenta) «senza aver paura di fare politica». Una cosa è certa, almeno così la penso io, bisogna accuratamente rifuggire da una tentazione: preconfezionare un progetto politico bell’è pronto da offrire in dote agli altri, aspettandoci eventuali adesioni entusiastiche o passive. Per essere ancora più chiari, non bisogna farci risucchiare dalle velleità caratteristiche delle fasi di crisi,  che in ultima analisi si tradurrebbero nella creazione dell’ennesimo partitino che si andrebbe a sommare a quelli esistenti. Occorre fare il procedimento inverso, discutere tra noi con l’ambizione di superare le attuali divisioni, mi rendo conto che è un’impresa ciclopica, ma se non ci proviamo ora nella condizione di riflusso e nello stato catatonico in cui ci troviamo, quando lo dovremmo fare?

Questa discussione non parte da zero, ognuno di noi ha fatto le proprie battaglie ed è portatore della sua personale elaborazione dei fatti. Vale anche per me e, dato che in questo momento non siamo impegnati in una gara di creatività intellettuale, mi scuso preliminarmente se in diversi passaggi dovrò fare nuovamente affidamento a ragionamenti e concetti da me già espressi altrove.

 

 

1)     Crisi organica.

 

Dopo decenni di giusta e previdente predicazione contro i paradigmi liberisti sostenuti da governi, accademie, giornali e benpensanti variamente collocati, abbiamo di fronte il collassamento di tutti i principali punti di riferimento dell’ideologia del “libero mercato” e la totale assenza di credibilità popolare da parte dei sacerdoti da sempre impegnati nel culto del “lasseiz-faire”. Ci troviamo in una fase di «crisi organica» del capitalismo mondiale, ossia, non una congiuntura, bensì una crisi strutturale che coinvolge in pieno i rapporti di produzione, quelli sociali, i circuiti finanziari di remunerazione dei capitali, lo stesso rapporto di rappresentanza dei sistemi parlamentari.

 

Gramsci diceva che quando si verifica una condizione di «crisi organica», i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali non riconoscendo più nei propri gruppi dirigenti l’espressione politica dei propri interessi di classe. In situazioni di tale tipo si moltiplicano le possibili soluzioni di forza, i rischi di sovversivismo reazionario, le operazioni oscure sotto la guida di capi carismatici. Il determinarsi di questa frattura tra rappresentati e rappresentanti porta per riflesso al rafforzamento di tutte quegli organismi relativamente indipendenti dalle oscillazioni dell’opinione pubblica come la burocrazia militare e civile, l’alta finanza, la chiesa. In una fase di crisi organica sono le classi subalterne a correre i maggiori rischi, poiché le classi dirigenti tradizionali dispongono di quadri e personale dirigente più addestrato, esse sono capaci di modificare uomini e programmi riacquistando il pieno controllo di una realtà che gli andava sfuggendo, mantenendo il potere e utilizzandolo per rafforzare la propria posizione.

Oggi ci troviamo in una situazione per molti versi simile, sicuramente diversa, non comprimibile nelle braghe dell’analogia storica, tuttavia, proprio dai drammi passati deve scaturire in noi la consapevolezza che nulla va sottovalutato. Le crisi organiche sono dominate dalle «rivoluzioni passive», vale a dire, fasi di modernizzazione autoritaria nelle quali le”riforme” vengono realizzate attraverso la passività coatta delle grandi masse popolari, con il preciso obiettivo di consolidare l’ordine sociale ed uscire dalla situazione di crisi. Il fascismo è uno degli esempi più emblematici di ciò, ma non il solo. Siamo di fronte ad un gigantesco tentativo di ristrutturazione internazionale dei rapporti sociali e di produzione da parte delle classi dominanti, la cui portata potrà essere valutata appieno solo tra venti o trenta anni, per ora possiamo limitarci a sottolineare che in Italia tutto questo avviene proprio nella fase di maggior crisi storica del movimento comunista e più in generale di tutte le prospettive alternative al modo di produzione capitalistico.

 

2)     Crisi del nostro campo politico.

 

Di sconfitta in sconfitta, il nostro campo si è progressivamente ridimensionato, fino a divenire inutile, residuale, insignificante. L’ho già detto e non posso che ripeterlo, negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire un nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD sì, PD no; governo sì, governo no.

Sta accadendo anche ora, nonostante il tracollo. Anche in questi giorni sono stato raggiunto per telefono, mail, o altro da compagni e dirigenti preoccupati per il problema delle alleanze, tanto da intendere lo scioglimento preventivo di questo nodo la premessa a qualsiasi discussione. Da una parte mi è stato detto: “ma non puoi metterti a discutere con quei matti che mai farebbero un’alleanza con il centrosinistra”. Dall’altra: “va bene discutere, ma sia chiaro prima di tutto, mai ci alleeremo con chicchessia!”

Mi permetto di dissentire da questo modo di avviare la discussione. Fondare o affondare (come è capitato alla FdS) il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia. Nonostante la nostra irrilevanza, conclamata,vedo ancora troppi compagni ripiegati su una valutazione meramente difensiva, più impegnata a fare le pulci alle organizzazioni collocate alla nostra destra che a realizzare un proprio bilancio. Smettiamola di parlare del PD, pensiamo a cosa vogliamo fare noi, anteporre la politica delle alleanze (PD sì, PD no) è un modo per mascherare la mancanza di una nostra soggettività politica. Per il PCI del dopoguerra la scelta di collaborare o rompere con le altre forze non era la premessa, ma una semplice eventualità tattica da prendere inconsiderazione a seconda delle situazioni e soprattutto dell’oggetto della collaborazione, o della rottura, in sé.

Chi trasforma questo rovello storico, in positivo o in negativo, ne rimane irrimediabilmente prigioniero. A mio avviso, esso non è la causa della nostra debolezza, bensì, l’effetto. Le cause del problema vanno ricercate altrove: la nostra subalternità culturale non solo verso l’attuale quadro politico, ma anche, e soprattutto, nei confronti di una più complessiva visione del mondo, di una Weltanschauung, che ci limitiamo a subire e ovviamente non siamo in grado di aggredire. Senza una nostra visione del mondo, che contempli un ordine diverso dall’attuale, la funzione dei comunisti perde di significato e senso storico, siamo destinati a essere fagocitati dai limiti storici delle politiche socialdemocratiche, anche se queste sono profondamente in crisi.

Per essere ancora più chiari, a mio avviso, il nostro problema non è l’essere o non essere stati l’ala sinistra di un progetto conservatore, la teoria del “socialfascismo” non mi ha mai suscitato alcuna simpatia.Il difetto semmai è all’origine: è mancata la parte rifondativa della nostra sfida. Abbiamo saputo riprodurre tutti i peggiori difetti dell’ultimo PCI, senza però averne il peso, non siamo stati capaci di costruire una nostra visione coerente e organica del mondo. Abbiamo lasciato il marxismo illanguidire in soffitta per andare ecletticamente al traino delle ultime novità “radicali”(Revelli, Toni Negri, pensiero No-global, disobbedienza,nonviolenza, ecc. ecc) in un continuo pellegrinaggio ideologico fatto di svolte e contro-svolte talmente volubili, e sovente contraddittorie, da averci lasciato, in ultima analisi, disarmati, proprio in una fase che doveva essere nostra: quella della crisi organica del capitalismo, segnata dal discredito e dalla disapprovazione popolare per le politiche liberiste.

