A dialética entre a chamada Globalização e o Estado nacional.

A dialética entre a chamada Globalização e o Estado nacional.

Gianni Fresu

 “Revista Princípios”, n. 140, janeiro fevereiro 2016, pag. 65-74  (ISSN: 2358-0690), Editora Anita Garibaldi, São Paulo.

 

Os processos de mundialização da economia não são um fenômeno recente, mas uma tendência que atravessou em profundidade toda a fase de expansão da economia gerada desde a revolução industrial, e também, em formas diferentes, as fases precedentes. Não é casualidade o fato de Marx e Engels tratarem, já no Manifesto do Partido Comunista, do processo de internacionalização da produção, do consumo e do abastecimento das matérias primas. Uma condição de interdependência que determina novas exigências, envolvendo também a produção imaterial num processo que «das literaturas nacionais e locais se desenvolve para uma literatura mundial». Mas é, sobretudo, a própria universalização do modo de produção e distribuição burguesa que esclarece que a origem dos fenômenos geralmente definidos como “globalização” não é recente:

Com o rápido avanço de todos os instrumentos de produção, com as comunicações infinitamente mais cômodas, a burguesia atira na civilização a todas as nações mais bárbaras. Os baixos preços das suas mercadorias são a artilharia pesada com a qual derruba todas as muralhas chinesas e com que obriga à capitulação até a mais obstinada xenofobia dos bárbaros. Ela obriga todas as nações a adotar o sistema de produção da burguesia, ainda que não queiram introduzir nos seus países a chamada civilização, ou seja, tornarem-se burgueses. Numa palavra, ela cria um mundo à sua imagem e semelhança[1].

Eugenio Curiel: alle origini della nostra democrazia repubblicana. Intervento al Convegno “La figura e il pensiero di Eugenio Curiel nel 70° della sua uccisione”

Eugenio Curiel: alle origini della nostra democrazia repubblicana.

Intervento di Gianni Fresu al Convegno “La figura e il pensiero di Eugenio Curiel nel 70° anniversario della sua uccisione”

Università Statale di Milano, 7 marzo 2015.

Il settantesimo anniversario della morte di Curiel si tiene in un contesto segnato da una ripresa di interesse verso la storia della Resistenza, testimoniato dall’uscita di studi e biografie di valore (quelle su Longo, Secchia, Colorni e Grieco solo per fare qualche esempio) dedicate a protagonisti di questa storia. All’interno di tale rinascita storiografica, dopo decenni di oblio, anche Curiel sembra finalmente suscitare una attenzione nuova, il vostro Convegno e altre iniziative analoghe nelle settimane passate, ne sono il segnale più evidente. Mi scuso con tutti voi per non essere presente in questo momento tanto importante, al quale tenevo particolarmente, ma ragioni di lavoro e di ricerca mi hanno portato molto lontano dalla mia terra, rendendo praticamente impossibile, oltre che costosissima, una mia eventuale trasferta italiana. Per ragioni di tempo, e vista la forma della mia comunicazione, in questo intervento mi limiterò a svolgere alcune brevi considerazioni di carattere generale sul percorso politico-esistenziale dell’intellettuale triestino, rimandando per approfondimenti più organici alla monografia da me pubblicata lo scorso anno[1].

Quando decisi di intraprendere la mia ricerca e poi pubblicare il libro, alcuni mi misero in guardia dall’occuparmi di un tema che a loro dire avrebbe suscitato ben poco interesse al di fuori degli ambienti di addetti ai lavori e nessun riscontro sul piano accademico italiano. Non è stato così, fortunatamente, e dal novembre 2013 all’agosto del 2014 (data della mia partenza) il libro ha avuto una ventina di presentazioni, alcune anche all’estero (Lussemburgo e Londra), nelle quali le vicende di Eugenio Curiel hanno trovato accoglienza e suscitato un interesse del tutto inaspettato per me, sebbene non insperato.

Il nostro 11 settembre. Tra strategia della tensione e album di famiglia ritoccati.

Il nostro 11 settembre.  

Tra strategia della tensione e album di famiglia ritoccati. 

L’11 di settembre è una data marchiata col sangue sul calendario, oggi tutti la associamo all’attacco alle torri gemelle, ma fino al 2001 era l’esempio più lampante di cosa fosse capace una politica folle come quella messa in atto dal Governo degli Stati Uniti d’America nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. L’11 settembre del 1973 non è un unicum di questa storia, prima c’era stato il 31 marzo 1964 in Brasile, dopo il 24 marzo del 1976 in Argentina. Ma la “guerra sucia” non fu confinata agli esotici paesaggi dell’America Latina. Negli stessi anni e con la medesima regia, essa fu combattuta con uguale intensità anche in Italia e solo per un puro caso non celebriamo un nostro 11 settembre, in compenso nessuno di noi può dimenticare la data del 12 dicembre 1969.

La storia italiana del dopoguerra – con le limitazioni alla propria sovranità e l’interdizione ad una normale dialettica politica – è stata spesso interpretata alla luce del concetto di «democrazia bloccata». Tale concetto, in gran parte dei casi, è stato ricondotto esclusivamente ai condizionamenti imposti dal fronteggiarsi sul piano internazionale dei due blocchi contrapposti e alla conseguente articolazione interna di tale scontro, veicolata dai due grandi partiti di massa italiani: la DC e il PCI. Se tutto questo non può che trovare puntuale conferma sul piano storico, esso costituisce solo una parte, seppur quella predominante, delle cause di ingessatura democratica del paese. Sicuramente le pagine più oscure della «guerra a bassa intensità» combattute in Italia nell’epoca della guerra fredda avevano un concorso di cause solo in parte riconducibili a Roma, tuttavia, anche se si accettasse integralmente questa ipotesi, ciò chiamerebbe comunque in causa una debolezza congenita delle classi dirigenti italiane incapaci di resistere a sollecitazioni esterne di tale gravità. L’utilizzo da parte di apparati non secondari dello Stato di strumenti coercitivi legali e illegali e la pianificazione della strategia della tensione, per la difesa dello stato di cose esistenti, sono il segno evidente di un deficit di egemonia.

Il formarsi degli intrecci da cui si dipanano i rapporti tra violenza politica e potere nel secondo dopoguerra d’Italia si ha nello scenario definito nel 1947 dalla Dottrina Truman. Secondo Cucchiarelli e Giannulli, il «doppio Stato» nasce già all’indomani della liberazione parallelamente alla creazione della Repubblica. Una prima data emblematica in tal senso è il 31 maggio 1947, essa segna l’estromissione di PCI e PSI dal governo ed è successiva di sei mesi alla visita di De Gasperi a Washington. «Si archiviava definitivamente, quel 31 maggio 1947, la realtà politica uscita dalla Resistenza; cominciava una dura stagione della Repubblica». Più precisamente la “guerra politica segreta” – espressione che compare nei memorandum del National security Council (la struttura americana di “contenimento del comunismo”) – inizierebbe nell’autunno 1947.

 

Una guerra – sociale, economica, culturale, morale – non dichiarata; a “bassa intensità” militare ma ad alta valenza politica che fu combattuta nel nostro paese a partire dalla fine degli anni ’40 e, con graduazioni e modificazioni anche sostanziali, almeno fino agli anni ’70, quando l’evoluzione del quadro internazionale gli fece perdere gran parte del retroterra e degli obblighi internazionali che le motivavano e, con ampie strumentalizzazioni personali e politiche ai fini interni, la giustificavano[1]

 

“La guerra psicologica” contro il comunismo era ovviamente rivolta su due fronti: quello esterno riguardava essenzialmente l’URSS; quello interno mirava depotenziare la presenza dei comunisti in Occidente con una attenzione particolare rivolta a Italia e Francia. A tal fine Harry Truman da vita nel 1948 all’Nsc e quindi al «Piano Demagnetize».

Dall’analisi dei documenti emergerebbe non solo il ruolo protagonistico degli USA, ma anche l’assoluto coinvolgimento dello stesso governo italiano, il quale sarebbe perfino giunto a sollecitare un intervento armato dell’esercito americano, come risulterebbe da una risposta (negativa) della Casa Bianca al governo italiano del 20 aprile 1948. Tra le documentazioni, in gran parte rinvenute da Nico Perrone (De Gasperi e l’America. Un dominio pieno e incontrollato, Sellerio, Palermo, 1995) si fa riferimento anche agli “unvochered founds”, vale a dire i finanziamenti in nero.

Nel lavoro di Cucchiarelli e Giannelli  la nascita della rete Gladio/Stay behind, è ricondotta ad un’azione combinata di USA, Gran Bretagna e Italia dove il ruolo del Governo De Gasperi è tutt’altro che secondario o subordinato. In particolare vengono riportati stralci dell’incontro avvenuto a Roma il 29 dicembre del 1947, tra De Gasperi e Antony Eden nel quale il primo dichiarava di aver «incaricato uno dei nuovi vicepresidenti del Consiglio e leader del Partito repubblicano [Randolfo Pacciardi] di agire in qualità di presidente di una sorta di comitato per la difesa civile».

Nel contesto di «guerra a bassa intensità» che la contrapposizione per blocchi determinava, rientrava anche un disegno di legge presentato nell’ottobre 1950 dal Ministro dell’Interno Scelba inerente «disposizioni per la difesa della popolazione civile in caso di guerra o di calamità». Si trattava dell’attuazione dell’articolo 3 del Patto Atlantico , esso «impegnava i contraenti ad adottare, con uniformità criteri organizzativi, predisposizioni e misure atte a migliorare la resistenza interna».

La legge Scelba attribuiva al Ministero dell’Interno un ruolo di eccezionale preminenza nello stesso Consiglio dei Ministri e più in generale nel funzionamento degli apparati statali, dando vita ad una zona grigia  di sovranità parallela senza garanzie di verifica democratica. Attraverso il Disegno di Legge il Parlamento avrebbe dovuto concedere una ampia delega di poteri per una materia tanto delicata, come le garanzie della libertà dei cittadini e dei diritti civili più in generale, assegnando un ruolo debordante al Ministro dell’Interno sia per la sua centralità nel Governo sia la prerogativa riconosciutagli di scegliere personalmente, organizzare e dirigere, non solo la Polizia e Carabinieri ma anche una non ben identificata «milizia per la difesa civile».  In questo modo il Ministro sarebbe diventato titolare di prerogative e discrezionalità capaci di mettere in ombra lo stesso Presidente del Consiglio e sicuramente il Parlamento.

Nel 1951 a Washington De Gasperi sollecitò un’azione psicologica efficace per far comprendere che l’alleanza atlantica non era solo di tipo militare. Tra le azioni da condurre sul piano interno rientravano i licenziamenti dei lavoratori comunisti nel porto di Livorno, alla Fiat, negli arsenali di Taranto e La Spezia. Il segretario di Stato americano Dean Acheson a sua volta invitò il Ministro della difesa Pacciardi, sempre attivissimo su questo versante, a servirsi dell’aiuto dei due nuovi sindacati, CISL e UIL, nati nel 1950, per individuare e colpire i lavoratori comunisti che lavoravano per le imprese con commesse americane. Nel dicembre 1951-52 lo Psycological Strategy Board predispose il Piano Demagnetize, poi approvato dal segretario alla difesa nell’aprile. Esso prevedeva la creazione di una struttura di consultazione presso gli ambasciatori USA a Roma e Parigi, ed una serie di iniziative alcune delle quali erano qualificate come “operazioni paramilitari”.

 

La strategia della tensione ha rappresentato qualcosa di più del semplice succedersi delle stragi e dei connessi tentativi di colpo di Stato. Essa è stata, insieme, la più evidente manifestazione dei condizionamenti imposti alla sovranità del nostro Stato e il reagente che ha fuso in un’unica micidiale miscela le principali espressioni di devianza del potere (servizi deviati, poteri occulti, finanza corsara). Come scrive il giudice Guido Salvino: “tutti questi eventi non avrebbero potuto ripetersi se non fossero stati inquadrati in un disegno politico strategico comune, con tutta probabilità, il mantenimento del nostro paese nel campo dell’Alleanza Atlantica” [2].

 

Per iniziare a distinguere e riconoscere gli elementi di questa «micidiale miscela» la perizia della Commissione parlamentare stragi costituisce una pietra angolare. Soffermarsi in dettaglio sui risultati di tale perizia è fondamentale per poter poi affrontare il tema in termini più ampi, partendo però da un quadro storico e documentale solido ed attendibile. La documentazione attestante le modalità di contrasto del comunismo italiano è stata in gran parte pubblicata nella raccolta Foreign Relation of the United States, o sono comunque rintracciabili nei fondi del National Security Council. Il primo documento preso in esame è il rapporto del Nsc n.1/2  del 10 febbraio 1948.

Tale direttiva prevedeva, nell’ipotesi in cui la penisola italiana fosse caduta in mano ai comunisti, un’azione articolata in sette punti e predisponeva un piano per il concentramento di forze in Sardegna o in Sicilia (o in entrambe le isole), con il consenso del governo italiano e a seguito di consultazioni con l’Inghilterra. La Sardegna sarebbe dovuta essere la “Taiwan del Mediterraneo”. Anche una vittoria legale, e non solo l’insurrezione da parte del Blocco popolare, avrebbe messo a rischio gli interessi e la sicurezza degli USA e anche per questa ipotesi dunque era predisposto un piano di interventi basato sulla pianificazione militare congiunta con altre nazioni e la fornitura ai gruppi anticomunisti di piena assistenza finanziaria e militare.

Analoghi interventi erano presenti nelle direttive emanate dal Nsc del gennaio 1951, rispetto alle quali però è rimasto segreto il punto delle misure da adottare in caso di conquista legale del governo da parte del Pci, per alcuni omissis. Seguì poi il documento dell’Nsc 5411/2 in gran parte censurato.  Lo studio di tali documenti andava però integrata con altre disposizioni del Nsc definite «covert operations» del 18 giugno 1948. Si trattava di una serie di misure legali ed illegali rispetto alle quali non si sarebbe potuto e dovuto risalire alle responsabilità ultime del governo americano. Più precisamente la direttiva 10/2 parla di:

 

azioni preventive dirette, compresi sabotaggio, antisabotaggio, misure di demolizione ed evacuazione; sovversione contro Stati ostili, compresa assistenza a gruppi clandestini, gruppi di guerriglia e di liberazione di rifugiati, e appoggio ad elementi anticomunisti indigeni nei paesi minacciati del mondo libero[3].

 

Tali operazioni non includevano conflitti armati con forze militari riconosciute o riconoscibili, ma non escludevano certo l’impiego di metodi militari di contrasto. Il Nsc delegava per tali operazioni un settore della CIA denominato Office of Special Projects. La direttiva successiva del marzo 1954 prevedeva palesemente interventi di tale natura. In essa compare, sembra per la prima volta, l’espresione «Stay Behind» per indicare la struttura di contrasto anticomunista.

sviluppare la resistenza clandestina e facilitare operazioni coperte di guerriglia e di assicurare la reperibilità di quelle forze in caso di guerre, comprendendo, ovunque possibile, previsioni di una base in cui i militari possano espandere queste forze in tempo di guerra […] come a previsione di reti Stay Behind  e strutture per la fuga e l’esfiltrazione[4].

 

Nella stessa direzione operava il piano predisposto dalla commissione «C» del Psycological Strategy Board  per il governo italiano contro i cittadini di “orientamento sovversivo”. Esso prevedeva la rimozione dei comunisti dalle cariche amministrative, da scuole e università, degli enti assistenziali; la discriminazione delle ditte che impiegavano mano d’opera comunista; agire legislativamente e amministrativamente per prosciugare le fonti di reddito del PCI (interventi ad esempio finalizzati al fallimento delle cooperative e delle società import-export ad esso legate). Esso tuttavia prevedeva anche una serie di interventi del governo americano finalizzati a screditare il PCI e le organizzazioni ad essa legate; la distruzione delle figure di spicco e della rispettabilità del PCI; la compromissione dei comunisti che ricoprivano cariche pubbliche e la costruzione in laboratorio di scandali riguardanti i leader del PCI. Non è superfluo sottolineare, soprattutto se si tiene conto del dibattito storiografico-politico sulla Resistenza negli ultimi sessanta anni, che tale intervento espressamente si poneva l’obiettivo di screditare e sminuire il ruolo svolto dai comunisti nella liberazione dal nazi-fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Ma il documento che con maggior chiarezza delinea gli aspetti illegali dell’intervento – in caso di vittoria elettorale delle sinistre – è sicuramente il «supplemento B» al Field Manual 30-31, firmato il 18 marzo 1970 dal generale Westmoreland e sequestrato in una borsa della signora Maria Grazia Gelli nell’aeroporto di Fiumicino il 4 luglio 1981[5].

Mentre il Field Manual A si limitava a delineare le operazioni congiunte del governo USA e di quello ospite per garantirne la stabilità contro l’insorgenza, nel supplemento B, invece, si consideravano gli stessi enti del paese ospite come bersagli dei servizi dell’esercito USA. In questo supplemento era precisato che gli USA si sarebbero concessi una ampia gamma di flessibilità in materia di rapporti con il governo ospite, e a tal fine predisponeva operazioni di controinsorgenza «condotte in nome della libertà e della democrazia», nell’ipotesi di elezione di un governo ritenuto ostile. Nella definizione dei regimi da appoggiare si precisava la preferenza, di fronte all’opinione pubblica mondiale, verso il mantenimento di una «facciata democratica», anche non era certo una condizione imprescindibile per avere il sostegno del governo americano. Più in dettaglio, per soddisfare i criteri di sostegno USA, l’articolazione democratica doveva avere un prerequisito irrinunciabile, la posizione anticomunista sul piano interno e internazionale.

Per predisporre una relazione coerente con gli intendimenti del governo americano il «supplemento B» indicava come obiettivo il reclutamento di membri di spicco delle agenzie di sicurezza del paese ospite, in qualità di agenti dei servizi USA, sollecitando questa azione verso gli ufficiali dell’esercito. In questa sottolineatura si può chiaramente delineare l’origine del fenomeno a lungo manifestatosi dei cosiddetti «servizi deviati». La tipologia di intervento prevista era strettamente clandestina e segnata da una dichiarata spregiudicatezza operativa: veniva prevista l’opera di infiltrazione tra le fila dell’estrema sinistra da parte di agenti dei servizi per rendere tali organizzazioni protagoniste di azioni violente, atte a superare le timidezze o le passività del governo ospite verso le organizzazioni di ispirazione comunista. Dunque l’infiltrazione e l’utilizzo spregiudicato dei gruppi di estrema sinistra era finalizzato a suscitare un clima politico favorevole alle azioni di contrasto e repressione. Una modalità di intervento riemersa nel documento Notre action politique, sequestrato nel 1974 a Lisbona presso la Aginter Press, organismo che, dietro la copertura di agenzia giornalistica, nascondeva in realtà una struttura di spionaggio e di «cover actions»,  programmando l’instaurazione del caos in tutte le articolazioni dello Stato sotto la copertura di organizzazioni radicali comuniste.