Diciamolo serenamente, abbiamo fallito nella premessa del nostro progetto: non abbiamo rifondato né una teoria, né una prassi comunista.Ripartire, con onestà, significa fare i conti con questo problema, come affermava Marx, gli uomini prendono coscienza del proprio essere sociale,dunque fanno scelte di campo, sul terreno delle ideologie. Attualmente quale è la nostra?

Non caschiamo nella “falsa coscienza” della filosofia imperante, secondo cui le ideologie sono superate, è una menzogna, il liberalismo ha ancora oggi una sua ideologia, e le politiche che stiamo subendo in questi anni ne sono una tragica conferma, la stessa anti-ideologia dei movimenti antipartitici alla Grillo è, in realtà, un’ideologia in sé, costruita per negazione. Noi, non solo non abbiamo curato la costruzione di una nostra nuova visione del mondo all’altezza della sfida odierna, ci siamo sbarazzati di quella che avevamo ereditato. Da qui bisogna ripartire, per questo ritengo necessario mettere al bando i comitati e le bizzarrie elettorali tanto in voga nell’ultimo decennio per avviare un lavoro di lungo periodo.

Mi è capitato di chiarire altrove la mia opinione sulle ragioni del nostro fallimento: anzitutto la tendenza a impegnarci in campagne estemporanee, escogitate nei frangenti elettorali, e l’inconsapevole tendenza ad anteporre queste operazioni a una costruzione paziente del nostro progetto politico, capace di seminare, sedimentare e al limite, ottenere risultati.

Quanto accaduto alla Federazione della Sinistra, unico tentativo nato con la felice intuizione di invertire il processo disgregativo e decompositivo tra di noi è di per sé negativo. Chiarito che i gruppi dirigenti dei partiti costitutivi non ci hanno mai creduto, e si sono guardati bene dal mettere in discussione i propri santuari di autonoma sovranità, per quanto miseri, cosa necessaria se si intendeva trasformare un cartello elettorale in progetto politico. La FdS, dopo quattro anni di propaganda unitaria, in gran parte contraddetta dai comportamenti concreti, è morta per comune accordo a pochi mesi dalle elezioni, e nemmeno sul tema delle alleanze per il governo, ma addirittura sulle primarie. Un fallimento totale, per poi ritrovare dopo pochi mesi quelle stesse forze unite nella stessa lista, però senza nemmeno il simbolo con cui si erano presentate dal 2009 in poi agli italiani, un capolavoro politico. È  sconcertante, nessuno, tra i gruppi dirigenti, ha avuto l’umiltà di aprire una riflessione sulle ragioni di questo fallimento mettendo in discussione la propria direzione politica e con essa il proprio ruolo. Non solo, nemmeno la scoppola subita alle recenti elezioni politiche è servita per un’assunzione di responsabilità in tal senso. Se il PRC ha partorito un assurdo CPN dal quale è scaturito lo “straordinario Congresso”, non un Congresso straordinario (in fin dei conti non è accaduto nulla per pensare a una condizione di straordinarietà) il cui motto principale  sarebbe “rilanciare la Rifondazione”, nella stessa giornata, a pochi isolati di distanza i comunisti italiani lanciavano la parola d’ordine“ricostruire il PdCI”. Sarò forse io un po’ lento a capire la politica, ma ancora non mi è chiaro come sia possibile unire tirando nuovamente su tramezzi e muri divisori tra di noi, anziché deciderci finalmente a buttare giù i ruderi di quelli costruiti un tempo.

 

3)      Che fare?


Nella loro storia i comunisti hanno saputo incidere sulla realtà, e uscire dal ghetto in cui le forze sociali conservatrici li avrebbero voluti relegare, quando hanno avuto il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere i propri limiti, attraverso una severa, non rituale, autocritica.E’ stato così con il Congresso di Lione, che mise al bando settarismi e astrattismi ideologici con l’ambizione di costruire un partito in grado di analizzare la propria realtà nazionale e aderirvi plasticamente. E accaduto ancora nel fatidico biennio 1934-35, quando il movimento comunista ebbe il coraggio di sottoporre a severa critica la fallimentare tattica del periodo 1928-33, che recava con sé gravi responsabilità sull’avvento del nazismo in Germania e sulla condizione di isolamento vissuto dai comunisti nei diversi Paesi europei. Senza il radicale cambio di rotta del 1935, al VII Congresso dell’Internazionale, difficilmente i comunisti avrebbero potuto assumere il ruolo poi svolto nella guerra al nazifascismo.

Oggi, in chi ci ha guidato nel “Horror tour” dell’irrilevanza politica, trovo carente proprio quella capacità di guardarsi dentro e comprendere una realtà circostante sempre più distante da noi, dalla quale siamo irrimediabilmente respinti. Esistono al di fuori di noi tanti soggetti collettivi impegnati sul piano sociale o culturale, milioni di singoli individui costretti alla solitudine politica ma potenzialmente interessati a un progetto di classe. Molti di questi sono transitati nelle nostre organizzazioni, o magari hanno guardato a noi con simpatia, ma si sono allontanati senza trovare al nostro interno un progetto credibile e organico capace di riattivarne la partecipazione. Occorre andare oltre i nostri partiti, azzerare tutti gli organismi dirigenti, per dar corso a una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti nel nostro Paese: non si tratta solo di rimettere in moto, con l’entusiasmo e il senso di appartenenza,un ingranaggio inceppatosi, occorre con coraggio costruirne uno nuovo perché quello attuale è oramai inadeguato.

Non c’è, oggi, solo la crisi del capitalismo a livello internazionale, in Italia abbiamo oggi una decomposizione del sistema politico tale da aver travolto le mirabili previsioni della cosiddetta democrazia dell’alternanza, il bipolarismo, che nelle intenzioni dei suoi ingegneri e apologeti, tanto nel centro destra, quanto nel centro sinistra, avrebbe dovuto garantire un “salutare” ancoraggio politico del Paese al centro. Per due decenni hanno abbindolato gli italiani, dicendo che il superamento della “Prima Repubblica”, l’odiato sistema consociativo del proporzionale, avrebbe dato al Paese con la governabilità la stabilità economica, dunque la prosperità sociale. Oggi tutti questi discorsi appaiono sbiaditi e lontani ricordi. Però,a fronte di una mistificazione che si svela, ci troviamo in uno scenario politico nel quale sono sopravissute solo tre opzioni politiche PD, PDL, M5S. Nessuno di questi tre raggruppamenti pone al centro dell’agenda politica la questione che maggiormente segna questa fase di crisi economica, il lavoro.

La crisi organica del capitalismo mondiale, il susseguirsi di una serie infinita di guerre imperialistiche legate alla lotta per l’accaparramento delle risorse energetiche, l’intensificarsi nel nostro Paese dell’offensiva padronale contro il mondo del lavoro, hanno fornito più di una conferma oggettiva all’ esigenza di un Partito non solo genericamente di sinistra, bensì di un’organizzazione che fondasse la sua ragion d’essere su una inequivocabile scelta di campo all’interno del conflitto capitale lavoro.  Alle conferme oggettive si sono sommate quelle soggettive, nel senso che a dispetto di chi per trent’anni ha preconizzato la fine del conflitto sociale e l’inutilità di un’organizzazione autonoma delle classi subalterne, in questi due anni è salita quasi spontaneamente, dal mondo del lavoro e dalle realtà del disagio sociale,la richiesta di una salda rappresentanza sociale e politica, seria e credibile,capace di andare oltre la classica oscillazione schizofrenica tra settarismo e opportunismo. Su questo dobbiamo iniziare a lavorare, con umiltà, senza velleità o ingenui volontarismi. Una cosa è certa, il quadro politico da cui veniamo è oramai superato, le nostre rispettive forze politiche, sia chiaro, non il comunismo in quanto tale, hanno fallito nella loro missione, hanno esaurito la loro funzione storica, bisogna andare oltre per riaggregare, a partire dai comunisti, una sinistra di classe più ampia capace di invertire la tendenza oramai inesorabile alla sconfitta.

Rispetto a tutto questo non sono possibili scorciatoie di alcun tipo, nemmeno quelle che ripropongono con 23 anni di ritardo i paradigmi di una “nuova Bolognina”. Possibile che, proprio nel pieno di una così catastrofica crisi organica del capitalismo, siano i comunisti a dover arrotolare le loro bandiere e non le forze liberali e socialdemocratiche, responsabili di questo disastro economico-sociale?

Quel che trovo veramente anacronistico e, se fossi credente, direi fuori dalla “grazia di dio”, è un dibattito a sinistra ancora ostaggio di conflitti e personalismi stratificatisi nel tempo, che hanno origine in divisioni di dieci, venti, trenta anni fa. Nel mentre è cambiato tutto attorno, eppure, noi siamo ancora appesi alle fratture di allora, al punto da affiliare nelle rispettive cordate giovani sovente inconsapevoli, che per ragioni anagrafiche non hanno potuto vivere certi avvenimenti. Il merito della discussione che avviamo oggi è di voler tracciare una linea di demarcazione per iniziare un confronto costruttivo, con l’ambizione di superare questo stato di cose, facendo a meno dei pregiudizi reciproci. Si può fare di più è meglio? Sicuramente, però credo che questa sia la strada giusta per partire, e la ritengo molto più appropriata della solita, autoreferenziale, dialettica dell’ombelico che contraddistingue le discussioni interne ai due partiti, per non parlare delle singole aree di appartenenza. Siamo tutti sotto un cumulo di macerie, o iniziamo a rimuoverle insieme o un giorno sapranno di noi (“il misterioso popolo dei comunisti”) solo dopo qualche scavo archeologico.

Usciamo dal ghetto!

Usciamo dal ghetto!

 

Chiarito il quadro del nostro fallimento, penso sia giunto il momento di pensare al dopo, agli elementi da cui ripartire per far uscire i comunisti dalla condizione di marginalità, anzi, invisibilità politica e sociale in cui si sono cacciati. Per prima cosa, penso si debbano fare i conti con gli errori fatti per evitare di ripeterli e imprimere una svolta rispetto al passato.

Nella loro storia i comunisti hanno saputo incidere sulla realtà, e uscire dal ghetto in cui le forze sociali conservatrici li avrebbero voluti relegare, quando hanno avuto il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere i propri limiti, attraverso una severa, non rituale, autocritica. E’ stato così con il Congresso di Lione, che mise al bando settarismi e astrattismi ideologici con l’ambizione di costruire un partito in grado di analizzare la propria realtà nazionale e aderirvi plasticamente. E accaduto ancora nel fatidico biennio 1934-35, quando il movimento comunista ebbe il coraggio di sottoporre a severa critica la fallimentare tattica del periodo 1928-33, che recava con sé gravi responsabilità sull’avvento del nazismo in Germania e sulla condizione di isolamento vissuto dai comunisti nei diversi Paesi europei. Senza il radicale cambio di rotta del 1935, al VII Congresso dell’Internazionale, difficilmente i comunisti avrebbero potuto assumere il ruolo poi svolto nella guerra al nazifascismo.

Senza voler scomodare esempi storici ingombranti come questi, o altri che potremmo citare, tuttavia, ritengo oggi carente proprio quella capacità di guardarsi dentro e comprendere una realtà circostante sempre più distante da noi, dalla quale siamo irrimediabilmente respinti. Nonostante la nostra irrilevanza, conclamata, vedo ancora troppi compagni ripiegati su una valutazione meramente difensiva, più impegnata a fare le pulci alle organizzazioni collocate alla nostra destra che a realizzare un proprio bilancio. Smettiamola di parlare del PD, pensiamo a cosa vogliamo fare noi, anteporre la politica delle alleanze (PD sì, PD no) è un modo per mascherare la mancanza di una nostra soggettività politica. Per il PCI del dopoguerra la scelta di collaborare o rompere con le altre forze non era la premessa, ma una semplice eventualità tattica da prendere in considerazione a seconda delle situazioni e soprattutto dell’oggetto della collaborazione, o della rottura, in sé.

Chi trasforma questo rovello storico, in positivo o in negativo, ne rimane irrimediabilmente prigioniero. A mio avviso, esso non è la causa della nostra debolezza, bensì, l’effetto. Le cause del problema vanno ricercate altrove: la nostra subalternità culturale non solo verso l’attuale quadro politico, ma anche, e soprattutto, nei confronti di una più complessiva visione del mondo, di una Weltanschauung, che ci limitiamo a subire e ovviamente non siamo in grado di aggredire. Senza una nostra visione del mondo, che contempli un ordine diverso dall’attuale, la funzione dei comunisti perde di significato e senso storico, siamo destinati a essere fagocitati dai limiti storici delle politiche socialdemocratiche, anche se queste sono profondamente in crisi.

Per essere ancora più chiari, a mio avviso, il nostro problema non è l’essere stati l’ala sinistra di un progetto conservatore, la teoria del “socialfascismo” non mi ha mai suscitato alcuna simpatia. Il difetto semmai è all’origine: è mancata la parte rifondativa della nostra sfida. Abbiamo saputo riprodurre tutti i peggiori difetti dell’ultimo PCI, senza però averne il peso, non siamo stati capaci di costruire una nostra visione coerente e organica del mondo. Abbiamo lasciato il marxismo a illanguidire in soffitta per andare ecletticamente al traino delle ultime novità “radicali”(Revelli, Toni Negri, pensiero No-global, disobbedienza, nonviolenza, ecc. ecc) in un continuo pellegrinaggio ideologico fatto di svolte e controsvolte talmente volubili, e sovente contraddittorie, da averci lasciato, in ultima analisi, disarmati, proprio in una fase che doveva essere nostra: quella della crisi organica del capitalismo, segnata dal discredito e dalla disapprovazione popolare per le politiche liberiste.

Diciamolo serenamente, abbiamo fallito nella premessa del nostro progetto: non abbiamo rifondato né una teoria, né una prassi comunista. Ripartire, con onestà, significa fare i conti con questo problema, come affermava Marx, gli uomini prendono coscienza del proprio essere sociale, dunque fanno scelte di campo, sul terreno delle ideologie. Attualmente quale è la nostra?