Sempre su questo piano, nel 1975, la Commissione Rockefeller preparò per il presidente Ford un documento, desecretato nel 1977, denominato «Chaos» che aveva il preciso scopo di infiltrare gruppi, partiti e associazioni della sinistra extraparlamentare in Italia, Francia, Spagna e Germania Ovest. Si trattava di un’operazione nata nell’agosto del 1967 il cui termine era previsto nel 1973. In più di un approfondimento è stata rilevata una strana  coincidenza temporale tra queste operazioni e l’inizio della strategia della tensione in Italia, prima con gli attentati alla Fiera e alla Stazione di Milano, quindi con  la strage di piazza Fontana.

L’approfondimento di questo quadro è essenziale per fornire una panoramica articolata del tema violenza e politica nel secondo dopoguerra, sia perché serve a delineare il piano di azione in difesa dello stato di cose esistenti, sia perché esso ha imposto una serie di implicazioni che oggettivamente sono riuscite ad inquinare lo stesso sviluppo delle organizzazioni della sinistra in rapporto a questo tema. Il punto nodale consiste nel comprendere (ma questo spetta a una ricerca più approfondita per la cui realizzazione occorrono anni) quanto l’infiltrazione e la pressione interessata verso le organizzazioni di sinistra, in modo da favorire l’acuirsi dello scontro in termini militari, abbia influito sul piano teorico e pratico nella vita di queste organizzazioni.

La documentazione sequestrata nell’archivio della VII divisione del Sismi, darebbe una prima risposta alla domanda fondamentale che emerge dalla vicenda di Gladio: la struttura non era esclusivamente finalizzata a proteggere il territorio italiano  da una possibile invasione di eserciti nemici, ma aveva una proiezione interna tutta orientata al contrasto di una possibile vittoria elettorale, e al conseguente ingresso nell’area di governo, della sinistra. A questo compito se ne affiancava un altro legato alla necessità di bloccare agitazioni e movimenti potenzialmente in grado di influire sulla collocazione internazionale del paese e sui suoi assetti socio-politici. Questo smentirebbe le affermazioni di dirigenti della struttura e dei servizi segreti, così come dei politici  avvicendatisi alla direzione del Ministero dell’Interno, secondo i quali Gladio aveva solo una funzione di difesa da possibili aggressioni esterne. Al di là di quella documentazione, questa versione sarebbe smentita dalla stessa storia dei gruppi che hanno preceduto Gladio, a partire dalla Osoppo, e della stessa rete Stay Behind.

Così i dirigenti di Gladio periodicamente prendevano parte a stage negli Usa o in Gran Bretagna nei quali l’oggetto di studio era l’ideologia comunista e i diversi modi per contrastarne l’avanzata, sovversiva o democratica che fosse. La perizia curata da Giuseppe De Lutiis[6] riporta diversi appuntamenti di questo tipo. Anzitutto il corso tenutosi negli Usa tra l’ottobre e il novembre del 1957, al quale presero parte quattro ufficiali della rete, il cui tema di approfondimento era stato così sintetizzato dagli agenti italiani: «teoria e prassi del comunismo con particolare riguardo alle sue modalità di infiltrazione nei vari settori del paese, per la conquista democratica del potere. Le varie fasi per il consolidamento del potere in un territorio conquistato democraticamente e quelle per il consolidamento del potere in un territorio occupato militarmente». Ma oltre a questi corsi ci sono i verbali delle riunioni tra i capi di Gladio e i relativi documenti che attestano come l’obiettivo della difesa da aggressioni esterne diviene presto secondaria rispetto alla guerra psicologica interna.

A questa finalità rispondevano i corsi di «counter-insurgency», dedicati agli aderenti della struttura Stay Behind, e alle relative esercitazioni come l’operazione «Delfino». Documenti del 1963, recuperati dalla Commissione parlamentare stragi, attestano chiaramente l’esistenza di corsi organizzati segretamente da apparati dello Stato per addestrare militari e civili a svolgere azioni di natura non precisata contro partiti regolarmente costituiti e presenti nelle istituzioni democratiche.

Essi erano finalizzati alla operatività degli agenti in funzione propagandistica, di contro-propaganda e di disturbo, ma anche alla predisposizione di altri corsi per militari e civili in modo da sviluppare presso gli ufficiali delle Forze Armate un’azione coordinata con le finalità dell’operazione Stay Behind. È da sottolineare la coincidenza temporale tra i corsi e l’intensa attività di arruolamento di personale civile per scopi non ben definiti da parte del colonnello Renzo Rocca, a capo dell’Ufficio Ricerche economiche ed industriali (Rei) del Sifar. Un’organizzazione nata per salvaguardare la  segretezza dei brevetti industriali di settori strategici, specie quelli di armi, ma nella realtà prodigatasi a rastrellare finanziamenti “antisovversivi” tra i grandi industriali, da ripartire poi a partiti, correnti, giornali, gruppi e singoli politici. Il rastrellamento di risorse era compensato poi con commesse militari, appalti e licenze per l’esportazione di armi[7]. Nella relazione della Commissione parlamentare sui fatti del giugno luglio 1964, era stato chiarito che nell’estate del 1963 il colonnello Rocca si era recato in Liguria e Piemonte a prendere contatti con ex militari, ex paracadutisti, ex militi della X Mas al fine di arruolarli nella struttura informativa, per conto del Sifar. Tutta questa intensa attività di arruolamento e addestramento di nuclei speciali era strettamente legata ai movimenti del Generale De Lorenzo. Si trattava di nuclei d’azione allestiti e subito operativi pronti ad intervenire in vista del colpo di Stato.

Sicuramente dietro al Piano Solo non c’era solo Gladio, ma esisteva una organicità tra la struttura e i piani di golpe. Non a caso De Lorenzo, a capo del Sifar tra il 1958 e il ’62, è stato di fatto il fondatore di Gladio. Di certo non è ipotizzabile che l’uso spregiudicato dell’Arma dei carabinieri e del Sifar per funzioni politiche di contrasto anticomunista potesse essere sconosciuto all’organismo ufficialmente preposto a quell’attività. Com’è noto, è confermato dallo stesso generale De Lorenzo,  qualora il colpo di Stato fosse andato a buon fine, i cittadini compresi nella famigerata lista nera (politici, sindacalisti, uomini della cultura di sinistra) sarebbero stati deportati proprio nella base operativa di Gladio a Capo Marrargiu. In questa realtà si inseriva poi Convegno sulla «guerra rivoluzionaria», svoltosi all’Hotel Parco dei Principi di Roma il 3-4-5 maggio del 1965, che è estremamente importante perché in essa si avvia l’incrocio perverso tra Forze Armate, servizi e le nascenti organizzazioni dell’eversione neofascista

Prima di quest’appuntamento, tra il 15 e il 24 aprile del 1963, si svolse nei pressi di Trieste la famosa esercitazione per azioni di insorgenza e contro insorgenza denominata «Delfino». L’operazione doveva intervenire a «contenere i germi» di una possibile insorgenza da parte di gruppi estremistici nel nord Italia. In realtà, anche in questo caso, dai resoconti e dai documenti, emerge che l’esercitazione era mossa da valutazioni e previsioni di interevento su situazioni politiche che esulavano totalmente dalle prerogative di una istituzione militare. Così si prospettavano i rischi legati all’affermazione di una amministrazione di centro sinistra a Trieste, venivano formulate proiezioni sull’andamento elettorale del PCI e si prospettavano ambiti di intervento possibili (propaganda e comunicazione) per contrastarne l’avanzata in vista delle elezioni amministrative.

Questo insieme di elementi fornisce una conferma documentale e probatoria su una valutazione che in ambito politico era già una certezza: la limitazione costante della sovranità popolare e democratica nel nostro paese. Una limitazione espressasi attraverso l’esercizio sistematico della violenza che ha drogato il dibattito politico e condizionato la normale dialettica economico-sociale dell’Italia nel dopo guerra.

Questo condizionamento violento della vita democratica e del corretto funzionamento istituzionale, ha portato apparati dello Stato a servirsi del sabotaggio contro le istruttorie della magistratura  per l’individuazione di mandanti ed esecutori delle stragi. Apparati dello Stato hanno preso parte a tentativi golpistici, hanno condotto operazioni di provocazione politica, hanno svolto attività di fiancheggiamento sostegno ed in alcuni casi di direzione dell’attività terroristica, hanno favorito la fuga all’estero dei presunti responsabili. Non si può non tenere conto di tutto questo nel considerare le intricate vicende del terrorismo in Italia, perché verrebbe meno una premessa fondamentale senza la quale la semplice analisi storica e concettuale sarebbe parziale, per non dire inutile.

Oltre a presentare la rete Stay Behind come funzionale alla mera difesa da minacce esterne, gli alti ufficiali e i rappresentanti istituzionali coinvolti hanno cercato di limitare le proprie responsabilità attraverso il teorema delle «mele marce». Secondo questa tesi le violazioni della legalità e le più inquietanti zone d’ombra tra attività dello Stato ed eversione terroristica, sarebbero il risultato della spregiudicatezza operativa di cui singoli elementi dei servizi, rispetto alla quale né i vertici né la struttura più complessiva delle Forze Armate avrebbero colpe.

Anche su questo le indagini della Commissione parlamentare stragi hanno dimostrato altro, ponendo in luce non solo la responsabilità di singoli subalterni troppo zelanti, ma il coinvolgimento dell’intera catena di comando, così come è emersa la continuità storica delle “deviazioni operative”

Detta in altri termini, il turn over delle diverse generazioni di ufficiali dei servizi ha portato spesso le nuove leve a proseguire le attività illegali dei loro predecessori, pur nella consapevolezza che quel modo di operare era totalmente al di fuori dal diritto. Ciò è accaduto in diversi frangenti: nel 1968, quando i servizi hanno preparato il terreno alla stagione delle stragi, proprio mentre veniva alla luce lo scandalo Sifar di De Lorenzo; nel 1973, quando furono proprio i servizi ad attivare la rete delle organizzazioni eversive denominata Rosa dei venti, mentre emergevano le responsabilità oggettive di Piazza Fontana; nel 1978, quando i nuovi dirigenti dei servizi riformati ripresero da dove avevano lasciato i vecchi, proseguendo i tradizionali canali di illegalità, basti pensare alla strage di Bologna e a quella di Ustica.

Tra le tante continuità nell’azione dei servizi un posto d’onore spetta ai rapporti con la massoneria. Già Giuseppe Pièche – durante il fascismo  a capo della III sezione del Sim e uomo dell’Ovra – che nel dopoguerra è indicato come l’eminenza grigia del ministero dell’Interno, è stato a lungo Sovrano Gran Commendatore del rito scozzese di Piazza del Gesù. La perizia riporta lo stralcio di una lettera inviata da un importante massone del Grande Oriente che costituisce uno dei primi documenti capaci di portare luce sul fenomeno:

 

In occasione dell’Agape bianca tenutasi all’Hilton nella ricorrenza del 20 settembre, il fratello colonnello Gelli, della loggia “P”, avrebbe comunicato al fratello Salvini che il Gran Maestro avrebbe iniziato sulla spada quattrocento alti ufficiali dell’esercito al fine di predisporre un “governo dei colonnelli” sempre preferibile a un governo dei comunisti. Sarebbero anche stati iniziati o in via di esserlo anche alcuni grossi personaggi della DC[8] .

 

I riscontri oggettivi sul significato politico di questa iniziazione sono tanti, tra i vari, De Lutiis nella sua perizia cita la deposizione nel 1977,  al processo per la strage di piazza Fontana tenutosi a Catanzaro, del capo della polizia Vicari che parlò della minaccia di un golpe nell’estate del 1969 descrivendolo come uno dei più seri tentativi messi in opera al tempo.

A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta la loggia P2 diviene una realtà di confluenza e incontro tra figure eminenti della vita economica, politica, giudiziaria, militare ed eversiva del paese. In questo periodo si ha uno spostamento dei personaggi di spicco delle forze armate dalle logge tradizionali alla P2.

Alla P2 aderiscono tutti i generali coinvolti nel Piano Solo del giugno luglio 1964 (Giovanni Allavena, Luigi Bittoni, Romolo Dalla Chiesa, Franco Picchiotti) mentre gli stessi generali Aloja e De Lorenzo aderiscono alla loggia coperta all’obbedienza di Piazza del Gesù, la quale confluisce a sua volta nella P2 nel 1973. Nella P2 confluiscono anche le due anime dei servizi segreti che vengono definite da De Lutiis una apertamente golpistica (quella guidata da Vito Miceli) e una apparentemente più fedele alle istituzioni (quella del capo dell’ufficio D, generale Maletti). Così come per il «Piano Solo», anche i promotori del tentato golpe «Borghese» erano tutti aderenti alla loggia P2 (il generale Miceli, Filippo De Iorio, gli ufficiali dell’aeronautica Giuseppe Lo Vecchio e Giuseppe Casero). Sarebbero stati massoni anche lo stesso Borghese, il suo braccio destro Remo Orlandini e l’ex ufficiale dei parà Sandro Saccucci, che ebbe un ruolo di primo piano nel fallito golpe. Come è noto parteciparono al tentato golpe lo stesso Gelli e l’ammiraglio Torrisi, il cui nome sarebbe stato cassato dall’elenco degli aderenti alla P2 al momento della pubblicizzazione, per volontà del Sid, che lo consegnò alla magistratura.

Un passaggio nodale del rapporto tra massoneria e ambienti militari sarebbe rappresentato dalla riunione tenuta a villa Wanda convocata da Licio Gelli. A quella riunione presero parte il generale Palombo, comandante della divisione carabinieri Pastrengo di Milano, il colonnello Calabrese, il generale Picchiotti, comandante della divisione carabinieri Podgora di Roma, il generale Bittoni, comandante della brigata carabinieri di Firenze, il colonnello Musumeci, diventato nel 1978 capo dell’Ufficio controllo e sicurezza del Sismi, e il procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma Carmelo Spagnuolo. Pare che in quella riunione le aspirazioni golpiste dei congiurati passasse per un governo presieduto proprio dal magistrato Spagnuolo.

A metà degli anni settanta si sarebbe però determinato un mutamento di strategia nella P2, in linea con il cambiamento degli Usa che ebbe come conseguenza l’abbandono dei regimi fascisti di Portogallo e Grecia, caduti poi nel giro di pochi mesi. In questa fase (1976) Licio Gelli avanza il “Piano di Rinascita Democratica”, non propone più il colpo di Stato militare “modello sudamericano” a conclusione di una fase convulsa di destabilizzazione terroristica, ma una riforma istituzionale più morbida e meno traumatica nelle modalità di attuazione. Insomma il passaggio del testimone dai militari ai più sofisticati strumenti di conquista egemonica della società: giornali, partiti, movimenti d’opinione, intellettuali mobilitati. Questo non significa certo che Gelli e la P2 abbandonino le relazioni oscure con l’eversione neofascista e con gli ambienti golpisti di esercito e servizi segreti, anzi. La componente piduista nei servizi dopo la riforma del 1977 è ancora più spregiudicata e aggressiva nelle sue attività illegali. L’operato del Sismi tra il 1978 e l’81 con a capo Musumeci, Santovito e con l’organica attività di Pazienza (non inserito in alcun ruolo istituzionale eppure uomo chiave dei servizi), riesce a moltiplicare i versanti di deviazione e iniziative illegali, non limitandosi più a proteggere latitanti di destra e sospetti autori di stragi. Le trattative con camorra e BR per l’operazione di Cirillo, i depistaggi sulle indagini alla strage di Bologna del 2 giugno 1980, le macchinazioni a danno del Presidente della Repubblica erano tutti il segno di un’articolazione sempre più intensa da parte del Supersismi. Tuttavia, il versante più inquietante dell’attività dei servizi resta senz’altro quello relativo ai rapporti strettissimi con la galassia dei gruppi eversivi neofascisti: da Ordine nuovo al Movimento di azione rivoluzionaria; dalle Squadre di azione Mussolini a Ordine nero; dal Fronte nazionale alla Rosa dei venti, dai NAR a Terza posizione.

Come dimostrano le vicende del famigerato “Centro Scorpione”[9] di Trapani, messo in piedi dagli stessi protagonisti di Gladio proprio in concomitanza con il Maxiprocesso, in questa storia un altro versante fondamentale di approfondimento riguarda il ruolo delle organizzazioni malavitose, dunque la trattativa Stato-mafia non può certo essere circoscritta alla stagione stragista dei primi anni Novanta. Come è oramai appurata la sinergia tra apparati dello Stato ed eversione neofascista per difendere gli equilibri politico sociali, consolidatisi a partire dalle elezioni del 1948, così il rapporto con organizzazioni malavitose come la mafia è un dato organico della storia di questo Paese, specie nelle sue fasi di crisi. Come altre volte in passato, la magistratura ha iniziato a fare chiarezza su certe inconfessabili modalità, del tutto antidemocratiche, di autodifesa del potere politico in questo Paese. Chiarite le verita processuali, speriamo, su questo dovranno interrogarsi gli storici in  futuro, indagando senza blocchi e autocensure le storie individuali e collettive delle classi dirigenti italiane con tutte le loro contraddizioni. Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia sarebbe potuto essere un’occasione propizia per iniziare a farlo, purtroppo, in gran parte, si è preferita strada dell’agiografia, la rappresentazione retorica e oleografica di un grande album di famiglia nel quale tutti gli italiani avrebbero dovuto riconoscersi.

 

Gianni Fresu

 



[1] Paolo Cucchiarelli -Aldo Giannulli, Lo Stato parallelo. L’Italia oscura nei documenti e nelle relazioni della Commissione stragi.. Gamberetti Editrice, Roma 1997, pp. 32, 33.

 

[2] Ivi, pag. 13

[3] Direttiva dell’Executive Secretary dell’Office of special Projects al National Security Council, del 18 giugno 1948. Volume IV, pag. 545

[4] Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, XI Legislatura, Vol.VII, Tomo I, pp. 287-298.

[5] Ivi, pag. 288-295

[6]Lo straordinario approfondimento di Giuseppe De Lutiis, che raccoglie il lavoro dello storico per la Commissione parlamentare stragi, risultante dallo studio delle 105.000 pagine sequestrate dalla magistratura negli uffici del Sismi, ha trovato pubblicazione nel testo: G. De Lutiis, Il lato oscuro del potere, associazioni politiche e strutture paramilitari segrete al 1946 ad oggi, Editori Riuniti, Roma, 1996.

[7] Ruggero Zangrandi, Inchiesta sul Sifar, Editori Riuniti, Roma, 1970.

[8] Lettera del 23 settembre 1969 inviata all’agronomo Prisco Brilli, consigliere  dell’Ordine del Grande Oriente d’Italia, all’ingegnere Francesco Siniscalchi. Atti della commissione parlamentare sulla loggia P2.