Non caschiamo nella “falsa coscienza” della filosofia imperante, secondo cui le ideologie sono superate, è una menzogna, il liberalismo ha ancora oggi una sua ideologia, e le politiche che stiamo subendo in questi anni ne sono una tragica conferma, la stessa anti-ideologia dei movimenti antipartitici alla Grillo è, in realtà, un’ideologia in sé, costruita per negazione. Noi, non solo non abbiamo curato la costruzione di una nostra nuova visione del mondo all’altezza della sfida odierna, ci siamo sbarazzati di quella che avevamo ereditato.

Da qui bisogna ripartire, per questo ritengo necessario mettere al bando i comitati e le bizzarrie elettorali tanto in voga nell’ultimo decennio per avviare un lavoro di lungo periodo. L’ho già detto e scritto in passato, lo ribadisco, scusandomi per la riproposizione di un concetto già espresso: esistono al di fuori di noi tanti soggetti collettivi impegnati sul piano sociale o culturale, milioni di singoli individui costretti alla solitudine politica ma potenzialmente interessati a un progetto di classe. Sono tanti gli italiani che non trovano seducente né la permanente vocazione al compromesso privo di riferimenti sociali del PD, né le allucinazioni carismatiche di una sinistra senza aggettivi, edificata per cooptazione attorno alle narrazioni immaginifiche del suo leader.

Molti di questi sono transitati nelle nostre organizzazioni, o magari hanno guardato a noi con simpatia, ma si sono allontanati senza trovare al nostro interno, tanto meno nella prospettiva della “Rivoluzione civile”, un progetto credibile e organico capace di riattivarne la partecipazione.

Occorre andare oltre i nostri partiti, azzerare tutti gli organismi dirigenti, per dar corso a una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti nel nostro Paese: non si tratta solo di rimettere in moto, con l’entusiasmo e il senso di appartenenza, un ingranaggio inceppatosi, occorre con coraggio costruirne uno nuovo perché quello attuale è oramai inadeguato.

Non si può continuare a militare per mero senso di colpa o per un malinteso “senso del dovere”, nell’accezione più cattolica dell’espressione. Non può più bastare la militanza per inerzia, lo sforzo individuale, spesso ingrato e faticosissimo di dirigenti e militanti del PRC e del PdCI, occorre raccogliere la sfida di una fase ricca di incognite e insieme potenzialità come questa e, da comunisti, saper rilanciare, abbandonando “boria di partito” e posizioni consolidate. Serve, con umiltà e apertura, un approccio disinteressato verso tutti quei compagni attualmente non attratti dalle nostre organizzazioni.

 

Abbiamo perso? Vuol dire che non ci hanno capito!

Abbiamo perso? Vuol dire che non ci hanno capito!

È veramente triste fare i conti con il mesto epilogo di un progetto nato con l’ambizione di rifondare una teoria e una prassi comunista nel Paese, dopo lo scioglimento traumatico del PCI. Di sconfitta in sconfitta, l’organizzazione incaricatasi di rappresentare la palingenesi del marxismo militante si è progressivamente ridimensionata, fino a divenire inutile, residuale, insignificante. Altro che l’erede del più grande partito comunista dell’Occidente, al massimo ci siamo ridotti a scimmiottare una delle tante organizzazioni della vecchia sinistra extraparlamentare, con una non trascurabile differenza: allora c’era anche il PCI, oggi no.
Negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire il nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD sì, PD no; governo sì, governo no. Potremmo evocare la Sindrome di Stoccolma per spiegare l’attuale stato d’animo del PRC e del PdCI, perché la sconfitta e la profonda crisi del Partito democratico ha anzitutto spiazzato chi in questi anni ha incessantemente incentrato la propria azione politica sulla critica feroce o l’appiattimento verso questo partito. Se non esistesse più il PD un buon 70% degli argomenti al centro delle nostre discussioni, negli ultimi anni, verrebbe meno. Panico: chi siamo, dove andiamo, come fare?
Fondare o affondare il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia.
Come in più di un’occasione mi è capitato di dire, l’idea della rifondazione comunista è stata sconfitta non dalla borghesia, dai poteri forti, dall’ipoteca moderata nel Paese del Vaticano. Il PRC ha fatto tutto, o quasi, da solo: anzitutto perseguendo una linea a zig zag, eclettica, per non dire schizofrenica, dove abbiamo detto tutto e il suo contrario; quindi anteponendo sempre il momento elettorale a tutto il resto. Prima vengono i progetti politici e poi le urne. Noi abbiamo preteso di invertire questi due termini, andando avanti con campagne estemporanee, tirando ogni volta fuori dal cilindro conigli pronti a essere sacrificati nelle urne.
Siamo finiti nel girone dantesco dei Comitati elettorali, anziché impegnarci con continuità e coraggio su un progetto politico di lungo periodo in grado di seminare, sedimentare e poi, magari, ottenere risultati. La fretta per le esigenze della scheda elettorale, rispetto alle quali non ci siamo mai sentiti pronti e adeguati, tanto da dover ogni volta inventare un simbolo e contenitore nuovo, la fregola di eleggere, o meglio di essere eletti, ci ha puntualmente fregato. Ogni volta, a pochi mesi dal voto, abbiamo tentato la “mossa del cavallo” inventandoci il cartello elettorale di turno, per poi abbandonarlo subito dopo. È accaduto alle politiche del 2008, con la Sinistra Arcobaleno, alle elezioni Euoropee, con la Lista comunista e anticapitalista, in queste ultime elezioni dove, nel breve volgere di pochi mesi, abbiamo bruciato ben due soggetti inventati all’occorrenza, Cambiere si può e Rivoluzione Civile, dopo aver archiviato una proposta di cui nessuno ha più nemmeno memoria, il «Fronte democratico».
Al’interno di questa autentica “Via crucis” l’unico tentativo dotato di un minimo di prospettiva era la Federazione della Sinistra, su cui però non abbiamo mai investito seriamente, azzoppandola sin da subito con assurde competizioni interne, sgambetti reciproci, rivalità e insensati personalismi tra i nostri “piccoli leader”, l’esigenza di tutelare i rispettivi orticelli di sovranità anche a scapito del progetto comune. Eppure, proprio la sua nascita, all’indomani delle europee, qualche speranza e un minimo di entusiasmo l’aveva suscitata, perché finalmente si tentava di invertire la tendenza decompositiva delle scissioni a sinistra e perché, finalmente, almeno PRC e PdCI sembravano decisi a costruire una casa comune. Come tanti altri, ci ho creduto e ho dedicato parte non trascurabile del mio tempo e delle mie risorse a tale prospettiva, salvo poi scoprire, a pochi mesi dalle elezioni, che ci eravamo sbagliati e non era più temo di federarsi a sinistra. Da una parte e dall’altra, la politica delle alleanze è stata posta al di sopra di tutto, compresa l’esistenza stessa del soggetto politico. In entrambi i casi (sia per chi bramava gli accordi con il PD, sia per chi li rifiutava a priori), la malattia era la medesima: istituzionalismo e smania di protagonismo. In entrambi è stato un fallimento politico occultato dallo “stato di necessità” della fase.
Per quattro anni, da Roma, i nostri dirigenti ci hanno martellato (riunioni, assemblee, chilometri in auto, treno aereo, ore al telefono, soldi buttati, giornate sottratte a lavoro e vita privata) per fare avanzare il nuovo contenitore federale della sinistra di classe, spingendoci a girare i paesi, convincere i compagni, litigare con chi non ne condivideva la prospettiva. Poi, di punto in bianco, ovviamente a cose fatte, e senza alcun mandato congressuale, quel contenitore è stato svuotato e gettato nel cestino, senza neanche tentare di spiegarci come sono andate le cose o dirci, “scusate, ci eravamo sbagliati”.
Penso ci sia stata poca onestà verso i dirigenti e i militanti nei territori, perché mentre si dava loro l’indicazione di costruire la Federazione, i vertici dei due partiti maggiori facevano tutt’altro, evitando risolutamente di trasformare un cartello elettorale in soggetto politico. In realtà ho come l’impressione che nessuno di loro volesse realmente o credesse sinceramente in quel progetto. A meno di un anno dall’ultimo Congresso del PRC e a un anno e mezzo da quello della Federazione, si è deciso di comune accordo di sciogliere l’organizzazione, per diverse valutazioni sulle elezioni primarie e sulle politiche delle alleanze. Ovviamente il mandato congressuale diceva ben altro, ma nessuno si è curato di avviare una seria e serena discussione sulle ragioni di quel naufragio, con relativa assunzione di responsabilità, anzi, gli stessi che hanno condotto il battello negli abissi si sono incaricati di imbarcarci tutti in una nuova “Galera” all’insegna del motto “Cambiare si può!”. Hanno talmente preso sul serio questa esortazione da interpretarla in maniera tale da non sentirsi in dovere di giustificare le ragioni del “cambiamento posssibile”, o di accennare anche la più timida autocritica.
Forse sarebbe bene rileggerci le note dedicate da Antonio Gramsci al Generale Cadorna, una figura a suo modo rappresentativa della mentalità delle classi dirigenti italiane e un emblema della contraddizione tra governanti e governati: in politica come in caserma, per i gruppi dirigenti, una volta individuata la direttiva essa va applicata con obbedienza, senza discutere, senza sentire l’esigenza di spiegarne la necessità e la razionalità. Il «cadornismo» consiste nella persuasione che una determinata cosa sarà fatta perché il dirigente la ritiene giusta e razionale, e per questa ragione viene affermata come dato di fatto indiscutibile. La differenza però è che Cadorna, dopo Caporetto è stato rimosso e sostituito, chi dirige il nostro partito, nonostante una lunga sequenza di sconfitte umilianti, è sempre al suo posto.
Anche adesso, dopo l’ennesima catastrofe elettorale che ha travolto le ambizioni di una “rivoluzione civile” in questo Paese, lascia esterrefatti la totale mancanza di senso di responsabilità. Non solo non si analizzano le ragioni della sconfitta – anzi vengono messe in fila una lunga serie di alibi (l’oscuramento mediatico, la scarsa verve carismatica di Ingroia, il voto utile ecc. ecc.) degni delle invasioni di cavallette del miglior John Belushi – la segreteria nazionale del PRC si è presentata al suo Comitato politico nazionale con delle dimissioni farlocche, per poi tornare rapidamente in sella tanto da annunciare un Congresso. Ovviamente non subito, perché tanto di tempo ne abbiamo molto e magari nel mentre ci scappa pure qualche altra tornata elettorale. Macché, rinviamo tutto a dicembre, con la speranza di trovare sotto il prossimo albero di natale le masse popolari allineate e pronte per essere guidate dall’ennesimo “rilancio della rifondazione comunista”.
Questo gruppo dirigente ha avuto cinque anni per tentare sia questa strada, sia quella della più ampia aggregazione a sinistra, raccogliendo soltanto sconfitte. Avevo detto in tempi non sospetti che avrebbero dovuto fare serenamente i conti con i fallimenti di cui si sono resi protagonisti e dimettersi. Non lo hanno fatto, né allora né oggi, lo faccio io per loro, da semplice iscritto però, dato che agli incarichi dirigenti avevo rinunciato molto tempo addietro. Dopo 22 anni passati dentro il PRC ho deciso, non certo a cuor leggero, di non rinnovare la mia tessera, vi ero entrato alla sua nascita (che poi, vista l’età, politicamente era anche la mia) e mai avevo pensato, neanche nei momenti più duri di distanza, quando prevalevano gli elementi di dissenso a quelli di condivisione, di fare un simile passo. Lo faccio ora, con grande travaglio personale, per non rendermi ulteriormente complice di una conduzione tanto scellerata e, soprattutto, per non sprecare più il mio tempo. Bisogna finirla di pensare che abbiamo perso non perché abbiamo sbagliato, ma perché gli elettori non ci hanno capito. Forse, al contario, abbiamo perso sonoramente perché, invece, loro hanno capito benissimo mentre noi ancora no.

La sinistra italiana dopo le elezoni politiche. «La Nuova Sardegna», sabato 2 marzo 2013


La sinistra italiana dopo le elezoni politiche.

«La Nuova Sardegna», sabato 2 marzo 2013
Di Gianni Fresu

Tra i tanti segnali contrastanti di questa tornata elettorale, uno chiaro e inequivocabile c’è: la pesante sconfitta della sinistra italiana. In una fase di profonda crisi del capitalismo, nel Paese dove esisteva il più grande partito comunista dell’Occidente, la sinistra non omologata al liberalismo si è ridotta ai minimi termini. Politiche contraddittorie, scissioni, liti furibonde, tante le ragioni possibili, una cosa è certa, il mondo del lavoro e quello del disagio sociale guardano altrove. Non è servito accantonare i suoi simboli storici e presentarsi con la lista guidata da Antonio Ingroia, il Movimento di Grillo ha monopolizzato il malcontento verso le politiche di austerità finanziaria. Probabilmente, l’assenza di un progetto politico e la tendenza a trovare forme di composizione episodica con dei cartelli elettorali hanno contribuito a questo risultato. Ciò è accaduto alle elezioni del 2008, con la Sinistra Arcobaleno, alle europee con la lista poi divenuta Federazione della sinistra, ora con l’esperimento di Rivoluzione civile. In tutti e tre i casi, la sinistra nata dallo scioglimento del PCI, sembra aver smarrito identità e strategia, tanto da tirare fuori dal cilindro un coniglio nuovo ogni volta, con l’approssimarsi delle scadenze elettorali. Un tempo si diceva, prima i progetti politici poi le urne, in questi ultimi anni è però avvenuto l’esatto contrario e all’azione permanente dei partiti si è progressivamente sostituita quella occasionale dei comitati elettorali. Se Atene piange, Sparta non ride, e anche Sinistra e Libertà, a fronte di una ben maggiore esposizione mediatica, amplificata dalla campagna per le primarie, e disponibilità di risorse senza l’alleanza con il PD non avrebbe potuto eleggere propri rappresentanti in Parlamento. Se nel 2006 questi partiti esprimevano quasi il 15% dei voti, ora a stento si avvicinano al 6. Non servono ragionamenti troppo sofisticati per suggerire alle forze di questo campo di voltare finalmente pagina e dar corso a una nuova fase costituente, per un progetto unitario e credibile, almeno che non si vogliano lasciare battaglie e quel che resta del vecchio consenso nella società al Movimento di Beppe Grillo. Nei mesi precedenti al voto non sono mancate le polemiche e, in più di un caso, si sono levate voci che invocavano l’azzeramento non solo di organismi dirigenti, ma anche delle stesse organizzazioni della sinistra. L’invito non è stato accolto, si è preferito ripercorrere le strade già battute, mantenendo ben in sella gli stessi gruppi dirigenti protagonisti e responsabili delle sconfitte precedenti. Oggi il tempo dei bilanci non potrà essere nuovamente rinviato, così come quel cambio di gruppi dirigenti necessario ad aprire una fase nuova a sinistra. L’azzeramento sembra essere stato decretato dagli elettori. Del resto non si è mai visto un esercito guidato dagli stessi generali reduci da cocenti sconfitte militari e non si capisce perché questa regola non dovrebbe valere in politica, tanto più in un’area con ambizioni progressiste. C’è un intero campo da ricostruire, a partire però non dalle esigenze elettorali, bensì dai suoi contenuti economici, dalla sua ragion d’essere sociale. Nella realtà sono presenti tutti gli elementi su cui articolare un simile progetto a partire dalla scelta di campo rispetto al conflitto, oggi più che mai vivo, tra capitale e lavoro, ai temi dell’accumulazione e ripartizione delle ricchezze prodotte, della precarietà distruttiva imposta al mercato del lavoro dalle politiche liberiste del decennio passato, vere responsabili della crisi da cui stentiamo a uscire. Una ricomposizione di questo tipo potrebbe finalmente mutare i rapporti anche con il Partito democratico, andando oltre l’alternativa, comunque perdente, tra subalternità e isolamento minoritario.