[9] Tra le tante anomale articolazioni di Gladio, che meriterebbero attenzione e ulteriori approfondimenti – specie ora che riemerge con consistenza l’ombra inquietante dei servizi segreti sulla strage del giudice Borsellino e della sua scorta – c’è sicuramente il Centro Scorpione istituito dalla struttura di Gladio a Trapani nel 1987, proprio nel periodo in cui si celebrava il Maxiprocesso alla mafia (sviluppatosi tra il 10 febbraio 1986 e il 16 dicembre 1987). Le anomalie mai chiarite di questo centro sono molteplici, tuttavia, nel periodo e nel territorio in cui operò il Centro Scorpione vi furono alcuni omicidi eccellenti ed emblematici insieme: Giuseppe Insalacco (per tre mesi sindaco di Palermo nel 1984), protagonista di clamorose denunce delle collusioni tra mafia e politica, ascoltato anche dalla Commissione antimafia. Insalacco fu ucciso insieme al suo autista il 12 gennaio 1988. Dopo la morte fu trovato un suo memoriale in cui accusava diversi esponenti della DC palermitana, per la commistione con la mafia nel sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino; il giudice Antonio Saetta, impegnato in numerosi processi alla mafia. Saetta in particolare si trovò a presiedere il processo a Giuseppe Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonna, per l’uccisione al capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Il processo, conclusosi in primo grado con una sorprendente e molto discussa assoluzione, decretò, invece, in appello, la condanna degli imputati alla massima pena, nonostante i tentativi di condizionamento effettuati sulla giuria popolare, e, forse, sui medesimi giudici togati. Pochi mesi dopo questa sentenza, il 25 settembre 1988, il Giudice Antonio Saetta e il figlio Stefano vennero assassinati; Giovanni Bontate – fratello del boss Stefano, secondo i collaboratori di giustizia molto vicino ai vertici nazionali e regionali della DC, assassinato nel 1981 – coinvolto nel maxiprocesso e ucciso insieme alla moglie il 28 settembre 1988; Mauro Rostagno, impegnato nella lotta per il recupero dei tossicodipendenti in Sicilia e in prima linea nel denunciare gli intrecci tra mafia e politica, ucciso il 26 settembre del 1988. Ora, anche senza lasciarsi andare a troppe congetture, è quantomeno singolare che una struttura d’intelligencedotata di mezzi (persino un aereo e una pista d’atterraggio a propria disposizione), operante in quel territorio, non fosse stata in grado di reperire informazioni utili prima e dopo i diversi omicidi. Nella struttura peraltro operava un agente di spicco come Vincenzo Li Causi, coinvolto in diverse vicende poco chiare e dai profili decisamente illegali.

 

 

Alcune letture consigliate:

AA/VV, Dimensioni del terrorismo politico, Angeli, Milano 1979;

 

AA/VV, La guerra dei sette anni, Dossier sul bandito Giuliano, Rubettino, 1997

 

AA/VV Le parole e la lotta armata.  Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e Svizzera, a cura di Primo Moroni, Universale Shake, Milano, 1999.

 

AA/VV Sulla violenza: politica e terrorismo, Savelli, Roma, 1978

 

D. Barbieri, Agenda nera: trent’anni di neofascismo in Italia / Daniele Barbieri. Roma, Coines, 1976.

 

F. Battistelli, Gli italiani e la guerra, Carocci, Roma 2004;

 

Emanuele Bettini Gladio la Repubblica parallela Ediesse, Roma, 1996.

 

L. Bonanate, La politica internazionale fra terrorismo e guerra, Laterza Roma-Bari 2004

 

Silvia Casilio, Il cielo è caduto sulla terra! Politica  e violenza nell’estrema sinistra in Italia. Edizioni Associate, Roma, 2005.

 

L. Castellano, a cura di. Aut. Op. La storia e i documenti dell’ Autonomia organizzata, Savelli, Perugina, 1980

 

C. Carr, Terrorismo, Mondadori, Milano 2002;

 

R. Chiarini, P. Corsini, Da Salo a piazza della Loggia: blocco d’ordine, neofascismo, radicalismo di destra a Brescia, 1945-1974 /. Milano, F. Angeli, 1983.

 

Giorgio Cingolati, La destra in armi : neofascisti italiani tra ribellismo ed eversione /. Roma, Editori riuniti, 1996.

 

A. M. Dershowitz, Terrorismo, Carocci, Roma 2003;

 

Giuseppe De Lutiis, Il lato oscuro del potere, associazioni politiche e strutture paramilitari segrete al 1946 ad oggi, Editori Riuniti, Roma, 1996

 

Donatella della Porta, Il terrorismo di sinistra., Il Mulino, Bologna, 1990.

 

M. Flores, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, Milano 2005;

 

I. Fetscher, Terrorismo e reazione, Il Saggiatore, Milano 1979.

 

M. Fossati, Terrorismo e terroristi, Bruno Mondadori, Milano 2003;

 

W. Laqueur, Il nuovo terrorismo, Corbaccio, Milano 2002;

 

A cura di A. Natoli, Antifascismo e partito armato. Crisi di egemonia ed origini del terrorismo. Ghiron, Genova, 1979.

 

M. Juergensmeyer, Terroristi in nome di Dio, Laterza, Roma-Bari 2003.

 

L. Napoleoni, La nuova economia del terrorismo, Marco Troppa, Milano 2004.

 

N. Perrone, De Gasperi e l’America. Un dominio pieno e incontrollato, Sellerio, Palermo, 1995.

 

C. Reuter,  Storia e psicologia del terrorismo suicida, Longanesi , Milano 2004.

 

Umberto Santino La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l’emarginazione della sinistra. Rubettino 1997.

 

G. Vettori, a cura di. La sinistra extraparlamentare in Italia, Newton Compton, Roma, 1974.

 

“Madonna evoluzione” e materialismo storico: il rapporto Gramsci-Labriola

Madonna evoluzione” e materialismo storico: il rapporto Gramsci-Labriola

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International Gramsci Society
III Convegno internazionale di studi
Antonio Gramsci un sardo nel “mondo grande e terribile”
(Cagliari-Ghilarza-Ales 3-6 maggio 2007)

Di Gianni Fresu

La distanza di Antonio Gramsci dalle matrici filosofiche positiviste e del determinismo economico ha trovato più di una trattazione autorevole, tuttavia, ritornare su tale tema non è mai superfluo, almeno se si vuole cogliere uno degli elementi più caratteristici dell’elaborazione teorica gramsciana maggiormente presenti nel dibattito marxista del Novecento.
Nelle diverse fasi della sua attività, Gramsci ha sempre individuato nell’impostazione filosoficamente angusta data dai teorici della Seconda Internazionale al movimento socialista mondiale, uno dei limiti che maggiormente ha influito sulle deficienze socialismo italiano. Quando, tra Ottocento e Novecento, il marxismo si affermò nel movimento operaio, esso fu veicolato da intellettuali in gran parte dei casi giunti a Marx attraverso Darwin e lo studio positivistico delle scienze sociali. La diffusione del marxismo nel movimento operaio tedesco trovò due veicoli straordinari nel settimanale «Sozialdemocrat», pubblicato a Zurigo sotto la supervisione di Whilelm Liebknecht, e nella «Neue Zeit» nata nel settembre del 1882 a Salisburgo attorno a Kautsky, Liebknecht, Bebel e Dietz.
La «Neue Zeit» si affermò come la prima rivista teorica di un partito operaio e divenne il principale organo di approfondimento del marxismo nella Seconda Internazionale ; sull’opera di diffusone del marxismo da parte di questa rivista influì enormemente l’impostazione culturale dei suoi fondatori, nella quale il rapporto stesso con il marxismo risultava mediato dalle suggestioni positiviste, dalla fiducia nella scienza e nel progresso, dal primato assoluto attribuito alle scienze sociali. La storia di questa rivista, dei suoi dibattiti, delle sue svolte, è nei fatti la storia del marxismo della Seconda Internazionale, di cui Ernesto Ragionieri ha fornito una sintetica quanto efficace definizione: «Per marxismo della II Internazionale si intende in genere, una interpretazione ed elaborazione del marxismo che rivendica un carattere scientifico alla sua concezione della storia in quanto ne indica lo sviluppo in una necessaria successione di sistemi di produzione economica, secondo un processo evolutivo che soltanto al limite contempla la possibilità di rotture rivoluzionarie emergenti dallo sviluppo delle condizioni oggettive » .
Per Gramsci il marxismo è stato un momento fondamentale della cultura moderna capace di fecondare alcune correnti assai importanti al di fuori del proprio campo. Ciò nonostante, i «marxisti ufficiali» di fine Ottocento trascurarono questo fenomeno, perché il tramite tra il marxismo e la cultura moderna era rappresentato dalla filosofia idealista . Nelle sue note Gramsci ritornò più volte sulla doppia revisione subita dal marxismo tra Ottocento e Novecento: da un lato alcuni suoi elementi furono assorbiti da certe correnti idealistiche (Croce, Sorel, Bergson); dall’altra i cosiddetti «marxisti ufficiali», preoccupati di trovare una filosofia che contenesse il marxismo, la trovarono nelle derivazioni moderne del materialismo filosofico volgare o anche nel neo-kantismo. I «marxisti ufficiali» hanno cercato al di fuori del materialismo storico una concezione filosofica unitaria proprio perché la loro concezione si basava sull’idea dell’assoluta storicità del marxismo, come prodotto storico dell’azione combinata della rivoluzione francese e della rivoluzione industriale, mentre ne ignoravano completamente la matrice filosofica tedesca. In un tale contesto, all’interno del panorama marxista italiano, Labriola era per Gramsci il solo ad essersi distinto nel porre il marxismo come filosofia indipendente ed originale e aver cercato di «costruire scientificamente» la filosofia della praxis. Nei Quaderni 3 e 11, Gramsci definisce «stupefacente» il fatto che Trockij parlasse di dilettantismo in rapporto al marxismo di Labriola. In questa posizione egli vedeva un riflesso della «pedanteria pseudoscientifica» di intellettuali tedeschi come Kautsky, tanto influenti nella tradizione della socialdemocrazia russa e delle opinioni di Plechanov. In queste note si rilevava come la tendenza dominante avesse creato due correnti: una riconducibile al «materialismo volgare» ben rappresentato proprio da Plechanov, incapace per Gramsci di impostare il problema della cultura filosofica di Marx e dunque il tema delle «fonti del marxismo»; una tendenza opposta, sebbene creata dalla prima, impegnata a coniugare il marxismo con Kant, secondo cui, in ultima analisi, «il marxismo può essere sostenuto o integrato da qualsiasi filosofia». Nella «fase romantica della lotta», la poca fortuna di Labriola nella pubblicistica della socialdemocrazia, era dovuta all’eccessiva sottolineatura delle armi più immediate e dei problemi della tattica politica. Il quadro mutò al momento di edificare lo Stato socialista:

Dal momento che esiste un nuovo tipo di Stato, nasce concretamente il problema di una nuova civiltà e quindi la necessità di elaborare le concezioni più generali, le armi più raffinate e decisive. Ecco che Labriola deve essere rimesso in circolazione e la sua impostazione del problema filosofico deve essere fatta predominante. Questa è una lotta per la cultura superiore la parte positiva della lotta per la cultura che si manifesta in forma negativa e polemica con gli a-privati e gli anti- (anticlericalismo, ateismo ecc.). Questa è la forma moderna del laicismo tradizionale che è alla base del nuovo tipo di Stato .

Per Gramsci con lo sviluppo delle forze produttive e l’assunzione da parte della classi subalterne di funzioni dirigenti e non più delegate, le posizioni più primitive e meccanicistiche del marxismo andavano necessariamente superate. In questo sforzo di maturazione, Gramsci attribuiva proprio all’impostazione del problema filosofico di Labriola una funzione centrale, al punto da affermare che essa sarebbe dovuta divenire predominante. A tal fine in una nota del Quaderno 8 è indicato il compito di uno studio obbiettivo e sistematico sulla dialettica di Labriola, capace do chiarire il suo percorso dalle originarie posizioni herberteriane e antihegeliane al materialismo storico.
Indagare le ragioni per le quali il marxismo è risultato assimilabile, per alcuni suoi aspetti non trascurabili, tanto all’idealismo quanto al materialismo volgare era secondo Gramsci un compito estremamente complesso, perché avrebbe dovuto non solo chiarire quali elementi fossero stati assorbiti «esplicitamente» dall’idealismo e da altre correnti di pensiero, ma anche svelare gli assorbimenti «impliciti» e non confessati. Il marxismo, infatti, è stato un momento della cultura, un’atmosfera diffusa che in quanto tale ha modificato, spesso inconsapevolmente, i vecchi modi di pensare. Costruire una storia della cultura moderna dopo Marx ed Engels, perché di ciò si trattava, richiedeva uno studio rigoroso degli insegnamenti pratici lasciati in dote dal marxismo a partiti e correnti di pensiero ad esso avverse. La ragione per la quale gli «ortodossi» della Seconda Internazionale hanno operato una combinazione della filosofia della praxis con altre filosofie e concezioni, andava ricercata nella necessità di combattere tra le masse popolari i residui del mondo precapitalistico, derivanti in particolare dalla concezione religiosa. Il marxismo aveva contemporaneamente il compito di combattere le ideologie più elevate delle classi colte, e di far uscire le masse da una cultura ancora medievale ponendole in condizione di produrre un proprio gruppo di intellettuali indipendenti dalla cultura delle classi dominanti. Proprio questo secondo compito di carattere pedagogico ha finito per assorbire gran parte delle energie «quantitative» e «qualitative» del movimento:
Per «ragioni didattiche», la nuova filosofia si è combinata in una forma di cultura che era un po’ superiore a quella media popolare (che era molto bassa), ma assolutamente inadeguata per combattere le ideologie delle classi colte, mentre la nuova filosofia era nata per superare la più alta manifestazione culturale del tempo, la filosofia classica tedesca, e per suscitare un gruppo di intellettuali proprii del nuovo gruppo sociale di cui era la concezione del mondo
Antonio Labriola arrivò al socialismo attraverso un lungo e meditato percorso di avvicinamento filosofico e politico, che lo distingue fortemente dai teorici della «Neue Zeit», con i quali si trovò in più riprese a polemizzare, avanzando l’esigenza di un diverso approccio al marxismo, da lui definito «comunismo critico». Nelle sue dispute contro il «dilettantismo di tanti neofiti della causa socialista», Labriola si contrappose alle combinazioni spurie tra il marxismo e le costruzioni forzatamente unitarie e sistemiche, proprie del positivismo e dell’evoluzionismo applicato alle teorie sociali. Uno dei prodotti storici più nefasti della cultura del tempo era per Labriola il verbalismo, vale a dire un culto smodato delle parole che porta a corrodere il senso reale e vivo delle «cose effettuali», a occultarle, a trasformarle in termini, parole e modi di dire astratti e convenzionali:
Il verbalismo tende sempre a chiudersi in definizioni puramente formali; porta le menti nell’errore, che sia cosa facile il ridurre in termini e in espressioni semplici e palpabili l’intricato e immane complesso della natura e della storia; e induce nella credenza che sia cosa agevole il vedersi sott’occhi il multiforme e complicato e complicatissimo intreccio delle cause e degli effetti, come in ispettacolo da teatrino; o a dirla in modo più spiccio, esso oblitera il senso dei problemi perché non vede che denominazioni .
Quando il verbalismo si unisce alle supposizioni teoretiche di una falsa contrapposizione tra materia e spirito, immediatamente pretende di spiegare tutto quel che riguarda l’uomo facendo affidamento al solo calcolo degli interessi materiali fino a contrapporre questi agli interessi ideali e ridurre meccanicamente i secondi ai primi. La causa di questo modo d’intendere il materialismo storico era riconducibile all’impreparazione e all’improvvisazione di tanti intellettuali scopertisi propugnatori del marxismo, i quali hanno cercato di spiegare agli altri ciò che essi stessi non avevano ancora compreso a pieno, estendendo alla storia le leggi e i modelli concettuali che avevano trovato proficua attuazione nello studio e nella spiegazione del mondo naturale ed animale. Ma la storia dell’uomo riguarda i processi attraverso i quali questo soggetto può creare e perfezionare i suoi strumenti di lavoro e tramite gli strumenti modifica l’ambiente in cui è inserito fino a crearne uno nuovo e artificiale che a sua volta reagisce e produce molteplici effetti sopra di lui; la storia, secondo l’uso della parola, vale a dire quella parte del processo umano che si esprime nella tradizione e nella memoria, inizia quando la creazione di questo terreno artificiale si è già prodotta, quando l’economia è già in funzione. La scienza storica ha per suo oggetto fondamentale proprio la conoscenza di questo terreno artificiale, delle sue forme originarie, delle sue trasformazioni, e solo l’abuso dell’analogia e la fretta di arrivare a delle conclusioni, può portare a dire che tutto questo non è se non parte e prolungamento della natura. Dunque, secondo Labriola, mancano tutte le ragioni per ricondurre questo processo evolutivo riguardante l’uomo e il suo ambiente, appunto la storia, alla pura e semplice lotta per l’esistenza, non c’é ragione per confondere il darwinismo con il materialismo storico, né di rievocare e servirsi di una qualunque forma, «mitica, mistica o metaforica», di fatalismo. Pertanto è priva di fondamento quell’opinione che tende a negare ogni ruolo alla volontà e che pretende di sostituire al volontarismo l’automatismo. La tendenza a trasformare in pedanteria e «novella scolastica» qualunque trovato del pensiero, piuttosto che dedicarsi alla ricerca critica, ha fatto si che «la fantasia degli inesperti d’ogni arte e ricerca storica e lo zelo dei fanatici, trovasse stimoli ed occasioni persino nel materialismo storico a foggiare una nuova ideologia e a trarre da esso una nuova filosofia della storia sistematica, cioè schematica, ossia a tendenze e a disegno» . Per Labriola invece il materialismo storico non è, e non pretende di essere, la visione intellettuale di un grande piano o disegno, ma è un metodo di ricerca e concezione. Le critiche più varie dei detrattori delle teorie di Marx ed Engels, hanno esercitato i loro effetti più nefasti proprio tra i socialisti ed in particolare tra quei giovani intellettuali che tra gli anni 70 e 80 si dedicarono alla causa del movimento operaio:
Molti dei focosi rinnovatori del mondo di quel tempo lì, si misero sulla via di proclamarsi seguaci della teoria marxista pigliando proprio per moneta contante il marxismo più o meno inventato dagli avversari» ed è così che questi «mescolando cose vecchie a cose nuove arrivarono a credere, che la teoria del sopravvalore, come si presenta solitamente semplicizzata in semplici esposizioni, contenesse hic et nunc il canone pratico, la forza impulsiva, anzi la morale e la giuridica legittimità di tutte le rivendicazioni proletarie .
Tra gli anni 70 e 80 si formò un neoutopismo – mosso da un’idea malsana della «filosofia universale», nella quale il socialismo doveva essere ben inserito come la parte nella visione del tutto – letteralmente, il brodo di cultura nel quale trovarono il giusto microclima tutti gli spropositi del determinismo socialista. In una lettera scritta a Turati , Labriola descrisse il percorso filosofico che lo aveva condotto a Marx, affermando che se anche poteva dirsi socialista da non più di dieci anni, era in grado comunque di dichiarare – grazie ai suoi studi e alla sua attività accademica – di aver già fatto per tempo i conti con il positivismo, il neokantismo e che pertanto tutto poteva fare tranne che farsi ribattezzare da Darwin e Spencer. Egli non pretese di ricevere dal marxismo l’ABC del sapere e non cercò se non quel che esso conteneva, vale a dire la sua critica dell’economia politica, i lineamenti del materialismo storico, la politica del proletariato enunciata. Per Luigi Dal Pane Labriola vide nel materialismo storico «il punto di partenza di impensati svolgimenti», perché nelle opere di Marx ed Engels il materialismo era un filo conduttore, una linea di tendenza, non la concatenazione dogmatica di principi espressi in forma precisa e, soprattutto, definitiva:
Di fatto il Marx e l’Engels non pensarono a compiere un lavoro sistematico di organizzazione della nuova dottrina e, nei vari momenti della loro vita, secondo le circostanze che li spronavano, fermaron la mente ora sopra uno, ora sopra l’altro aspetto della vita umana storica, senza un ordine logico prestabilito e rigoroso. Avvenne così che segnarono qualche grande schema, alcune linee maestre, veramente utili ed importanti per chi abbia la capacità di farle rivivere, di poco rilievo invece per chi le enuncia in una forma astratta .
Il marxismo dunque non come formula astratta, data dalla distinzione netta e dalla successione matematica tra categorie economiche ideologiche, bensì una «concezione organica della storia» come unità e totalità della vita sociale, nella quale anche l’economia, anziché «estendersi astrattamente a tutto il resto», è concepita storicamente . Labriola si formò nella Napoli protagonista della seconda fioritura dell’hegelismo, si avvicinò a Marx avendo già nel suo bagaglio filosofico una profonda conoscenza della dialettica . Per Labriola in ciò andava ricercata la distinzione tra la sua concezione della filosofia della prassi e quella dei tanti intellettuali marxisti-positivisti della nuova generazione, responsabili, a suo dire, di confondere «la linea di sviluppo che è propria del materialismo storico, (…) con quella malattia celebrale che da anni già ha invaso i cervelli di quei molti italiani che parlano ora di una madonna evoluzione, e l’adorano» . Ecco un punto essenziale individuato da Labriola sul quale Gramsci ritorna più volte: l’incontro tra positivismo e marxismo e la volgarizzazione deterministica di questo, ha tra le varie cause il fatto che la dialettica hegeliana fosse in gran parte dei casi totalmente sconosciuta a quanti si posero a propugnare il marxismo.
Questa lettura trova un’autorevole conferma nel Poscritto alla seconda edizione del Capitale del 1873, dove Karl Marx – pur richiamandosi alla critica condotta trent’anni prima al «lato mistificatore della dialettica hegeliana» – sentiva il bisogno di prendere le distanze dai «molesti, presuntuosi e mediocri epigoni» che al tempo si permettevano di trattare Hegel come «un cane morto». In questo poscritto, oltre ad ammettere di avere «civettato qua e là» col modo di esprimersi peculiare a Hegel, nella parte relativa alla teoria del valore, Marx si professava apertamente scolaro del «grande pensatore» . Ma lo scritto più importante da questo punto di vista è sicuramente il Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca del 1888, nel quale Engels sentì il bisogno di ripartire dagli elementi essenziali della dialettica hegeliana per riaffermarne il primato rispetto alle concezioni del materialismo più rozzo e meccanico. Engels si prese la briga di ritornare sul progetto che nel 1845 lui e Marx si erano proposti di realizzare: fare i conti con la loro stessa formazione filosofica, riaffrontare la concezione ideologica della filosofia tedesca.
Significativamente, Engels fece iniziare la pubblicazione del suo saggio su Feuerbach sulla «Neue Zeit» proprio mentre venivano pubblicate le ultime puntate del saggio di Kautsky su La miseria della filosofia, nel quale questa concezione era ampiamente e sistematicamente esposta. Nel Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia tedesca, Engels si richiamò al «vecchio Hegel», e al carattere rivoluzionario della sua dialettica, riconoscendo nel movimento operaio tedesco l’erede della filosofia classica tedesca. Questo richiamo sulla formazione filosofica del socialismo scientifico, costituiva secondo vari studiosi – primo fra tutti Ernesto Ragionieri – una risposta di Engels alle concezioni delle nuove leve che si accostavano al marxismo .
Antonio Labriola costituiva un caso a parte nel panorama del socialismo italiano sia per la sua formazione filosofica, sia per essere a conoscenza del dibattito più avanzato in seno alla Seconda Internazionale. Così, se nel Ludwig Feuerbach il tributo e il costante richiamo alla filosofia di Hegel assumeva un significato polemico nei confronti della nuova vulgata socialista, la critica alle imperdonabili semplificazioni di questa era ancora più esplicita in una lettera del 27 ottobre 1890:

Quel che manca a tutti questi signori è la dialettica. Essi vedono sempre e solamente qui la causa, là l’effetto. Non arrivano a vedere che questa è una vuota astrazione, che nel mondo reale simili contrapposizioni metafisiche polari esistono soltanto nei momenti di crisi, ma che l’intero grande corso delle cose si svolge nella forma dell’azione e reazione reciproca, anche se di forze molto ineguali, tra cui il movimento economico è di gran lunga il più forte, il più originario, il più decisivo; essi non arrivano a capire che niente è assoluto e tutto è relativo. Per essi Hegel non è esistito .

Tuttavia la chiarificazione più interessante in proposito è contenuta in uno scambio di vedute tra Engels e Marx in due lettere scritte tra l’8 e il 9 maggio del 1870. Nella prima lettera Engels si lamentò con Marx perché Wilhelm Liebknecht, in qualità di editore, decise di aggiungere in glossa marginale alla sua pubblicazione La guerra dei contadini una precisazione (non richiesta e soprattutto non condivisa) su Hegel. Questo commento fece andare su tutte le furie Engels, il quale, dopo aver definito Liebknecht «animale» e la glossa un’autentica «stupidaggine» così di espresse:

Costui commenta ad vocem Hegel: al largo pubblico noto come scopritore(!) e elogiatore (!!) dell’idea dello Stato (!!!) regio-prussiana (…) questo somaro che per anni s’è tormentato sulla ridicola antitesi fra diritto e potere senza capacitarsi, come un soldato di fanteria montato su un cavallo bizzarro e chiuso in un galoppatoio, quest’ignorante ha la sfrontatezza di voler liquidare un tipo come Hegel con la parola prussiano e di dar a intendere al pubblico che l’abbia detto io. Ne ho abbastanza ora se W[ilhelm] non pubblica la mia dichiarazione, mi rivolgerò ai suoi superiori, al comitato, e se anche costoro cercheranno di manovrare, proibirò l’ulteriore pubblicazione. Meglio non pubblicato affatto che essere in tal modo proclamato asino da W[ilhelm]» Non meno dura è la risposta del 10 maggio da parte di Marx: «Ieri ho ricevuto l’accluso foglietto di Wilhelm. Incorreggibile artigiano zoticone tedesco-meridionale.(…) gli avevo detto che, se su Hegel non era in grado di far altro se non ripetere le vecchie porcherie di Rotteck e Welckler, se ne stesse piuttosto zitto. Questo egli lo chiama trattare Hegel un po’ meno cerimoniosamente ecc., e, se lui scrive scemenze sotto i saggi di Engels, Engels allora può ben (!) dire cose più particolareggiate(!!). costui è davvero troppo stupido
A sua volta, Marx, rispondendo alla lettera di Engels liquidò l’intera vicenda definendo Liebknecht «incorreggibile artigiano zoticone tedesco-meridionale» . Al di là del caso specifico, questo modo di intendere il materialismo storico era per Engels, come per Marx, frutto di un fraintendimento grossolano, ciò trova la sua conferma più chiara nella lettera scritta a Bloch il 20 settembre del 1890.

Secondo la concezione materialistica della storia il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu mai affermato né da Marx né da me. Se ora qualcuno travisa le cose, affermando che il fattore economico sarebbe l’unico fattore determinante, egli trasforma quella proposizione in una frase vuota, astratta, assurda. La situazione economica è la base ma i diversi momenti della soprastruttura (…) esercitano pure la loro influenza sul corso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano la forma in modo preponderante. Vi è azione e reazione reciproca in tutti questi fattori, ed attraverso di essi che il movimento economico finisce per affermarsi come elemento necessario in mezzo alla massa infinita di cose accidentali (…) se non fosse così l’applicazione della teoria a un periodo qualsiasi della storia sarebbe più facile che la semplice equazione di primo grado .

Tutte le tendenze deterministe del materialismo storico hanno trovato poi cittadinanza nella parte generale del programma di Erfurt del 1891 – scritto proprio da Kautsky – non solo votato dalla socialdemocrazia tedesca, ma presto divenuto un’importante assunto teorico per tutti gli altri partiti socialisti, compreso quello italiano . Se da un lato, sull’affermarsi di certe interpretazioni tra gli anni Ottanta e Novanta, hanno influito le concrete esigenze del movimento operaio, dall’altra sicuramente ha avuto una certa importanza anche il fatto, che la tesi sull’inevitabilità della fine del modo di produzione capitalistico, come una «necessità storica», pareva offrire un’adeguata spiegazione alla grande depressione di quegli anni. Lo stato d’instabilità e la vulnerabilità della società borghese, create dalla più grande crisi della produzione capitalistica fino ad allora, unito al peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori per quasi vent’anni, sembrarono una materializzazione delle teorie sulla «miseria crescente» e della «crisi finale» .
Ma per tornare a Gramsci, nelle sue note, Labriola è un costante punto di riferimento, se vogliamo l’antidoto, contro i denunciati limiti filosofici del socialismo tra Ottocento e Novecento. Nei Quaderni il giudizio è netto: la superstizione del progresso scientifico ha seminato illusioni e concezioni talmente ridicole ed infantili da «nobilitare la superstizione religiosa», ha fatto nascere l’attesa verso un nuovo messia che avrebbe realizzato sulla terra il «paese di Cuccagna» senza l’intervento della fatica umana ma solo per opera delle forze della natura e dei meccanismi del progresso resi sempre più perfezionati. Questa infatuazione puerile per le scienze in realtà nascondeva la più grande ignoranza sui fatti scientifici, sulla specializzazione dei suoi rami disciplinari, e dunque finiva per caricare di attese il mito del progresso scientifico trasformato in una «superiore stregoneria». Il determinismo fatalistico e meccanicistico è caratteristico di una fase ancora contraddistinta dalla subalternità di determinati gruppi sociali, costituisce una sorta di «aroma ideologico immediato», una sorta di eccitante o religione necessitata appunto dal carattere subalterno del gruppo sociale. La concezione meccanicistica è per Gramsci «la religione dei subalterni». Nel marxismo la scissione tra teoria e prassi corrisponde alla separazione tra intellettuali-dirigenti e masse, cioè ad una fase in cui l’iniziativa ancora non è nella lotta, e il determinismo, la convinzione nella razionalità della storia, divengono una forza di resistenza morale e coesione. Ma tutto questo cambia nel momento in cui il subalterno diviene dirigente, se prima era una «cosa» ora diviene una «persona storica, un protagonista, se ieri era irresponsabile perché resistente a una volontà estranea, oggi sente di essere responsabile perché non più resistente ma agente e necessariamente attivo e intraprendente». Il determinismo meccanico può essere spiegato come «filosofia ingenua» della massa, tuttavia quando viene innalzato a filosofia dagli intellettuali «diventa causa di passività, di imbecille autosufficienza, e ciò senza aspettare che il subalterno sia diventato dirigente e responsabile» . Secondo Gramsci sono proprio i residui di meccanicismo – che portano a considerare la teoria come un «complemento accessorio» della prassi, come «ancella della pratica» – ad aver impedito nel marxismo un pieno sviluppo della questione relativa all’unità tra teoria e prassi.
L’indisponibilità a scendere a patti con le matrici culturali del socialismo positivista costituisce un dato costante dei diversi momenti dell’elaborazione gramsciana; il numero unico de «La Città Futura», interamente scritto da Gramsci nel febbraio del 1917, riconosciuto da gran parte degli studiosi come il punto d’arrivo della sua formazione giovanile, ne è un esempio. In esso Gramsci saluta il dissolvimento del mito socialista della fede cieca in tutto ciò che è accompagnato dall’attributo «scientifico», una superstizione che tende a relegare l’intervento dell’uomo ad un ruolo subalterno e passivo, in virtù del quale il raggiungimento della società modello deve basarsi sui postulati di un positivismo filosofico mistico, nei fatti «aridamente meccanico» e ben poco scientifico. Di questo mito era rimasto per Gramsci un ricordo sbiadito nel riformismo di Claudio Treves definito un «balocco di fatalismo positivista le cui determinanti sono energie sociali astratte dall’uomo e dalla volontà».
Il mito pseudoscientifico del positivismo socialista aveva nei confronti della vita lo stesso approccio di chi osserva da lontano una valanga nella sua irresistibile caduta: vede l’unità, l’effetto, ma non il molteplice di cui l’uomo è la sintesi. Dunque, la débâcle della scienza nel socialismo, o per meglio dire del suo mito, ha per Gramsci il significato di un profondo rinnovamento che porta il proletariato a riacquistare la coscienza del suo ruolo non più schiacciato dal peso di leggi naturali infrangibili. «Alla legge naturale, al fatale andare delle cose degli pseudo-scienziati è stata sostituita: la volontà tenace dell’uomo» .
Ampiamente rappresentativo di questo percorso di definizione teorica sono alcuni altri articoli come il noto La rivoluzione contro il «Capitale» e soprattutto l’articolo immediatamente successivo, intitolato La critica critica, nel quale Gramsci risponde alle accuse di volontarismo che gli vengono mosse dal versante riformista. Claudio Treves in particolare, in un articolo su «Critica Sociale», aveva denunciato «la spaventosa incultura della nuova generazione socialista italiana», colpevole di aver sostituito il volontarismo al determinismo. A Treves, Gramsci risponde che «la nuova generazione», leggendo è studiando pubblicazioni scritte in Europa dopo la stagione d’oro del positivismo, ha preso definitivamente coscienza del fatto che «la stelirizzazione operata dai socialisti positivisti» sull’opera di Karl Marx, non solo non si è rivelata una grande conquista di cultura, ma non si è neanche accompagnata a grandi conquiste nella realtà. Treves al posto dell’uomo individuale realmente esistente pone il determinismo e riduce il pensiero di Marx «a uno schema esteriore, a una legge naturale, fatalmente verificantesi all’infuori della volontà degli uomini», rende il marxismo una dottrina dell’inerzia del proletariato.
Gramsci rivendica «alla nuova generazione» la volontà di ritornare alla genuina dottrina di Marx, «per la quale l’uomo e la realtà, lo strumento di lavoro e la volontà, non sono dissaldati, ma si identificano nell’atto storico», e per la quale «i canoni del materialismo storico valgono solo post factum, per studiare e comprendere gli avvenimenti del passato e non debbano diventare ipoteca sul presente e sul futuro» .
Le deformazioni operate sull’opera di Marx dal parte del marxismo ufficiale portavano la grave responsabilità di averne mortificato la vitalità, di aver trasformato il senso più profondo del materialismo storico in «parabole» scandite da imperativi categorici ed indiscutibili al di fuori da qualsiasi categoria di spazio e tempo. Per Gramsci Marx non era né un messia né un profeta, bensì uno storico e in ragione di ciò il marxismo andava epurato da tutte le successive incrostazioni metafisiche e ricollocato nella sua giusta dimensione, per coglierne il valore generale e trarne un metodo, questo sì scientifico, di valutazione storica. Prima di Marx – annota Gramsci – «la storia era solo dominio delle idee. L’uomo era considerato come spirito, come coscienza pura. Due conseguenze erronee derivavano da questa concezione: le idee messe in valore erano spesso arbitrarie, fittizie. I fatti cui si dava importanza erano aneddotica, non storia. Con Marx la storia continua ad essere dominio delle idee, dello spirito, si sustanziano, perdono la loro arbitrarietà, non sono più fittizie astrazioni religiose o sociologiche. La sostanza loro è nell’economia, nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produzione e di scambio. (…) è inutile l’avverbio marxisticamente, e anzi esso può dare luogo ad equivoci e ad inondazioni fatue e parolaie. Marxisti, marxisticamente… aggettivo e avverbio logori come monete passate per troppe mani» .
Tutto questo aveva una conseguenza fondamentale nella svalutazione dell’intervento attivo e cosciente delle grandi masse popolari, nell’attribuzione ad esse di un ruolo subordinato nei confronti delle contraddizioni immanenti alle leggi dell’economia capitalistica, quindi verso la capacità dei dirigenti politici del movimento operaio di saperle leggere. In questa svalutazione risiedono le premesse del fallimento della stagione rivoluzionaria del biennio rosso ed insieme della reazione delle classi dominanti che gli ha fatto seguito.
Quando, in una fase di «crisi organica», «il vecchio muore e il nuovo non può nascere», può esserci inettitudine non solo nella classe dirigente al potere, ma anche in quella che si pone, o dovrebbe porsi, come la sua negazione: nonostante la crisi di autorità del regime liberale nel dopoguerra. La diffusione del marxismo in Italia non andò oltre un certo grado di sviluppo e il partito del proletariato si mostrò incapace di assumere un qualsiasi ruolo positivo cadendo vittima della sua inerzia. Gramsci trova la rappresentazione esemplare di questa «crisi organica» nel discorso tenuto in Parlamento da Claudio Treves il 30 marzo 1920: secondo Treves la «crisi del regime» è dovuta al fatto che esso non può più imporre il suo ordine alle masse e queste contemporaneamente non possono ancora imporre il loro, perché la rivoluzione non è un qualcosa che si fa in un dato momento ma è come un lento processo naturale di erosione che si svolge in uno stato febbrile di irrequietudine delle masse. Per Treves l’espiazione della borghesia per le sue colpe, consiste nel fatto che l’agonia degli ordinamenti economici e politici esistenti non può essere accorciata da una rivoluzione immediata, ma deve passare attraverso una via crucis lunga e penosa destinata a durare anni. Dietro a questa rappresentazione apocalittica di Treves si nascondeva per Gramsci la paura di assumere una qualche responsabilità concreta e con essa la mancanza di un qualsiasi legame del partito con le masse, l’incapacità a comprenderne i bisogni fondamentali, le aspirazioni, le energie latenti:
C’era una grandezza sacerdotale in questo discorso, uno stridore di maledizioni che dovevano impietrire di spavento e invece furono una grande consolazione, perché indicavano che il becchino non era ancora pronto e Lazzaro poteva risorgere .

L’Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

L’Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

L’uscita dell’edizione anastatica dei Quaderni è una tappa fondamentale del lungo lavoro scientifico attorno all’opera, realizzata tra il febbraio del 1929 e il 1935 da Antonio Gramsci, compiuto con rigore e dedizione da più generazioni di studiosi avvicendatisi dal dopoguerra fino a oggi: Felice Platone, Valentino Gerratana, Gianni Francioni.

La prima edizione tematica Platone-Togliatti realizzata tra 1948 e il ’51 e costituì una delle più importanti operazioni culturali di tutto il dopoguerra, i Quaderni furono un’autentica rivelazione per tutta la politica e la cultura nel nostro Paese, a prescindere dalla collocazione ideologica. Oggi in tanti hanno da ridire sull’arbitrarietà del riordino tematico di questa edizione, Lo Piparo ci vede addirittura la prova della malafede di un Togliatti tutto intento censurare Gramsci, in realtà, almeno io la penso così, si trattò di un’operazione estremamente intelligenete che consentì un approccio graduale a un’opera tanto complessa, favorendone la circolazione. Personalmente ritengo che, ancora oggi, quest’edizione sia la più appropriata per chi intenda avvicinarsi la prima volta ai Quaderni senza restare travolto dalla struttura frammentaria di questi.

Il secondo passaggio fu l’edizione critica curata da Valentino Gerratana nel 1975, che segna la maturità degli studi gramsciani e il tentativo di pubblicare i quaderni secondo l’ordine di realizzazione seguito dall’autore.

Per quanto riguarda l’edizione anastatica curata da Gianni Francioni, che riproduce non solo in maniera fedele la successione cronologica dei Quaderni, ma anche i manoscritti originali comprensivi di tutte le loro parti, copertine incluse, essa è stata realizzata nel 2009 dal gruppo editoriale «L’Unione Sarda» e dall’Istituto Treccani, su proposta della Fondazione Siotto e con l’indispensabile sostegno della Fondazione Gramsci. Un esempio assai importante di sinergia tra realtà diverse, in anni di ristrettezze finanziarie a sostegno delle operazioni culturali, che ha anticipato la nuova edizione nazionale dei Quaderni in corso di realizzazione, consentendo a tutti di possedere a un prezzo modico un’opera curata in ogni dettaglio, sia sul versante scientifico, sia su quello della fattura tipografico-editoriale.

L’idea stessa di associare l’uscita settimanale dei singoli volumi a un quotidiano di larga tiratura (seppur regionale), quindi la loro disponibilità in tutte le edicole è stata una felice iniziativa di promozione culturale che ha consentito all’opera di varcare la soglia degli ambienti riservati agli addetti ai lavori.

L’Edizione anastatica è un passaggio decisivo di questo lungo lavoro, sviluppato nel corso dei decenni, teso in primo luogo a favorire la conoscenza e la diffusione dell’opera gramsciana, quindi a rispettarne il rigore filologico. Essa è stata realizzata seguendo il più fedelmente possibile la cronologia dei quaderni e il ritmo di sviluppo degli studi e delle riflessioni realizzate da Gramsci.

Quest’ultima edizione, oltre a dare a tutti l’opportunità di misurarsi con la più fedele riproduzione dei Quaderni, dunque con la stessa grafia minuta «tonda e regolare» di Antonio Gramsci, costituisce uno strumento indispensabile per chi intenda realizzare uno studio scientifico sulle sue riflessioni..

La chiarezza della grafia, farebbe presupporre una lettura piana dei manoscritti, non è così, essa è resa complessa dal metodo di lavoro di Gramsci, ossia dalla sua tendenza a lavorare contemporaneamente su più quaderni, affrontando argomenti estremamente diversificati, sebbene logicamente concatenati, attraverso note in alcuni casi sintetiche, quasi dei promemoria, in altri estese ed approfondite, magari ulteriormente sviluppate e poste in connessione con altri plessi tematici in parti o quaderni successivi. Proprio questa struttura frammentaria, che nella lettura spinge naturalmente a seguire l’affinità tematica degli argomenti, rende arduo il proposito di rispettare l’effettiva cronologia del testo. Per questo l’apparato di note e gli studi realizzati attorno a quest’opera rappresentano una fondamentale bussola di orientamento per non perdersi nel Mare magnum di un’opera tanto complessa.

Nell’edizione anastatica trovano finalmente la loro giusta collocazione le traduzioni delle novelle dei fratelli Grimm curate da Gramsci agli inizi della sua carcerazione, una fase segnata da enormi difficoltà di concentrazione e avvio del piano di lavoro. Era infatti impossibile un rapporto dialogico con altri soggetti, necessario ad evitare un lavoro troppo autoriflessivo; era difficilissimo ottenere i mezzi per studiare con continuità e scrivere secondo un ordine razionale.

Lo sconforto conseguente alle prime disordinate letture gli fanno dubitare sulle reali possibilità di riuscita del progetto. Così in una lettera a Tania, il 23 maggio 1927, annunciava di volersi dedicare a due attività con scopo terapeutico come gli esercizi ginnici e le traduzioni dalle lingue straniere:

Un vero e proprio studio credo mi sia impossibile, per tante ragioni non solo psicologiche ma anche tecniche; mi è molto difficile abbandonarmi completamente a un argomento o a una materia e sprofondarmi solo in essa, proprio come si fa quando si studia sul serio, in modo da cogliere tutti i rapporti possibili e connetterli armonicamente. Qualche cosa in tal senso forse incomincia ad avvenire per lo studio delle lingue, (…) ora leggo le novelline dei fratelli Grimm. Sono proprio deciso a fare dello studio delle lingue la mia occupazione predominante.

Al di là dell’aspetto “terapeutico”, queste traduzioni sono importanti anche sul piano biografico. In una lettera alla sorella Teresina del 18 gennaio 1932, Gramsci scriveva di voler dare un suo piccolo contributo allo sviluppo della fantasia dei nipoti ricopiando e spedendo loro le traduzioni dei fratelli Grimm:

una serie di novelline popolari proprio come quelle che ci piacevano tanto quando eravamo bambini. Sono un po’ all’antica, alla paesana, ma la vita moderna, con la radio, l’aeroplano, il cine parlato, Carnera, ecc. non è ancora penetrato abbastanza a Ghilarza perché il gusto dei bambini d’ora sia molto diverso dal nostro di allora.

Pur provenendo dalla tradizione tedesca, le novelle, ambientate in boschi fitti e tenebrosi popolati di spiriti, streghe e folletti, non erano distanti dalla tradizione orale della fantasia popolare sarda e sembravano plasmarsi perfettamente sull’atmosfera della sua terra e del suo paese, un luogo, sono parole di Gramsci, «dove esisteranno sempre tipi all’antica come tia Adelina e Corroncu e le novelle avranno sempre un ambiente adatto». Il mondo di quelle fiabe gli riportava a memoria le scorribande d’infanzia nelle vallate tra Ghilarza e Abbasanta, quando, suggestionato dalle letture d’avventura, non usciva mai di casa senza avere in tasca chicchi di grano e fiammiferi avvolti nella tela cerata, nella malaugurata eventualità di finire in un’isola deserta. Queste traduzioni, rimasero escluse dalla pubblicazione delle precedenti edizioni dei Quaderni. La presente edizione ha il merito filologico di restituirle alla loro collocazione originaria, fornendo un quadro più esaustivo allo studio completo dell’opera.

L’interesse di Gramsci per la linguistica risale ai tormentati anni dello studio universitario nella grande Torino, resi difficili da salute cagionevole e disponibilità economiche che rasentavano la miseria più assoluta. Il giovane sardo attirò subito l’attenzione di uno dei più importanti studiosi di glottologia del tempo, Matteo Bartoli, e intensificò i rapporti con il docente di letteratura Umberto Cosmo, in passato professore al Liceo Dettori di Cagliari. Bartoli in particolare lo incoraggiò nello studio della linguistica sarda. Così non è inusuale trovare lettere ai familiari riguardanti questo tema. In una destinata al padre del 3 gennaio 1912 chiedeva quando nel dialetto fonnese la s «si pronuncia dolce, come in italiano rosa» e «quando dura, come sole», in altre destinate alla sorella chiedeva di informarsi circa alcune peculiarità del logudorese e del campidanese, su termini, pronunce, varianti. Non è dunque un caso se nei Quaderni tanta attenzione sia dedicata alla glottologia e in generale alla linguistica. Dopo anni di militanza e un’intensa attività teorico-politica, le traduzioni di queste prime note dal carcere avevano un valore propedeutico, oltre che terapeutico, necessarie all’inizio di un lavoro «disinteressato» rispetto al quale le condizioni ambientali non aiutavano. È ancora una lettera a Tania del 15 settembre 1930, nella quale considerazioni personali e di studio si mischiano, ad accennarlo:

sarà perché tutta la mia formazione intellettuale è stata di ordine polemico; anche il pensare disinteressatamente mi è difficile, cioè lo studio per lo studio. Solo qualche volta, ma di rado, mi capita di dimenticarmi in un determinato ordine di riflessioni e di trovare per dir così, nelle cose in sé l’interesse per dedicarmi alla loro analisi. Ordinariamente mi è necessario pormi da un punto di vista dialogico o dialettico, altrimenti non sento alcuno stimolo intellettuale

Al di là di questa valutazione autocritica, tratto caratteristico della personalità di Gramsci, le traduzioni e gli studi di linguistica sono condotti con assoluto rigore filologico, curiosità intellettuale e un metodo oggi analizzato con grande attenzione dagli specialisti della materia. Nel comunicare in una lettera la volontà di dedicarsi ad uno studio sistematico della linguistica comparata,  egli confessò alla cognata Tania che uno dei suoi maggiori rimorsi intellettuali era «il dolore procurato al buon professor Bartoli dell’Università di Torino»,  ma gli avvenimenti del «mondo grande, terribile e complicato», che precedettero e seguirono la guerra, avevano spinto il giovane intellettuale sardo, come tanti della sua generazione, a trovare nell’impegno politico una nuova ragione di esistenza per la quale valeva la pena di rischiare tutto, compresa la vita.

Il terzo Quaderno di traduzioni, oltre a proseguire lo studio sui ceppi linguistici di Franz Nikolaus Finck, contiene le traduzioni delle Conversazioni con Goethe di Eckermann. Le Conversazioni raccolgono le memorie del grande poeta e scrittore tedesco attraverso i colloqui con il suo segretario Joahn Peter Eckermann. Goethe è stato definito un genio universale per la versatilità del suo estro manifestatosi in diversi campi del sapere, poesia, letteratura, scienza, filosofia. Eckermann tramite i ricordi ne ricostruisce l’universo ideale, il mondo e i valori, fino a tratteggiare un affresco biografico ritenuto uno dei più grandi patrimoni della letteratura occidentale, tanto da essere definito da Niezstche «il miglior libro tedesco mai scritto». Goethe è una figura sistematicamente presente nei Quaderni come nelle lettere. Per Gramsci ogni nazione ha un letterato che ne riassume in qualche modo la gloria intellettuale, Shakespeare per l’Inghilterra, Cervantes per la Spagna, Dante per l’Italia, Goethe per la Germania. Tuttavia solo Shakespeare e Goethe possono ritenersi figure intellettuali operanti anche nell’età contemporanea, autori attuali, per la loro capacità «d’insegnare come dei filosofi quello che dobbiamo credere, come poeti quello che dobbiamo intuire (sentire), come uomini quello che dobbiamo fare». In Goethe Gramsci intravede una forza politico-culturale capace di varcare il suo tempo e imporsi al presente: «solo Goethe è sempre di una certa attualità, perché egli esprime in forma serena e classica ciò che nel Leopardi è ancora torbido romanticismo», rappresenta la fiducia nell’attività creatrice dell’uomo in una natura vista non come nemica e antagonista. La lettura delle Conversazioni con Goethe nella condizione di detenzione accomuna l’esperienza di Gramsci con quella di un grande critico letterario francese vissuto negli stessi anni, Jacques Rivière. Nel Quaderno I Gramsci riporta alcuni stralci delle Impressioni di prigionia, scritte dallo storico editore della «Nouvelle Revue Française» e pubblicate nel 1928, tre anni dopo la sua morte. In esse Rivière raccontava le vessazioni subite durante la prigionia nella prima guerra mondiale, in particolare l’umiliazione patita nel corso di una perquisizione nella sua cella, quando vennero sequestrate le sue poche cose e soprattutto l’unico libro che aveva con sé, appunto le Conversazioni con Goethe. Gramsci ha trascritto le sensazioni di disperazione e angoscia del francese per lo stato brutale e incerto di una prigionia, vissuta come un’ineliminabile «stretta al cuore», nella quale si è costantemente esposti a ogni tipo di angheria e la condizione di oppressione fisica e psichica diviene insopportabile. Un’angoscia, testimoniata da tutto il carteggio delle lettere, condivisa dall’intellettuale sardo che non a caso concluse queste note scrivendo del pianto in carcere «quando l’idea della morte  si presenta per la prima volta e si diventa vecchi d’un colpo».

In una famosa lettera scritta alla cognata Tania Schucht il 19 marzo 1927 dal carcere di Milano, Gramsci avanzava l’esigenza di dedicarsi ad un lavoro di ricerca «disinteressato» capace di occuparlo intensamente. Questo brano costituisce un ponte tra l’analisi sulla Questione meridionale e quella dei Quaderni ed è la prima esposizione del piano di lavoro ipotizzato per gli anni di detenzione. Già nel primo Quaderno, il tema dei rapporti tra Settentrione e Meridione è indagato con una prospettiva storica che comprende le dinamiche del Risorgimento italiano e la funzione politica degli intellettuali. Per Gramsci l’Unità si è realizzata attraverso una relazione squilibrata dove l’arricchimento e l’incremento industriale del Nord dipendevano dall’impoverimento del Mezzogiorno. Egli parla di uno sfruttamento semicoloniale occultato da tutta una letteratura che spiegava l’arretratezza del Sud con l’incapacità organica, l’inferiorità biologica, la barbarie congenita dell’uomo meridionale. Un Meridione liberato dal giogo borbonico, ritenuto fertile e ricco di risorse naturali, e ciò nonostante incapace di emanciparsi dalla miseria e dall’arretratezza per ragioni tutte interne al Meridione stesso. Un Sud «palla al piede» che impediva al Nord un più rapido progresso verso la modernità industriale e la ricchezza economica. Nel Quaderno uno è analizzato un tema organico all’intera opera, la debolezza delle classi dirigenti italiane: l’arresto dello sviluppo della civiltà comunale e la mancata formazione di uno Stato unitario moderno, i limiti del Risorgimento e l’assenza di una compiuta dialettica parlamentare in età liberale, il fenomeno del trasformismo. Il Risorgimento, tuttavia, è lo snodo analizzato maggiormente nel primo Quaderno, a iniziare dal fallimento delle prospettive democratiche del partito di Mazzini e dalla capacità egemonica dei Moderati di Cavour, i veri protagonisti dell’unificazione nazionale per l’intellettuale sardo. Il problema tutto italiano del «trasformismo» non era per Gramsci semplicemente un fenomeno di malcostume politico, bensì un preciso processo di cooptazione con il quale, dal Risorgimento in poi, si è ottenuto un consolidamento del potere politico attraverso la decapitazione e l’assorbimento dei gruppi avversi allo Stato. L’importanza di queste analisi, che tratteggiano i termini essenziali di una “biografia nazionale”, è notevole sia per la storia che per la scienza politica e in esse sono contenute alcune tendenze che ciclicamente ricorrono nella vita politica italiana, specie nelle sue fasi di crisi. Ma l’originalità di tale analisi risiede nel comprendere che ogni sistema di potere si regge non solo sull’uso della forza ma anche sul consenso, sulla capacità di formare sul piano culturale e sociale ciò che comunemente viene definito “opinione pubblica”: la funzione essenziale degli intellettuali in una società moderna, il grande tema della società civile come articolazione organica di ciò che genericamente si intende per Stato.

Come accennato, nel carcere di Turi l’8 febbraio 1929, più di due anni dopo l’arresto, avvenuto l’8 novembre del 1926, Gramsci aveva iniziato la stesura dei Quaderni. In carcere lo studio è un metodo di resistenza all’abbruttimento intellettuale, strumento di sopravvivenza sia fisica che politica. Come ha scritto Valentino Gerratana, dalla tensione tra queste due esigenze prendono forma i Quaderni, un lavoro composto di appunti e riflessioni destinati ad ulteriore definizione, eppure di straordinaria ricchezza, tanto da essere ritenuto irrinunciabile per tanti ambiti scientifici molto diversi tra loro. Dalla critica letteraria alla linguistica, dalla storia alla scienza politica, dalla pedagogia al teatro. Un’opera che attualmente è oggetto di studi universitari approfonditi negli USA, in Inghilterra, Giappone, India, Brasile e Messico più di quanto non lo sia in Italia. Nei Quaderni emerge il rigore politico e insieme la spietata concretezza, con i quali l’intellettuale sardo fa i conti con il crollo del sistema liberale in Italia e con esso il travolgimento del movimento operaio e del proprio campo politico. Un dramma storico che spinge Gramsci ad un’indagine priva di indulgenze sui limiti, gli errori, le astrattezze dell’intero fronte oppostosi a Mussolini. Ma l’indagine non si ferma al contingente dato politico. Gramsci si interroga problematicamente sulla totalità e organicità dei processi storici, sui limiti congeniti dell’intera vita politica italiana, sulla continuità dei suoi vizi, senza tentare di assolvere o fare sconti al suo stesso orientamento politico-ideologico. Proprio questa problematicità ha spinto Gramsci ad evitare qualsiasi lettura storiografica e politica semplificante. Il fascismo costituiva la negazione più completa dei suoi valori e delle sue prospettive politiche, ciò nonostante l’intellettuale sardo lo analizza come fenomeno razionale e reale, scaturito da precise cause, storicamente determinate, in continuità con la storia delle sue classi dirigenti. Il fascismo ha per Gramsci radici profonde nella storia d’Italia e per molti versi il piano di lavoro dei Quaderni del carcere costituisce un tentativo d’indagine per andare al fondo di quelle radici. Da questa esigenza prende corpo un’opera assai vasta che passa sotto una lente d’ingrandimento mai banale i fatti degli uomini e delle idee, esposti con una prosa attenta e tagliente che spesso non disdegna di cogliere il lato ironico delle cose. Il carattere tutt’altro che dogmatico dell’opera di Gramsci, gli ha permesso di sfuggire alle rigide classificazioni, di andare oltre la crisi e il crollo del suo stesso campo politico-ideologico, di varcare il limite temporale e politico del Novecento. I Quaderni del carcere sono uno strumento chiave per leggere anche l’attualità, costituiscono ancora oggi una bussola fondamentale per orientarsi nelle contraddizioni della modernità, e non è certo un caso se gli studi in suo onore abbiano, oggi più di ieri, un posto di assoluto rilievo a livello internazionale tra i grandi pensatori della storia dell’umanità.