Gramsci ridotto a una banale storia di spie. «La Nuova Sardegna», Cultura e Società, domenica 24-2-2013

Gramsci ridotto a una banale storia di spie.

Recensione del libro di Franco Lo Piparo, L’enigma del quaderno, Donzelli, 2013.

«La Nuova Sardegna», Cultura e Società, domenica 24-2-2013

Di Gianni Fresu

È oramai appurato, in Italia esiste una categoria di studiosi specializzati in indagini sulla presunta conversione politica, quando non anche religiosa, di Antonio Gramsci ai paradigmi del liberalismo. È il caso dell’ultima fatica di Franco Lo Piparo, incentrata sulla misteriosa sparizione di un quaderno del carcere. Lo Piparo emette un trittico di sentenze inappellabili su ragioni e responsabili della scomparsa: manca un quaderno; l’ha fatto sparire Togliatti; in esso Gramsci ripudia il comunismo e il suo partito. Non si tratta di un saggio storico, ma di una vera e propria spy story per la cui redazione l’autore afferma di essere ricorso a una «immaginazione sorretta da argomentazioni a loro volta ancorate a fatti reali». Ho letto tutte le 140 pagine, più appendice, ma francamente di fatti reali non ne ho trovati, in compenso ho riscontrato molta fantasia, associata a un ferreo pregiudizio di condanna che a mio modesto parere ha anticipato e guidato, non seguito, l’indagine.

Tutte le contraddizioni sul numero dei Quaderni, relative a documenti e testimonianze discordanti, assai plausibili tenuto conto della clandestinità sotto il fascismo e poi dalla disorganizzazione seguita alla guerra, sono qui utilizzate come prova di un reato per il quale esistono però solo indizi. L’intero lavoro si basa sull’interpretazione “creativa” di lettere e documenti: in alcuni casi si cerca un significato recondito ed equivoco ad affermazioni fin troppo evidenti, in altri, magari rispetto a lettere scritte con linguaggio cifrato, per ovvie ragioni di sicurezza, si da un’interpretazione certa e univoca. Paradossalmente anche l’assenza dei documenti necessari a fondare le tesi dell’autore sono utilizzate come prova della sua sentenza. La struttura logica del ragionamento è la stessa: se questi documenti non si trovano sono stati distrutti, dunque c’era qualcosa da nascondere, il responsabile è Palmiro. A dominare tutte le valutazioni sulle “stranezze” ci sarebbe la malafede del gruppo dirigente comunista e soprattutto di Togliatti, regista di tutti i depistaggi orditi con la complicità di moglie, cognata e amico strettissimo (Piero Sraffa) del povero Gramsci, tutti agenti del Kgb assoldati da Stalin per sorvegliarlo. Le contraddizioni però non mancano. Secondo l’autore, Sraffa e Tania avrebbero giocato una «partita a scacchi»: il primo «per venire in possesso dei quaderni prima che altri potessero leggerli e sfruttarne l’eventuale carica politica»; la seconda invece per «onorare l’impegno preso col cognato di fare pervenire i quaderni alla moglie per evitare qualsiasi perdita o intromissione di chicchessia». Anche quest’affermazione di Lo Piparo è assai strana. Se Tania era, come lui afferma, un agente segreto sovietico messo da Stalin alle calcagna di Gramsci per controllarlo, perché sarebbe stata interessata a «onorare l’impegno con il cognato» e non quello con i suoi superiori gerarchici di cui Sraffa sarebbe stato emissario? Eppure, in altre parti del libro, Lo Piparo non ha nessun dubbio su questo ruolo e arriva a scrivere: «Tania lavora nei servizi sovietici e non può non essere stata addestrata al lavoro di intelligence».