L’edizione anastatica ha il merito di renderci i Quaderni così come sono, senza mediazioni o dubbi sulla natura arbitraria delle scelte operate dal curatore di turno, da a ognuno un privilegio fino a oggi riservato a pochissimi studiosi, quello di leggere Gramsci seguendo, non solo la natura magmatica dei suoi ragionamenti, ma anche la sua originale traduzione grafica. Conoscendo e seguendo le sue vicende biografiche, nei tormentati anni passati in carcere si può quasi immaginare lo stato d’animo dell’autore attraverso il ritmo delle sue riflessioni e il tratto della sua mano. Per tutte queste ragioni, la realizzazione di questa edizione rappresenta una pietra miliare nella storia delle ricerche su Antonio Gramsci e più in generale nella storia culturale del nostro Paese. Per una volta, possiamo dirlo con orgoglio, un progetto tanto importante è stato realizzato in Sardegna.

 

Gianni Fresu

Eugenio Curiel, i giovani e la Resistenza. La generazione che “rottamò” il fascismo.

Eugenio Curiel, i giovani e la Resistenza.

La generazione che “rottamò” il fascismo.

Gianni Fresu

 

I temi del rinnovamento anagrafico e della cosiddetta “rottamazione”, sembrano oggi monopolizzare l’attenzione del dibattito politico, sovente a prescindere dalla proposta avanzata. Nella storia non sono mancate fratture generazionali, tuttavia, i risultati più profondi in termini di rinnovamento si sono avuti quando tra vecchie e nuove generazioni si è determinata una saldatura incentrata sulle scelte di campo. La lotta di liberazione dal nazifascismo è un esempio in tal senso proprio per l’irrompere diffuso di giovani cresciuti nel regime che, nella clandestinità, trovarono un terreno d’incontro con i vecchi protagonisti dell’antifascismo sconfitto da Mussolini. Tra le figure dimenticate, eppure più significative, di quella pagina di storia si può annoverare quella del giovane scienziato e partigiano Eugenio Curiel di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Nato a Trieste l’11 dicembre 1912 da una famiglia benestante di religione ebraica, dopo l’iscrizione in Ingegneria a Firenze e il Politecnico a Milano, si laureò in fisica e matematica a Padova nel 1933 con il massimo dei voti e una tesi sulle disintegrazioni nucleari. Con la docenza universitaria, Curiel iniziò a partecipare anche ai seminari di studi dell’Istituto di filosofia del diritto. Ciò gli diede l’opportunità di curare l’altro versante delle sue passioni intellettuali, facendo i conti con la filosofia idealista di Croce e Gentile per arrivare attraverso Hegel al marxismo, secondo un percorso comune a tanti giovani della sua generazione. A questo periodo risalgono anche i suoi primi scritti e l’avvio di una più matura elaborazine politico-filosofica. Con altri giovani come Atto Braun, Renato Mieli (il padre di Paolo) e Guido Goldschmied costituì la cellula comunista di Padova, quindi nel ’36 stabilì un contatto con il PCI e partì per Parigi. Tra gli esiliati politici, l’arrivo di giovani italiani, che con l’entusiasmo e la voglia di fare si portavano dietro testimonianze dirette della situazione nel Paese, era atteso come una boccata d’aria fresca. Tornato a Padova con le direttive del partito, Curiel dovette fronteggiare la delusione dei suoi giovani compagni, desiderosi di passare all’azione e poco propensi a dedicarsi alle sole attività di penetrazione nelle organizzazioni fasciste indicate dal centro estero del PCI. In coerenza con le direttive ricevute, Curiel iniziò una stabile collaborazione con il giornale universitario fascista “Il Bò”, dove scrisse 54 articoli tra il 1937 e il ’38 curandone la pagina sindacale. Le lunghissime discussioni redazionali si spostarono alle fabbriche, per l’intuizione di confrontare preventivamente le questioni da trattare nel giornale con gli stessi operai. Ciò consentì al gruppo di costruire solidi legami sociali nel mondo del lavoro, poi rivelatisi fondamentali con lo sgretolamento del regime. Ottenuto nel dicembre del 1937 il passaporto per motivi di studio, riuscì tornare a Parigi dove per due mesi ebbe modo di rafforzare sempre più i rapporti con Donini, Grieco e Sereni. Curiel avrebbe voluto dedicarsi totalmente all’attività clandestina, ma il centro estero lo convinse a sfruttare fino all’ultimo gli spazi legalitari che ancora gli erano rimasti e di non rinunciare né al suo lavoro universitario, né all’attività nei GUF. Nel 1938, abbandonata la collaborazione con “Il Bò” ed estromesso dall’Università per la promulgazione delle leggi razziali, Curiel tornò a Parigi in una fase difficilissima per le forze antifasciste, con la Guerra Spagnola avviatasi verso una tragica sconfitta e dissidi sempre più grossi tra le forze della sinistra. Gli offrirono diverse sistemazioni lavorative sicure in Francia, Svizzera e persino negli USA USA – dove ebbe l’opportunità di partire per fare da insegnante al figlio di uno dei più importanti magnati dell’industria cinematografica, Luis Burt Mayer – ma li rifiutò tutti per non abbandonare la sua militanza e l’impegno antifascista nel Paese. Fermato dalla polizia svizzera nel maggio fu arrestato nel mese di giugno. Sottoposto a interrogatorio a San Vittore e mandato al confino a Ventotene, dal gennaio1940, Curiel si dedicò allo studio e alla formazione dei confinati antifascisti. Lasciata Ventotene, dopo tre anni, insieme agli altri confinati, Curiel tornò in libertà proprio alla vigilia dell’8 settembre. Trasferitosi a Milano, su indicazione della direzione Alta Italia del PCI, con il compito di creare il Fronte della Gioventù, curare l’edizione settentrionale de “l’Unità” e della rivista “La nostra lotta”, diventò il «partigiano Giorgio». Dopo una medaglia d’oro al valor militare, una lapide e un inno partigiano a lui dedicato, di questa singolare figura, tanto interessante da meritare una sceneggiatura cinematografica, rimangono alcune vecchie pubblicazioni e il ricordo degli ultimi testimoni di quella storia. La generazione di Curiel diede alla guerra di liberazione una parte consistente di quadri e la sua base di massa. Giovani cresciuti nel regime, ma capaci di emanciparsi dal fascismo, aderire all’opposizione e affiliarsi nelle formazioni partigiane. Tra le vecchie generazioni di antifascisti, in gran parte esuli sconfitti anche se non piegati dal fascismo, e questi giovani inquieti e insoddisfatti dal regime c’era un salto generazionale, ciò nonostante tra essi si determinò una saldatura fortissima destinata a costituire la spina dorsale della Resistenza. I leaders del vecchio movimento antifascista, costretti all’emigrazione dopo il carcere e le violenze subite, senza l’apporto delle nuove generazioni difficilmente avrebbero potuto raggiungere una tanto vasta mobilitazione contro il movimento di Mussolini. Le nuove generazioni allevate a “pane e fascismo” e non “contaminate” dal germe delle ideologie liberali, democratiche o marxiste, quelle su cui il regime tanto aveva puntato e da cui doveva venir fuori «l’uomo nuovo fascista», si rivelarono in definitiva il suo punto debole. Il 24 febbraio 1945, dopo aver pranzato in ufficio con la sua compagna, con Arturo Colombi e con altre due giovani collaboratrici e aver discusso il piano del numero de “l’Unità” in preparazione lasciò la redazione, riconosciuto sulla strada da un delatore, fu raggiunto e ucciso da una squadra fascista. Curiel morì a due mesi dalla liberazione di Milano, non aveva ancora compiuto 33 anni. Le cronache narrano che sul suo sangue un’anziana fioraia milanese gettò una manciata di garofani rossi. Tra tutti, per concludere, il ricordo dell’amico Giorgio Amendola: «Passammo, così, anche l’ultima notte del ’44, e salutammo con gioia il nuovo anno, quello della vittoria ormai certa. Ci vedemmo ancora una volta, qualche settimana dopo, e ci lasciammo in quel bar, all’angolo di Corso Magenta, da cui sarebbe uscito il 24 febbraio per andare in Piazzale Baracca incontro alla morte, alle pallottole dei fascisti. Anche la sua vita fu gettata nel rogo, come quella di tanti altri giovani. Ed il suo sacrificio, così crudele alla vigilia della liberazione, ha fatto di Eugenio Curiel, medaglia d’oro, un simbolo, il capo della gioventù della Resistenza». Quei giovani anteposero un ben preciso progetto, abbattere il regime e ricostruire da zero la democrazia, alla velleitaria pretesa di tagliare orizzontalmente ogni rapporto con le vecchie generazioni, non solo con quelle responsabili della dittatura, ma anche con chi lo aveva combattuto, seppur perdendo. Scelsero piuttosto di “rottamare” il fascismo.

 

 

 

 

Processate Gramsci!