Anche ammettendo l’assenza di un quaderno, per quale ragione Gramsci avrebbe dovuto concentrare in esso tutte le sue critiche al comunismo – ipotesi contraddittoria rispetto alla struttura dell’opera e al metodo di lavoro da lui usato – mentre nel resto dei Quaderni nulla di tutto questo è rintracciabile, anzi vale l’esatto contrario? Secondo l’autore il quaderno mancante all’appello fu scritto nella clinica dopo la scarcerazione, ne è tanto convinto da affermare: «Sraffa, Gramsci vivo, sarà stato a conoscenza [del Quaderno] perché dei suoi contenuti i due amici avranno discusso nei colloqui dell’ultimo anno». Anche in questo caso non si comprende in base a quali documenti l’autore possa essere giunto a una tanto perentoria conclusione. Ecco un’altra affermazione contraddittoria di Lo Piparo: «È credibile un Gramsci che, fuori dal carcere e senza esplicite costrizioni censorie, non abbia sentito il bisogno di mettere per iscritto le sue riflessioni e deduzioni teoriche su quanto l’amico Piero gli andava raccontando degli sviluppi del comunismo?» Verrebbe da pensare che in carcere Gramsci non potesse scrivere criticamente del comunismo a causa della polizia fascista, mentre in clinica avrebbe avuto maggiore libertà. Forse Mussolini era sullo stesso fronte della barricata con Togliatti e Stalin per impedire a Gramsci di parlar male del comunismo? A suo dire, Togliatti, grazie alla «catena comunicativa» di Tania e Sraffa, sapeva della disistima nei suoi confronti di Gramsci, perché lo avrebbe ritenuto responsabile della famosa lettera di Grieco e delle «intempestive» campagne internazionali di stampa in suo sostegno. Anche in questo caso l’autore si guarda bene dal provare le sue affermazioni, limitandosi a dire «Togliatti era stato escluso dalla cura dei Quaderni». In realtà Gramsci, in carcere, aveva interrotto qualsiasi comunicazione diretta con i quadri del partito e del Comintern per non apparire più un dirigente comunista in attività e con alte responsabilità, per questo ritenne inopportuna la lettera di Grieco. L’accusa principale sarebbe riconducibile a un dissidio insanabile tra Gramsci e Togliatti rispetto alla linea assunta dal Comintern con il socialfascismo e all’«appiattimento» del partito italiano. In realtà l’autore dimostra di aver visionato le etichette dei Quaderni e studiato le incongruenze sulla loro numerazione, ma si è guardato bene dallo studiare dinamiche e storia del comunismo italiano e Internazionale. Se lo avesse fatto, avrebbe scoperto ad esempio che l’appiattimento in realtà non era tale, e anche quando, dopo interventi pesantissimi da Mosca, si determinò il suo allineamento, ciò fu dovuto all’impossibilità di rompere i rapporti in una fase drammatica, con tutto il suo gruppo dirigente (compreso il capo) in carcere, il trionfo interno e internazionale della dittatura fascista, l’esilio dei superstiti. Quando, al VI Congresso del Comintern del 1928, fu adottata la linea del «socialfascismo» (criticata da Gramsci) e Bucharin venne liquidato per la sua opposizione, proprio Togliatti fu l’unico membro dell’Esecutivo a intervenire, nel gelo e nel silenzio più assoluto, gli tolsero addirittura la parola, in sostegno alla sua relazione. Nell’altrettanto famoso VII Congresso del luglio 1935, che portò alla condanna del socialfascismo e spianò la strada alla politica dei «Fronti popolari» (ossia la linea di Gramsci) proprio Togliatti, insieme a Dimitrov, fu il protagonista della svolta, anticipando una posizione poi perseguita con continuità fino al ritorno a Salerno nel ‘44. Tutte cose di cui uno studioso dovrebbe tener conto, nemmeno sfiorate da Lo Piparo, affaccendato com’è a cercare vanamente il corpo del reato. Sicuramente, questa la mia conclusione, egli trova tanto fumo ma nessuna pistola.

 

 

 

 

 

 

Anche a sinistra nella politica domina l’immagine (La Nuova Sardegna,21 ottobre 2012)

È evidente a tutti la profonda crisi del sistema politico italiano e dei suoi partiti, eppure non stiamo parlando di “partiti storici”, bensì di organizzazioni nate recentemente, al massimo venti anni fa. Paradossalmente l’Italia ha insieme il sistema di partiti più giovane e maggiormente in crisi tra le nazioni europee, dove invece sono in campo organizzazioni storiche che affondano le loro radici non solo nel tanto detestato Novecento (il cosiddetto “secolo delle ideologie”), ma persino nell’Ottocento. I vecchi partiti (socialdemocratici, cristiano-democratici, liberali, conservatori o della sinistra di classe) di Paesi come Francia, Germania, Inghilterra, Austria, Spagna, Portogallo, continuano a rinnovare le rispettive classi dirigenti, senza per questo fondare nuove organizzazioni a ogni sussulto storico, e hanno uno stato di salute ben maggiore dei giovani ma acciaccati partiti nostrani. Tuttavia questo non è il solo paradosso italiano. In questi mesi in tanti celebrano la fine del berlusconismo, inteso come forma moderna di populismo conservatore, imperniato sull’abile uso della comunicazione di massa, l’adozione spregiudicata di parole d’ordine accattivanti sul piano mediatico, l’idea dell’uomo solo al comando («ghe pensi mi!») capace di risolvere,  grazie a doti individuali e storia personale, tutti i problemi che affliggono i cittadini. A guardare bene, se anche fosse vera la fine politica di Silvio Berlusconi, dovremmo comunque parlare di una vittoria postuma del berlusconismo, e non solo nel suo campo politico. Questo discorso vale almeno per due aspetti: la spettacolarizzazione mediatica della politica; la personalizzazione carismatica del messaggio politico. Sul primo non ho modo di soffermarmi per ragioni di spazio, ma basta guardare lo scenario attuale (traversate a nuoto dello stretto di Messina, monologhi con piglio da telepredicatore del sindaco che sta attraversando l’Italia in camper per portare il verbo della “gioventù al potere”, autonarrazioni familiari nelle quali dovrebbero riconoscersi gli italiani, a fianco di una pompa di benzina, e via dicendo) per vedere come il fenomeno non possa più essere circoscritto solo al campo del centro destra. Sul secondo, invece, la “berlusconizzazione” della politica italiana è evidente in primo luogo per un fatto: oggi la gran parte dei partiti politici italiani reca o ha portato nei rispettivi simboli il nome del proprio leader.  Ma la manifestazione più plateale di questa vittoria postuma viene dalle modalità con cui si sta conducendo la campagna per le primarie, dalle quali sta emergendo una insopprimibile, e insopportabile, tendenza al “culto della personalità” dei diversi candidati. Questa incarnazione nominalistica di una linea nella figura e nella biografia personale del leader, è un carattere di semplificazione del messaggio politico tipicamente berlusconiano, sulla cui efficacia è legittimo nutrire più di un dubbio. Se si pensa di risolvere il problema del rapporto di rappresentanza con forme attualizzate di cesarismo, evidentemente, non si è compresa o non si conosce la lezione della storia e ben poco si è capito dell’attuale crisi. La politica, se realmente vuole ricomporre la frattura tra rappresentati e rappresentanti, deve ricostruire questo rapporto su altre basi, realmente collegiali, piuttosto che assegnare deleghe passive al demiurgo di turno. Personalmente alla politica in mano ai capi carismatici preferisco l’idea dell’intellettuale collettivo, nella convinzione che le due cose non sono solo diverse, ma incompatibili. Possiamo discurere a lungo sull’attualità o inattualità di un pensatore come Gramsci, ma siamo realmente convinti che quanto abbiamo sotto gli occhi in questi giorni sia il tanto invocato rinnovamento, la risposta “nuova” alla cosiddetta crisi della politica?

Un’isola in ostaggio.

Un’isola in ostaggio.

La trattativa Stato-mafia come pratica organica e permanente di autodifesa nella storia repubblicana.

Rileggendo le pagine più oscure della storia italiana nella seconda metà del Novecento, emerge come la Sicilia, tra strategia della tensione, Mafia, servizi segreti, si situi al centro di trame di cui è possibile comprendere il senso storico senza però conoscerne completamente la verità processuale. Oggi quelle pagine tornano di attualità, per l’inquietante coinvolgimento dei massimi vertici dello Stato in una trattativa scellerata con la mafia nel vivo della sua più efferata azione stragista. Più in generale, esiste un problema di verità storica e processuale, che riguarda il ruolo di apparati dello Stato e di servizi stranieri, in un arco temporale assai più ampio. Come oramai è noto a tutti, l’attività invasiva dei servizi segreti americani sul territorio italiano è nata con lo sbarco in Sicilia del 1943. Qui si ha anche l’inizio vero e proprio della strategia della tensione con la strage di Portella della Ginestra. L’antefatto della strage del primo maggio 1947 risiede nelle elezioni del 20 aprile per l’Assemblea regionale, segnate da un inaspettato successo del Blocco del popolo – (PCI, PSI, Partito d’Azione), passato dal 21% del 2 giugno 1946 al 30,4% – un arretramento della DC, che perse quasi il 13% dei voti, e il ridimensionamento di Monarchici, Uomo Qualunque e Movimento per l’indipendenza della Sicilia, vale a dire, le forze dietro cui si concentravano i gruppi di latifondisti e possidenti decisi a bloccare la strada a qualsiasi ipotesi di mutamento nei rapporti sociali delle campagne. Un risultato che s’inseriva in un generale processo di crescita politica e sindacale delle masse contadine siciliane, sfociato nelle occupazioni delle terre incolte e nel movimento rivendicativo per la riforma agraria. La manifestazione del primo maggio, con il comizio sul «sasso sacro in memoria di Nicola Barbato», riprendeva una tradizione le cui origini risalivano al movimento dei fasci siciliani, una festa popolare, e quell’anno assumeva un significato del tutto nuovo e particolare. Gli undici morti e cinquantasei feriti lasciati sul terreno erano il primo emblematico atto della guerra mossa ai movimenti di rivendicazione sociale in Italia nel dopoguerra. Questo episodio conteneva già gran parte delle chiavi utili a comprendere i successivi cinquant’anni di violenze e stragi impunite, con tutto il loro carico di complicità e coperture, provenienti dalle forze di sicurezza dello Stato italiano e degli USA. Una strage annunciata, preceduta dagli omicidi dei sindacalisti a Ficarazza, Partinico e Sciacca. Per uno strano gioco del destino, sempre in Sicilia sembra terminare, o forse intraprendere altri percorsi, la storia della rete operativa Gladio. Tra le tante anomale articolazioni di Gladio, che meriterebbero attenzione e ulteriori approfondimenti – specie ora che riemerge con consistenza l’ombra inquietante dei servizi segreti sulla strage del giudice Borsellino e della sua scorta – c’è sicuramente il Centro Scorpione istituito dalla struttura di Gladio a Trapani nel 1987, proprio nel periodo in cui si celebrava il Maxiprocesso alla mafia (sviluppatosi tra il 10 febbraio 1986 e il 16 dicembre 1987). Le anomalie mai chiarite di questo centro sono molteplici, tuttavia, nel periodo e nel territorio in cui operò il Centro Scorpione vi furono alcuni omicidi eccellenti ed emblematici insieme: Giuseppe Insalacco (per tre mesi sindaco di Palermo nel 1984), protagonista di clamorose denunce delle collusioni tra mafia e politica, ascoltato anche dalla Commissione antimafia. Insalacco fu ucciso insieme al suo autista il 12 gennaio 1988. Dopo la morte fu trovato un suo memoriale in cui accusava diversi esponenti della DC palermitana, per la commistione con la mafia nel sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino; il giudice Antonio Saetta, impegnato in numerosi processi alla mafia. Saetta in particolare si trovò a presiedere il processo a Giuseppe Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonna, per l’uccisione al capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Il processo, conclusosi in primo grado con una sorprendente e molto discussa assoluzione, decretò, invece, in appello, la condanna degli imputati alla massima pena, nonostante i tentativi di condizionamento effettuati sulla giuria popolare, e, forse, sui medesimi giudici togati. Pochi mesi dopo questa sentenza, il 25 settembre 1988, il Giudice Antonio Saetta e il figlio Stefano vennero assassinati; Giovanni Bontate – fratello del boss Stefano, secondo i collaboratori di giustizia molto vicino ai vertici nazionali e regionali della DC, assassinato nel 1981 – coinvolto nel maxiprocesso e ucciso insieme alla moglie il 28 settembre 1988; Mauro Rostagno, impegnato nella lotta per il recupero dei tossicodipendenti in Sicilia e in prima linea nel denunciare gli intrecci tra mafia e politica, ucciso il 26 settembre del 1988. Ora, anche senza lasciarsi andare a troppe congetture, è quantomeno singolare che una struttura d’intelligencedotata di mezzi (persino un aereo e una pista d’atterraggio a propria disposizione), operante in quel territorio, non fosse stata in grado di reperire informazioni utili prima e dopo i diversi omicidi. Nella struttura peraltro operava un agente di spicco come Vincenzo Li Causi, coinvolto in diverse vicende poco chiare e dai profili decisamente illegali. Permangono insomma ampie zone d’ombra sulle effettive funzioni di questo centro operativo in una zona e in un periodo caldi, densi di avvenimenti drammatici. Dalla lettura degli atti sorgono spontanee quattro domande che ora, in una fase nella quale si discute con meno pudore della trattativa Stato-Mafia, sarebbe il caso di affrontare: la storia di Gladio, con la fine della guerra fredda, può dirsi realmente conclusa o semplicemente essa si è trasformata in altro? Può essere che la vicenda ad anello delle trame oscure in Italia in realtà non sia tale? Può essere che in Sicilia essa abbia avuto un primo ed un secondo inizio – conseguente al mutare dello scenario internazionale – piuttosto che un inizio ed una fine come in tanti hanno affermato? La storia italiana del dopoguerra è stata spesso interpretata con la chiave di lettura della «democrazia bloccata», in gran parte dei casi, ricondotta esclusivamente ai condizionamenti imposti dal fronteggiarsi sul piano internazionale dei due blocchi contrapposti. Se tutto questo trova puntuale conferma sul piano storico, non è comunque sufficiente a spiegare i limiti di funzionzmrnto democratico del Paese. Le pagine più oscure della «guerra a bassa intensità» combattute in Italia nell’epoca della guerra fredda avevano un concorso di cause solo in parte riconducibili a Roma, tuttavia, anche se si accettasse integralmente questa ipotesi, ciò chiamerebbe comunque in causa una debolezza congenita delle classi dirigenti italiane incapaci di resistere a sollecitazioni esterne di tale gravità. Una cosa è certa, l’utilizzo da parte dello Stato degli strumenti coercitivi legali e illegali e la pianificazione della strategia della tensione, per la difesa dello stato di cose esistenti, sono il segno evidente di un deficit di egemonia delle classi dirigenti in Italia.  La trattativa Stato-mafia non può certo essere circoscritta alla stagione stragista dei primi anni Novanta. Come è oramai appurata la sinergia tra apparati dello Stato ed eversione neofascista per difendere gli equilibri politico sociali, consolidatisi a partire dalle elezioni del 1948, così il rapporto con organizzazioni malavitose come la mafia è un dato organico della storia di questo Paese, specie nelle sue fasi di crisi. Come altre volte in passato, la magistratura ha iniziato a fare chiarezza su certe inconfessabili modalità, del tutto antidemocratiche, di autodifesa del potere politico in questo Paese. Chiarite le verita processuali, speriamo, su questo dovranno interrogarsi gli storici in  futuro, indagando senza blocchi e autocensure le storie individuali e collettive delle classi dirigenti italiane con tutte le loro contraddizioni. Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia sarebbe potuta essere un’occasione propizia per iniziare a farlo, purtroppo, in gran parte, si è preferita strada dell’agiografia, la rappresentazione retorica e oleografica di un grande album di famiglia nel quale tutti gli italiani avrebbero dovuto riconoscersi.

 

Gianni Fresu