Processate Gramsci!
Di Gianni Fresu

Ci risiamo, sulle ceneri di Gramsci si consuma l’ennesimo processo alla storia del partito comunista italiano. La bibliografia tesa a presentare un Gramsci tormentato e proteso verso un approdo liberale, al limite socialdemocratico, è ampia e, sebbene di scadentissimo valore scientifico, molto apprezzata. A questa si aggiungono altre tesi strampalate, sempre di taglio scandalistico e mai fondate sullo straccio di una fonte attendibile, particolarmente ambite dalle “grandi” testate giornalistiche italiane e dai programmi televisivi di divulgazione storica. Per sommi capi le richiamo:
1)Togliatti spietato carceriere di Gramsci; 2) le sorelle Schucht e Piero Sraffa (cioè moglie cognata e amico strettissimo di Gramsci) agenti del KGB assoldati da Stalin per sorvegliarlo; 3) Mussolini e le carceri fasciste che difendono, anzi salvano, Gramsci dal suo stesso partito; 4) la conversione cattolica in punto di morte dell’intellettuale sardo (attendiamo con trepida attesa le prossime rivelazioni sul Gramsci devoto di padre Pio).
Se fosse attendibile il quadro di queste interpretazioni, ne verrebbe fuori un Gramsci non solo smarrito e perennemente tormentato, ma un uomo tendenzialmente ingenuo, vittima inconsapevole della perfida cattiveria doppiogiochista di tutte le persone che gli stavano più vicine. Tutte queste tesi ruotano sulla rilettura forzata (ovviamente mai provata) di carteggi necessariamente cifrati; su mere supposizioni soggettive non suffragate da alcun dato documentale; su letture banali e parziali degli scritti di Gramsci; sulla manifesta falsificazione di documenti d’archivio.
Tutti ricordiamo la famosa lettera di Torgliatti sugli alpini prigionieri in Russia pubblicata su «Panorama» nel febbraio del 1992, dopo essere stata falsificata in modo maldestro da uno storico imbroglione (nel senso che è entrato nella storia degli imbroglioni) come Franco Andreucci. Vi ricordate «il divino Hegel» e Achille Occhetto dichiaratosi da subito «agghiacciato» per le sconcertanti rivelazioni, senza neanche attendere la verifica della loro veridicità? Su questa colossale patacca, degna della banda dei “soliti ignoti”, furono riempite le pagine dei giornali (si propose persino di modificare tutta la toponomastica nazionale per cancellare il nome di Togliatti da vie e piazze), i dibattiti politici, i palinsesti televisivi. Ovviamente, una volta appurata la grossolana falsificazione, alla rettifica non fu dato altrettanto spazio. Bene, a questo filone possiamo ascrivere le ultime due fatiche del revisionismo nostrano, ovviamente già celebrate dai maggiori quotidiani nazionali e dai loro “intellettuali” di punta, pubblicate recetemente: I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista (Donzelli, 2012) di Franco Lo Piparo e Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubettino, 2012) di Alessandro Orsini che tanto ha entusiasmato il re delle anime belle Saviano da spingerlo a scrivere un Elogio dei riformisti per «La Repubblica». Nel primo caso abbiamo l’ennesimo tentativo, sempre debolissimo sul piano delle fonti, di presentare Gramsci come un recluso nelle carceri del PCI e del PCUS, non in quelle del regime fascista, costretto in una cella le cui chiavi erano in mano a Togliatti e non a Mussolini. Oltre a questo, nel saggio di Lo Piparo si cerca nuovamente (senza alcuna novità rispetto al passato) di usare strumentalmente alcune pagine dei Quaderni, omettendone volutamente altre, per dimostrare con queste l’abbandono del leninismo e la svolta liberale di Antonio Gramsci. Sul primo tentativo non vale neanche la pena di perder troppo tempo, si tratta della solita costruzione priva di basi, condita però da una fervida e interessatissima fantasia (non molto più attendibile sul piano scientifico del Codice da Vinci di Dan Brown), per quanto riguarda il secondo, invece, ci troviamo di fronte ad un nuovo saggio scritto dopo una lettura creativa dei Quaderni con la consolidata tecnica “una pagina sì e una pagina no”. All’interno delle diverse riletture su opera e biografia politica di Antonio Gramsci, nel tempo, si è affermata una tendenza incentrata sulla presunta discontinuità tra le riflessioni precedenti e successive al 1926, così come quella impegnata a distinguere il politico dal «pensatore disinteressato». Tale tendenza, mossa più da esigenze politiche che da una reale necessità scientifica, si è rivelata sempre, e anche in questo caso, priva di qualsiasi rigore filologico. Eugenio Garin ha scritto che «Gramsci non intendeva fare opera di ricercatore erudito: la sua concezione del pensatore e dello storico lo impegnava in una situazione concreta, a scelte reali» . Gramsci era un politico e non un filosofo – e con ciò intendeva dire che era un filosofo e uno storico serio e non un professore – dunque «non si preoccupò di raccogliere in candidi mazzolini temi incontaminati perché a tutti estranei, ma combattè sul terreno reale, nella situazione reale»[1]. In Gramsci la lettura analitica si intreccia strettamente alla battaglia politica e la distinzione sulle due fasi può essere riscontrata al massimo nelle esigenze immediatamente politiche della prima e nella maggiore libertà analitica, appunto «für ewig», delle riflessioni carcerarie, tuttavia, tra le due la continuità concettuale è evidente e documentabile. Negli ultimi trent’anni, invece, lo sport più diffuso tra molti gramsciologi di professione è stato epurare l’opera di Gramsci dai legami con l’esperienza del leninismo e della III Internazionale. Tra le pagine dei Quaderni del carcere e negli abusatissimi concetti di «egemonia» e «guerra di posizione», sono state ricercate le prove di questa frattura per giustificare tramite essa la discontinuità, se non proprio l’incompatibilità assoluta, con il «demone del novecento». A tal fine, queste riletture evitano accuratamente di fare i conti con le pagine nelle quali Gramsci studia e valorizza al massimo Ilici come un teorico dell’egemonia[2]. Lenin non è un rivoluzionario idealista scontratosi con l’immodificabilità dell’ordine naturale delle cose, dunque sconfitto, ma colui che Gramsci ha definito nei Quaderni il protagonista di una «egemonia realizzata», ovverosia, «la critica reale di una filosofia, la sua reale dialettica», e questo è forse il boccone più amaro da digerire per tutti gli intellettuali arruolati nella battaglia per la difesa dello stato di cose esistenti.
Lo Piparo fa di tutto per non leggere le pagine dei Quaderni dedicate a Lenin, ma si dimostra ancora più spregiudicato nel definire i Quaderni «un opera di profilo crociano», una sorta di «ripensamento filosofico» di Gramsci nella sua transizione dal comunismo al liberalismo. Così, la tendenza a leggere una pagina sì e una no, lo porta a mille acrobazie per non fare i conti con le note dove Gramsci riconosce sicuramente a Croce una grandissima statura intellettuale, e degli indubbi meriti filosofici, ma al contempo ne contesta radicalmente il profilo sociale e politico, mettendo persino in dubbio la buona fede del filosofo liberale. Se Lenin è per Gramsci il protagonista di una «egemonia realizzata», a sua volta Benedetto Croce è il massimo studioso dell’egemonia nella filosofia italiana. L’opera di Croce ha cioè il merito di aver indirizzato l’interesse scientifico verso lo studio degli elementi culturali e filosofici come parte integrante degli assetti di dominio di una società, da ciò consegue la comprensione della funzione dei grandi intellettuali nella vita degli Stati nella costruzione dell’egemonia e del consenso, vale a dire del «blocco storico concreto». Nella concezione di «storia etico-politica», Benedetto Croce costruisce la storia del momento dell’egemonia. Nella storiografia crociana la giustapposizione dei termini etica e politica sta indicare due termini essenziali della direzione e del dominio politico: nel primo caso (etica) il riferimento è all’egemonia, all’attività della società civile; nel secondo caso (politica) il riferimento è all’iniziativa statale-governativa, alla dimensione istituzionale e coercitiva. «Quando c’è contrasto tra etica e politica, tra esigenze della libertà ed esigenze della forza, tra società civile e Stato-governo c’è crisi e il Croce giunge ad affermare che il vero Stato, cioè la forza direttiva dell’impulso storico, occorre cercarlo non là dove si crederebbe»[3] , al punto che, per quanto possa apparire paradossale, in determinati frangenti la direzione politica e morale del paese può essere esercitata anche da un partito rivoluzionario e non dal governo legale.
A queste considerazioni, tuttavia, Gramsci ne aggiunge altre, che Lo Piparo accuratamente evita di analizzare. Il limite maggiore di Croce consiste nel ritenere che il marxismo non riconosca il momento dell’egemonia e non dia importanza alla direzione culturale. Nella sua giustificata reazione al meccanicismo positivista e al determinismo economico Croce confonderebbe il materialismo storico con la sua forma volgarizzata. Al contrario, per la filosofia della praxis le ideologie non hanno nulla di arbitrario, ma sono strumenti di direzione politica. Per la massa dei governati esse sono strumenti di dominio attraverso la mistificazione e l’illusione, per le classi dirigenti un «inganno voluto e consapevole». Nel rapporto tra i due livelli emerge la funzione essenziale della lotta egemonica nella società civile e la natura non arbitraria delle ideologie:
esse sono fatti storici reali, che occorre combattere e svelare nella loro natura di strumenti di dominio non per ragioni di moralità ecc. ma proprio per ragioni di lotta politica: per rendere intellettualmente indipendenti i governati dai governanti , per distruggere un’egemonia e crearne un’altra, come momento necessario del rovesciamento della praxis. (…) Per la filosofia della praxis le superstrutture sono una realtà oggettiva ed operante [4] .
Del resto è nel terreno delle ideologie, della cosiddetta superstruttura, che gli uomini prendono coscienza del loro essere sociale ed avviene il cosiddetto passaggio dalla «classe in sé» alla «classe per sé», dunque per il materialismo storico tra struttura e superstruttura (tra economia e ideologie) esiste un nesso necessario e vitale, in ragione del quale si può parlare di movimento tendenziale del primo verso il secondo, la qual cosa non esclude un rapporto di reciprocità tra i due termini e comunque la funzione tutt’altro che secondaria delle superstrutture. Ma Gramsci non limita questa consapevolezza del materialismo storico all’opera dei due suoi fondatori, al contrario, gli sviluppi recenti della filosofia della praxis, il riferimento è a Lenin, pongono il momento dell’egemonia come essenziale della propria concezione statale e dell’opera di trasformazione dei rapporti sociali di produzione, valorizzano l’importanza dei fattori di direzione culturale, della creazione di un «fronte culturale», a fianco di quelli meramente economici e politici.
La proposizione contenuta nell’introduzione alla Critica dell’economia politica che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura sul terreno delle ideologie deve essere considerata un’affermazione di carattere gnoseologico e non puramente psicologico e morale. Da ciò consegue che il principio teorico pratico dell’egemonia ha anche esso una portata gnoseologica e pertanto in questo campo è da ricercare l’approccio teorico massimo di Ilici alla filosofia della praxis. Ilici avrebbe fatto progredire effettivamente la filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica politica. La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto filosofico[5].
Tra i paradigmi di storia etico-politica presenti nella Storia dell’Europa nel secolo XIX di Benedetto Croce, Gramsci individua un uso politico delle categorie come «strumento di governo», specchio fedele di quell’autorappresentazione della ideologia borghese che Marx definiva «falsa coscienza». Il limite maggiore della rappresentazione compiuta da Croce dell’età liberale, risiederebbe nel mantenere due livelli nettamente distinti (uno per gli intellettuali e uno per le grandi masse popolari) di ciò che s’intende per religione, filosofia, libertà. «La libertà come identità di storia e di spirito e la libertà come religione superstizione, come ideologia circostanziata, come strumento pratico di governo». La presupposta eticità dello Stato liberale si scontra cioè con la sua poca propensione espansiva-inclusiva.
[Croce] crede di trattare di una filosofia e tratta di una ideologia, crede di trattare di una religione e tratta di una superstizione, crede di scrivere una storia in cui l’elemento di classe sia esorcizzato e invece descrive con grande acutezza e merito il capolavoro politico per cui una determinata classe riesce a presentare e a far accettare le condizioni della sua esistenza e del suo sviluppo di classe come principio universale, come concezione del mondo, come religione, cioè descrive in atto lo sviluppo di un mezzo pratico di governo e di dominio. (…) Ma per le grandi masse della popolazione governata e diretta, la filosofia o la religione del gruppo dirigente e dei suoi intellettuali si presenta sempre come fanatismo e superstizione, come motivo ideologico proprio di una massa servile. E il gruppo dirigente non si propone forse di perpetuare questo stato di cose? Il Croce dovrebbe spiegare come mai la concezione del mondo della libertà non possa diventare elemento pedagogico nell’insegnamento delle scuole elementari e come egli stesso da ministro abbia introdotto nelle scuole elementari l’insegnamento della religione confessionale. Questa assenza di «espansività» nelle grandi masse è la testimonianza del carattere ristretto, pratico immediatamente, della filosofia della libertà[6] .
Altro che Gramsci liberale, le note dei Quaderni analizzano la formidabile articolazione fortificata della società liberale, i suoi assetti di egemonia e dominio, rispetto alla cui complessità e resistenza invoca lo spirito di scissione delle classi subalterne:
Cosa si può contrapporre, da parte di una classe innovatrice, a questo complesso formidabile di trincee e fortificazioni della classe dominante? Lo spirito di scissione, cioè il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica, spirito di scissione che deve tendere ad allargarsi dalla classe protagonista alle classi alleate potenziali: tutto ciò domanda un complesso lavoro ideologico, la prima condizione del quale è l’esatta conoscenza del campo da svuotare del suo elemento di massa umana[7] .
Ma di tutto questo Lo Piparo, chissà perché, non tiene conto. Per quanto riguarda invece il saggio di Orsini, oggetto dell’entusiastica recensione di Roberto Saviano, ci troviamo di fronte a un’operazione ancora più banale: la comparazione tra alcune pagine degli articoli giovanili più polemici e immediatamente legati alla quotidiana lotta politica di Gramsci e quelli più «aulici» e riflessivi di Filippo Turati. Un capolavoro che non merita neppure troppa attenzione, mentre qualche parola è giusto spenderla per le «disinteressate» riflessioni di Saviano, capace di sintetizzare l’obiettivo politico del lavoro di Orsini senza neanche un tantino di pudore:
Alessandro Orsini ci presenta due anime della sinistra storica italiana (esemplificate in Gramsci e Turati) e ci mostra come, nel tempo, una abbia avuto il sopravvento sull’altra. L’idea da cui parte Alessandro Orsini è semplice: i comunisti hanno educato generazioni di militanti a definire gli avversari politici dei pericolosi nemici, ad insultarli ed irriderli. Fa un certo effetto rileggere le parole con cui un intellettuale raffinato come Gramsci definiva un avversario, non importa quale: “La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato”. Invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all’insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute: “Per noi chiamare uno porco se è un porco, non è volgarità, è proprietà di linguaggio”. Arrivò persino a tessere l’elogio del “cazzotto in faccia” contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un “programma politico” e non un episodio isolato [8].
Saviano forse dimentica, non sa, o magari non vuol ricordare, che a esaltare e salutare positivamente non un cazzotto, ma la «pioggia di pugni» riservati dal nascente movimento fascista verso il sovversivismo di operai e contadini riottosi fu il campione del liberalismo italiano per eccellenza, Benedetto Croce. Come sempre di Croce, come di Turati, non si ricordano affermazioni e posizioni di questo tipo ma solo le grandi petizioni di principio su libertà, democrazia, rispetto della diversità. Ovviamente, passano in cavalleria tante cose, compreso il sostegno del mondo liberale al partito fascista nella fase precedente e successiva all’ascesa al potere di Mussolini. Non sarebbe male ricordare che un manipolo di deputati fascisti potè entrare nel 1921 in Parlamento grazie alla cortese ospitalità delle liste elettorali di Giolitti. Tuttavia, è bene riconoscerlo, Saviano si è impegnato tantissimo per scrivere questa recensione, purtroppo il risultato non è all’altezza delle aspettative dei committenti:
Il politicamente corretto non era stato ancora inventato. Eppure, in quegli stessi anni Filippo Turati, dimenticato pensatore e leader del partito socialista, conduceva una tenacissima battaglia per educare al rispetto degli avversari politici nel tentativo di coniugare socialismo e liberalismo: “Tutte le opinioni meritano di essere rispettate. La violenza, l’insulto e l’intolleranza rappresentano la negazione del socialismo. Bisogna coltivare il diritto a essere eretici. Il diritto all’eresia è il diritto al dissenso. Non può esistere il socialismo dove non esiste la libertà”. Orsini raccoglie e analizza brani, scritti, testimonianze, che mostrano come quel vizio d’origine abbia influenzato e condizionato la vita a sinistra, e come l’eredità peggiore della pedagogia dell’intolleranza edificata per un secolo dal Partito Comunista sopravviva ancora[9].
Saviano si serve di questo libro, pazienza se passeggia sull’opera e la biografia di Gramsci senza aver mai letto la prima e conosciuto minimamente la seconda, per giungere alle sue conclusioni: la peggiore tradizione della «pedagogia dell’intolleranza» sta fuori dal Parlamento, nell’«estremismo massimalista» di quei movimenti che sono pronti a difendere i crimini delle peggiori dittature di qualsiasi regime antiamericano. Saviano accusa i comunisti di amare Cuba senza rispondere dei «crimini» del regime castrista e la cosa fa veramente sorridere perché a fare queste affermazioni è lo stesso individuo che esalta Israele, lo Stato protagonista del più alto numero di violazioni delle risoluzioni ONU nella storia, in barba ai più elementari diritti del popolo palestinese da esso violentemente calpestati (altro che «l’elogio del cazzotto»!). Saviano accusa gli «extraparlamentari» di avere la «verità unica» tra le mani, di essere «seguaci dell’unica idea possibile di libertà», al contrario per noi è lui a «vivere di dogmi», a essere ostaggio del «fondamentalismo democratico», «uno dei retaggi più disgustosi della propaganda profusa al tempo della guerra fredda». Esso «indica l’arrogante uso di una parola (democrazia) che nel suo attuale esito racchiude e copre il contrario di ciò che esprime; e, insieme, l’intolleranza verso ogni altra forma di organizzazione politica che non sia il parlamentarismo, la compravendita del voto, il mercato politico»[10] . È sconcertante la serie di luoghi comuni e rappresentazioni manichee della realtà in cui si lancia Fra-Saviano, senza supportare storicamente nessuna delle sue affermazioni. Cito testualmente, senza alcuna interpretazione soggettiva: «i riformisti cercano di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori» mentre «nella cultura rivoluzionaria, il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori è un bene perché accresce l’odio contro il sistema e rilancia l’iniziativa rivoluzionaria, è il famigerato tanto peggio tanto meglio». Per Saviano i riformisti sono «realisti e tolleranti», mentre i comunisti sono per la «società perfetta», dunque utopistici e intolleranti. Messaggio finale del sermone: riformismo buono, comunismo cattivo; liberalismo bello, anticapitalismo brutto! “Pensierini”, talmente elementari e semplificanti da essere degni della miglior produzione del Comitato per le attività anti-americane del senatore Joseph McCarthy. Come dicevo sopra, è sconcertante il ragionamento di Saviano e lo è in misura tanto maggiore quanto più si tiene conto del contesto presente, segnato drammaticamente dalla crisi strutturale non dell’anticapitalismo, ma di un sistema contraddistinto da scompensi economico-sociali sempre più macroscopici, da prevaricazioni senza limiti sia nel rapporto tra capitale e lavoro (all’interno delle potenze capitalistiche), sia nelle violente forme di dominio delle nazioni ricche su quelle povere. Come ha scritto in passato Losurdo, buona parte della pubblicistica anticomunista basa le sue supposizioni sul sofisma di Talmon, «i fatti e i misfatti del comunismo vengono messi a confronto non con i comportamenti reali del mondo che esso vuole mettere in discussione, ma con le dichiarazioni di principio del liberalismo, rispetto alle quali la vicenda iniziata con la rivoluzione bolscevica appare in tutta la sua abiezione»[11] . Da una parte si parla dei Gulag, della dittatura e delle violazioni della libertà, identificando tutto questo con il marxismo, dall’altra si usano le parole più infiocchettate di Tocqueville, John Locke, Adamo Smith per descrivere il liberalismo tacendo guerre, colonialismo, miseria e sfruttamento da esso generate. Nella lettura apocalittica sul Novecento e nella sua completa trasfigurazione, il revisionismo storico ha costantemente tentato di demolire l’empia progenie del socialismo, imputando a Marx e discepoli tutto il carico di lutti e orrori propri di un secolo insanguinato, fascismi compresi, che non sarebbero figli legittimi dell’ideologia borghese, con tutto il suo carico di tradizione coloniale prima e imperialistica poi, ma un prodotto (autocefalo e tutto sommato salutare) della reazione al bolscevismo. Il fascismo, nei suoi riferimenti ideali, nel suo affermarsi, nelle sue pratiche, fa parte a pieno titolo dell’album di famiglia della borghesia, è espressione organica dei suoi rapporti sociali di produzione, ciò nonostante il revisionismo storico tende a presentare l’orrore del Ventesimo secolo come un qualcosa che irrompe improvvisamente su un mondo di pacifica convivenza. Orrore estraneo alla tradizione della civiltà liberale e alla società borghese. Questa tendenza alla rimozione, mascherare ogni atrocità con i grandi principi della civiltà liberale [12] rientra appieno nell’insieme delle iniziative private che formano l’apparato dell’egemonia politica e culturale delle classi dominanti di cui parlava Gramsci. Nella sua banale brutalità, l’articolo di Saviano è a suo modo emblematico dello schieramento di forze mobilitato in difesa del capitalismo agonizzante e di quanto sia però, al contempo, decadente questo estremo tentativo di autodifesa. Se un tempo il liberalismo in crisi poteva avvalersi della difesa d’ufficio di figure come Benedetto Croce oggi si fa scudo con le frasi fatte e ampollose di intellettuali come Roberto Saviano, cos’altro possiamo aggiungere a questo? Antonio Gramsci ha subito da vivo e da morto un’infinità di processi, forse, a differenza di Berlusconi, i reati a lui attribuiti dal bel mondo liberale non cadono mai in prescrizione. Se nel primo processo l’auspicio era «impedire a questa testa di funzionare», nell’ultimo della serie l’imperativo punitivo potrebbe essere “impedire l’utilizzo delle sue idee”, delegittimarle, renderle contraddittorie, anticaglia inservibile. Non ci riuscirono la prima volta, ne siamo sicuri, non ci riusciranno nemmeno adesso.

29 febbraio 2012

 

note

[1] E. Garin, Con Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1997, pag. 48

[2] Per ragioni di spazio non mi posso dilungare oltre e rimando a quanto da me scritto altrove: G. Fresu, Lenin lettore di Marx. Determinismo e dialettica nel movimento operaio, La Città del Sole, Napoli, 2008.

[3] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1977, pag. 1302.

[4] Ivi, pag. 1319.

[5] Ivi, pp. 1249-1250.

[6] Ivi, pp. 1231, 1232.

[7] Ivi, pag. 333.

[8] R. Saviano, Elogio dei riformisti, «La Repubblica», 28 febbraio 2012.

[9] Ibid.

[10] L. Canfora, Critica della retorica democratica, Laterza, Bari, 2002, pag. 17.

[11] D. Losurdo, Il peccato originale del Novecento, Laterza, Bari, 1998, pag. 55.

[12] D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, 2005, Bari.

 

Gramsci, dal congresso di Lione ai Quaderni: il partito e l’analisi della società italiana.

Gianni Fresu
Gramsci, dal congresso di Lione ai Quaderni: il partito e l’analisi della società italiana.

Convegno di studi
(1921- 2011) Nodi strategici, continuità e svolte nella storia del PCI
Roma, “La Sapienza”, Facoltà di lettere, 18-19 febbraio 2011.
(Atti in corso di pubblicazione)

Le Tesi di Lione sono state definite l’asse fondamentale di svolta nella storia dei comunisti in Italia, sia in rapporto alla concezione del partito, sia per l’analisi della società. In entrambi i casi si giunge al superamento completo delle Tesi elaborate per il Congresso di Roma, dopo il profondo mutamento nella direzione politica del Partito sotto la guida di Antonio Gramsci.
Prima, durante e dopo il Congresso si confrontarono e scontrarono due idee radicalmente opposte del partito, sinteticamente così riassumibili: su un versante, la visione del parito inteso come parte della classe, vale a dire, un’organizzazione articolata in cellule di fabbrica e innervata dalla formazione permanente di tutti i suoi quadri, che punta a realizzare una direzione/elaborazione diffusa delle stesse classi subalterne; sull’altro versante, il partito inteso come organo esterno alla classe, ossia, un’organizzazione ristretta di dirigenti rivoluzionari, temprati e incorruttibili, in grado di leggere nel quadro economico e sociale le contraddizioni fondamentali da cui far scaturire, al momento opportuno, le cause della detonazione rivoluzionaria .
Nel primo caso abbiamo l’idea di un partito con l’ambizione di aderire organicamente alla struttura produttiva – alla cui base sta una concezione molecolare della rivoluzione, metodologicamente avversa all’idea di una non ben identificata “ora X” – e intende articolare plasticamente la sua attività nell’azione quotidiana dei lavoratori. Nel secondo, un’elaborazione che ritiene lotta economica, per il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro, e quella politica per la conquista quotidiana di posizioni di forza nella società, veicoli di mentalità corporativa e di corruzione della purezza rivoluzionaria. Per tale impostazione la connessione tra partito e masse doveva avvenire solo nel momento topico del conflitto di classe.
Il periodo dall’estate del 1925 al Congresso del gennaio 1926 è cruciale per l’evoluzione del pensiero di Gramsci, in relazione al partito, al suo rapporto con le masse, alla funzione svolta in esso dagli intellettuali; un periodo nel quale giungono a completa maturazione le esperienze di direzione e orientamento politico compiute a partire dal 1923. Una fase nella quale la sua analisi si sviluppa fino a indagare in profondità il ruolo svolto nella società italiana dagli intellettuali, quale tessuto connettivo degli assetti sociali dominanti. Già in queste analisi è presente quella ridefinizione del concetto di Stato e di dominio anticipatrice della categoria egemonica. Le riflessioni di Gramsci in questa fase, sono la base essenziale della teoria sugli intellettuali sviluppata poi all’interno della Questione meridionale e delle riflessioni del carcere. Al contempo, essa è il punto d’arrivo di quella precedente e, nel complesso, affonda potentemente le sue radici nell’esperienza «ordinovista».
La piattaforma congressuale della sinistra fu pubblicata sull’«Unità» del 7 luglio del 1925, essa ribadiva su tre assi fondamentali le posizioni già più volte espresse dal suo leader Amadeo Bordiga : 1) il partito andava inteso come organo della classe che sintetizza ed unifica le spinte individuali, in modo da andare oltre il particolarismo di categoria e raccogliere gli elementi provenienti dai proletari delle diverse categorie, dai contadini, dai disertori delle classi borghesi; 2) veniva respinta la “bolscevizzazione” – avanzata al V Congresso e riproposta dal «gruppo di centro» guidato da Gramsci – vale a dire la ripartizione organizzativa del partito in cellule su base di fabbrica. 3) veniva stigmatizzata la lotta alle frazioni avviata dal Comintern.
Tale impostazione trovò espressione compiuta nel progetto di Tesi per il Congresso. Secondo Bordiga, era impossibile mutare la sostanza delle situazioni oggettive, riconducibili al quadro più generale dei rapporti sociali di produzione, attraverso una determinata forma organizzativa. Un’organizzazione «immediata di tutti i lavoratori in quanto economicamente tali» sarebbe risultata costantemente dominata dagli impulsi delle diverse categorie professionali a soddisfare i propri interessi economici particolari determinati dallo sfruttamento capitalistico. Da ciò la profonda diffidenza, manifestata già ai tempi della stagione consiliare , verso l’impegno del partito nelle vertenze dei lavoratori. Nello stesso numero del 7 luglio dell’«Unità», Gramsci s’incaricò di stendere una replica estremamente importante. In essa, già si può cogliere appieno la continuità con l’elaborazione degli anni dell’«Ordine Nuovo», sul tema dell’autonomia dei produttori, e trova un primo abbozzo l’idea dell’intellettuale come prodotto autonomo della classe, l’affermazione secondo cui ogni lavoratore entrando nel partito comunista ne diviene un dirigente e dunque un’intellettuale. Il «Comitato d’intesa» concepiva il partito come sintesi di elementi individuali e non come un movimento di massa e di classe, in ciò andava rintracciata la radice della teoria del partito di Bordiga:

In questa concezione c’é una tinta di forte pessimismo verso la capacità degli operai come tali, solo gli intellettuali possono essere uomini politici. Gli operai sono operai e non possono che rimanere tali fino a quando il capitalismo li opprime: sotto l’oppressione capitalistica l’operaio non può svilupparsi completamente, non può uscire dallo spirito angusto di categoria. Che cos’é allora il partito? È solo il ristretto gruppo dei suoi dirigenti che riflettono e sintetizzano gli interessi e le aspirazioni generiche della massa, anche nel partito. La dottrina leninista afferma e dimostra che questa concezione è falsa ed è estremamente pericolosa; essa ha, tra l’altro, portato al fenomeno del mandarinismo sindacale. (…) Gli operai entrano nel partito comunista non soltanto come operai (metallurgici, falegnami, edili, ecc.), ma entrano come operai comunisti, come uomini politici cioè, come teorici del socialismo, quindi, e non solo come ribelli in generale; e col partito, attraverso le discussioni, attraverso le letture e le scuole di partito, si sviluppano continuamente, diventano dirigenti. Solo nel sindacato l’operaio entra nella sua qualità di operaio e non di uomo politico che segue una determinata teoria .

Secondo Gramsci la concezione del partito di Bordiga era ferma alla prima fase dello sviluppo capitalistico, ancora nel 1848 si sarebbe potuto affermare che «il partito è l’organo che sintetizza ed unifica le spinte individuali e di gruppo provocati dalla lotta di classe», ma nella fase del maggior sviluppo capitalistico, l’imperialismo, il proletariato era profondamente rivoluzionario, assolveva già una funzione dirigente nella società. Sempre in questo periodo Gramsci scrisse un’Introduzione al primo corso della scuola interna di partito. In essa l’obbiettivo di rinforzare ideologicamente e politicamente i quadri e i militanti, era posto come obbiettivo primario di un partito che intendesse diventare di massa. La formazione era il modo per rendere l’operaio comunista un dirigente e non lasciare la lotta ideologica nelle mani esclusive degli intellettuali borghesi:

L’attività teorica, la lotta cioè sul fronte ideologico, è sempre stata trascurata nel movimento operaio italiano. In Italia il marxismo è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari”. Servì da prezzemolo a tutte le salse più indigeste che i più imprudenti avventurieri della penna abbiano voluto mettere in vendita. È stato marxista in tal modo Enrico Ferri, Guglielmo Ferrero, Achille Loria, Paolo Orano, Benito Mussolini… .

In questa introduzione Gramsci contestò esplicitamente, la concezione del partito così come esposta nelle Tesi sulla tattica del Congresso di Roma:

[in esse] La centralizzazione e l’unità erano concepite in modo troppo meccanico: il Comitato centrale, anzi il Comitato esecutivo era tutto il partito, invece di rappresentarlo e dirigerlo. Se questa concezione venisse permanentemente applicata, il partito perderebbe i suoi caratteri politici e distintivi e diventerebbe, nel migliore dei casi, un esercito (e un esercito di tipo borghese), perderebbe cioè la sua forza d’attrazione, si staccherebbe dalle masse. Perché il partito viva e sia a contatto con le masse occorre che ogni membro del partito sia un elemento politico attivo, sia un dirigente. (…) La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria .

Il compito di costituire le cellule di fabbrica era per Gramsci un’occasione di autoeducazione della classe operaia; le cellule, da semplice strumento organizzativo, si trasformano in organo principe nella formazione degli intellettuali «organici» della classe operaia, possono contribuire alla determinazione dell’autonomia della classe operaia dall’apporto esterno borghese: «La cellula trasforma ogni membro del partito in un militante attivo assegnando ad ognuno un lavoro pratico e sistematico. Attraverso questo lavoro si crea una nuova classe di dirigenti proletari, legati alla fabbrica, controllati dai compagni di lavoro, in modo cioè da non potersi trasformare in funzionari e mandarini, fenomeno che si verifica in larga parte in tutti i partiti che hanno conservato la vecchia struttura dei partiti socialisti» .
Nella sua relazione alla riunione della Commissione politica per il Congresso Gramsci provò a riassumere i punti di dissenso tra «la centrale del partito» e l’estrema sinistra» in tre livelli di rapporti: tra gruppo dirigente del partito e l’insieme degli iscritti; tra gruppo dirigente e classe operaia; tra classe operaia e resto delle classi subalterne:

La nostra posizione [scrive Gramsci] deriva da ciò che noi riteniamo si debba porre nel massimo rilievo il fatto che il partito è unito alla classe non solo da legami ideologici ma anche da legami di carattere fisico. (…) Secondo la estrema sinistra il processo di formazione del partito è un processo sintetico; per noi è un processo di carattere storico e politico, legato strettamente a tutto lo sviluppo della società capitalistica. La diversa concezione porta a determinare in un modo diverso la funzione e i compiti del partito. Tutto il lavoro che il partito deve compiere per elevare il livello politico delle masse, per convincerle e portarle sul terreno della lotta di classe rivoluzionaria viene, in conseguenza della errata concezione della estrema sinistra, svalutato e ostacolato, per via del distacco iniziale che si è creato tra il partito e la classe operaia .

La questione teorica dell’organizzazione per cellule, poneva in rilievo la necessità di «legami fisici» tra partito e classe nel suo complesso, mentre, nell’affermare la necessità di una «tutela» direttiva da parte del gruppo dirigente «specializzato», Bordiga poneva quale problema assoluto il rischio di corporativismo tra gli operai. Ciò, per Gramsci, lasciava trasparire una concezione paternalistica che svalutava fortemente la capacità di direzione della classe operaia, fino a ridurla a soggetto minorenne incapace di autodeterminazione politica.
Già nel corso del dibattito pre-congressuale, e in misura ancora maggiore al Congresso di Lione, Gramsci poneva la teoria sul partito della sinistra in continuità con tutta la storia degli intellettuali in Italia, con la filosofia crociana e le tradizioni elitarie ed oligarchiche della filosofia politica idealista e liberale. Un concetto poi ripreso nei Quaderni dove Gramsci mise sullo stesso piano l’atteggiamento intellettualistico, da «intellettuale puro», di Bordiga con quello di Croce.

Ciò che importa al Croce è che gli intellettuali non si abbassino al livello della massa, ma capiscano che altro è l’ideologia, strumento pratico per governare, e altro la filosofia e la religione che non deve essere prostituita nella coscienza degli stessi sacerdoti. Gli intellettuali devono essere governanti e non governati, costruttori di ideologie per governare gli altri e non ciarlatani che si lasciano avvelenare e mordere dalle proprie vipere. (…) La posizione di «puro intellettuale» diventa un vero e proprio «giacobinismo» deteriore e in tal senso, mutate le stature intellettuali, Amedeo può essere avvicinato al Croce .

Trattando il tema del rapporto tra la classe operaia e il resto degli sfruttati, e rendendolo pilastro delle tesi congressuali, Gramsci colse appieno il valore strategico attribuito da Lenin alla questione contadina e alla politica delle alleanze . Preparare a fondo la rivoluzione, «conquistare le grandi masse», «avere la simpatia delle masse», era per Lenin necessario se si aveva l’aspirazione non solo di iniziare una rivoluzione ma soprattutto vincerla e conservare il potere: «attrarre a noi non solo la maggioranza della classe operaia, ma anche la maggioranza della popolazione lavoratrice e sfruttata della campagna» . Un tema centrale, in un paese come l’Italia dove il proletariato era una minoranza senza carattere nazionale.
Più precisamente, Gramsci cercò di contestualizzare all’Italia il grande tema dibattuto tra il III e il IV Congresso dell’Internazionale comunista. In essi, preso atto delle difficoltà internazionali, e della complessità dei processi rivoluzionari in Occidente, Lenin e l’Esecutivo del Comintern lanciarono la parola d’ordine della conquista della maggioranza delle classi subalterne e dell’unità della classe operaia tramite la tattica del «fronte unico», essenziale per la definizione della categoria dell’«egemonia» in Gramsci .
Già nel Congresso di Lione si pongono tre ordini di problemi che finiranno per costituire la spina dorsale dello scritto su La questione meridionale: la questione meridionale intesa come questione contadina; il tema del partito politico della classe contadina; La funzione reazionaria svolta dal Vaticano.
L’atteggiamento verso il fascismo delle Tesi di Roma, e più in generale l’impostazione teorica di Bordiga, la sua tendenza a svalutare le differenze tra quadro democratico e reazionario, erano Gramsci esempi lampanti di un modo errato di concepire la tattica. Come già accennato in apertura, le Tesi di Lione segnano una completa svolta anche sul piano dell’analisi relativa alla società italiana, anticipando molteplici aspetti dell’elaborazione carceraria di Gramsci. Nel periodo di crisi successivo al delitto Matteotti non sarebbe stato sufficiente condurre una campagna di critica ideologica al regime e alle opposizioni, limitarsi a una propaganda capace solo di trattare allo stesso modo i due soggetti, era necessario incalzare le opposizioni ponendole sul terreno del rovesciamento del fascismo, come premessa preliminare a qualsiasi altra azione di comunisti.

È assurdo affermare che non esiste differenza tra una situazione democratica e una situazione reazionaria, e che, in una situazione democratica sia più disagevole il lavoro per la conquista delle masse. La verità è che oggi in una situazione reazionaria si lotta per organizzare il partito, mentre in una situazione democratica si lotterebbe per organizzare la insurrezione .

Quando il fascismo stava sorgendo e sviluppandosi il PCd’I si era limitato a considerarlo un organo di combattimento della borghesia e non anche un movimento sociale, questo non mise il partito nelle condizioni di arginarne l’avanzata e di opporsi alla sua ascesa al potere con un’azione politica appropriata; anzi lo spinse a lavorare contro gli «arditi del popolo», un movimento di massa dal basso che il partito avrebbe dovuto contribuire a sviluppare e dirigere.
Anche l’obiettivo della sconfitta del fascismo andava posto in relazione al problema dell’egemonia della classe operaia verso le masse contadine:

La situazione italiana è caratterizzata dal fatto che la borghesia è organicamente più debole che in altri paesi e si mantiene al potere solo in quanto riesce a controllare e dominare i contadini. Il proletariato deve lottare per strappare i contadini alla influenza della borghesia e porli sotto la sua guida politica. Questo è il punto centrale dei problemi politici che il partito dovrà risolvere nel prossimo avvenire .

L’elemento predominante della società italiana era una particolare forma di capitalismo nel quale convivevano un industrialismo ancora debole e incapace di assorbire la maggioranza della popolazione e un’agricoltura, ancora base economica del paese, segnata dalla netta prevalenza di ceti poveri (bracciantato agricolo) molto prossimi alle condizioni del proletariato e perciò potenzialmente sensibili alla sua influenza.
Tra le due classi dominanti – industriali e agrari – si poneva quale elemento di raccordo una media e piccola borghesia urbana abbastanza estesa. La debolezza del modo di produzione in Italia – privo di materie prime – spingeva gli industriali a varie forme di compromesso economico con i grandi latifondisti agrari, basate su «una solidarietà d’interessi» tra ceti di privilegiati a detrimento delle esigenze produttive generali. Anche il processo risorgimentale fu espressione di questa debolezza, perché la costruzione dello Stato nazionale si realizzò grazie allo sfruttamento di particolari fattori di politica internazionale e il suo consolidamento rese necessario quel compromesso sociale che ha reso inoperante in Italia la lotta economica tra industriali e agrari, la rotazione di gruppi dirigenti, tipici di altri paesi capitalistici. Questo compromesso a tutela di uno sfruttamento parassitario delle classi dominanti ha determinato una polarizzazione tra l’accumulo di immense ricchezze in ristretti gruppi sociali e la povertà estrema del resto della popolazione, ha comportato il deficit del bilancio, l’arresto dello sviluppo economico in intere aree del Paese, ha ostacolato una modernizzazione del sistema economico nazionale armonica e calibrata con le caratteristiche della nazione.
Anche i rovesci nella prima parte della guerra mondiale e lo stesso avvento del fascismo sono analizzati nelle Tesi alla luce di questa debolezza originaria dell’Italia, anticipando un canone interpretativo centrale nelle riflessioni sul Risorgimento dei Quaderni. Il compromesso tra industriali e agrari attribuiva alle masse lavoratrici del Mezzogiorno la stessa posizione delle popolazioni coloniali; per esse il Nord industrializzato era come la metropoli capitalistica per la colonia; le classi dirigenti del Sud (grandi proprietari e media borghesia) svolgevano la stesa funzione delle categorie sociali delle colonie alleate con i coloni per mantenere la massa del popolo soggetta al proprio sfruttamento. Tuttavia, nella prospettiva storica, questo sistema di compromesso si rivelò inefficace perché si risolveva in un ostacolo allo sviluppo dell’economia industriale e di quell’agraria. Ciò ha determinato in diverse fasi livelli molto acuti di lotta tra le classi e quindi la pressione sempre più forte ed autoritaria dello Stato sulle masse.
Il periodo di maggior debolezza dello Stato italiano si era determinato per Gramsci nel decennio 1870-1890, soprattutto per l’azione svolta dal Vaticano di catalizzatore del blocco reazionario antistatale costituito dai residui di aristocrazia, dagli agrari, dalle popolazioni rurali dirette dai proprietari terrieri e dalle parrocchie. Il Vaticano aveva manifestato di voler operare su due fronti: da un lato esplicitamente contro lo Stato borghese unitario e liberale; dall’altra, nel tentativo di costituire, attraverso i contadini, una sorta di esercito di riserva per sbarrare la strada all’avanzamento del movimento operaio socialista.
L’equilibrio instabile del nuovo Stato, la distanza tra istituzioni e popolo, è uno dei temi fondamentali di indagine dei Quaderni del carcere. Basti pensare, ad esempio, alle note in cui Gramsci si sofferma sulla formula retorica (escogitata dai clericali) che tendeva a contrapporre un’Italia reale, composta dalla maggioranza cattolica avversa al nuovo Stato unitario, a un’Italia legale costituita da una minoranza di esaltati patrioti votati alla causa nazionale e all’idea liberale. Per quanto la formula fosse comparsa in un contesto politico editoriale da «insulso libello da sacrestia», essa era per Gramsci assai efficace dal punto di vista polemico perché indicava bene la separazione esistente tra il nuovo Stato e la società civile. Ovviamente, la società civile non poteva certo essere tutta compresa nel fronte clericale, poiché appariva largamente disomogenea e informe. E proprio per la sua natura disgregata, lo Stato non ebbe difficoltà a dominarla superando le contraddizioni e i conflitti che esplodevano in maniera episodica e localistica, al di fuori di ogni coordinamento sul piano nazionale e tendente a un fine determinato.
Dunque, al di là di una situazione oggettiva di separatezza tra Stato e società, lo stesso clericalismo non poteva considerarsi espressione reale della società civile, sulla quale mostrava difficoltà a esercitare una reale direzione efficace. La Chiesa, in realtà, temeva quelle stesse masse popolari, che pure controllava, perché intravvedeva la possibilità di una loro sollevazione. Anche la formula del «non expedit» era per Gramsci il segno di questa paura e incapacità politica: l’atteggiamento di boicottaggio del nuovo Stato che esso prefigurava risultava alla fine oggettivamente sovversivo. Questo spiega perché, con la crisi di fine secolo e i fatti del 1898, la reazione dello Stato si fosse abbattuta sia verso i primi vagiti di organizzazione socialista, sia verso quella clericale. L’abbandono della politica espressa dalla formula «né elettori, né eletti» da parte del Vaticano, che avrebbe portato prima al Patto Gentiloni e poi alla nascita del Partito popolare ebbe origine dalla constatazione di quel fallimento.
Una vera scissione tra paese reale e paese legale si ha per Gramsci nei fatti che lacerano il paese dall’inizio della crisi Matteotti fino al varo delle leggi fascistissime, quando la scissione tra paese reale e paese legale viene superata attraverso la soppressione dei partiti politici, delle libertà individuali e collettive, e l’inquadramento militare della società civile in un’unica organizzazione politica che faceva coincidere Stato e partito.
Il periodo che va dal 1890 al 1900 è il primo nel quale la borghesia si pone concretamente il problema di organizzare la propria dittatura. È un periodo contrassegnato da una serie di interventi politici e legislativi della svolta protezionista – a favore della grande produzione industriale (in particolare l’industria meccanica) e dell’agricoltura latifondista (grano, riso, mais) – che porta alla denuncia dei trattati commerciali con la Francia, all’ingresso dell’Italia nell’orbita della triplice alleanza a guida tedesca. In questa fase si salda ulteriormente l’asse tra industriali e proprietari terrieri strappando i ceti rurali al controllo del Vaticano in chiave antiunitaria.
Al saldarsi del blocco industriali-agrari corrispondono però i progressi delle organizzazioni operaie e la ribellione delle masse contadine. Nella definizione del fascismo le Tesi raggiungono il loro livello più elevato di analisi e concettualizzazione, introducendo un nuovo modello interpretativo del fenomeno destinato a fare scuola in sede storiografica e non solo all’interno del campo marxista.
Il fascismo rientrava appieno nel quadro tradizionale delle classi dirigenti italiane, esso assumeva la forma della reazione armata con il preciso scopo di scompaginare le fila nelle organizzazioni delle classi subalterne e per questa via garantire la supremazia dei ceti dominanti. Per questa ragione esso al suo comparire è favorito e protetto indistintamente da tutti i vecchi gruppi dirigenti, anche tra di essi sono soprattutto gli agrari a finanziare e lanciare le squadre fasciste contro il movimento dei contadini. La base sociale del fascismo però è composta dalla piccola borghesia urbana e dalla nuova borghesia agraria.
Il fascismo trova una unità ideologica e organizzativa nelle formazioni paramilitari che ereditano la tradizione dell’arditismo e la applicano alla guerriglia contro le organizzazioni dei lavoratori. Per le Tesi, il fascismo attua il suo piano di conquista dello Stato con una «mentalità di capitalismo nascente» in grado di fornire alla piccola borghesia un’omogeneità ideologica in contrapposizione con i vecchi gruppi dirigenti.

Nella sostanza il fascismo modifica il programma della conservazione e di reazione che ha sempre dominato la politica italiana soltanto per un diverso modo di concepire il processo di unificazione delle forze reazionarie. Alla tattica degli accordi e dei compromessi esso sostituisce il proposito di realizzare una unità organica di tutte le forze della borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato. Questo proposito corrisponde alla volontà di resistere a fondo ad ogni attacco rivoluzionario, il che permette al fascismo di raccogliere le adesioni della parte più decisamente reazionaria della borghesia industriale e degli agrari .

Tuttavia, il metodo fascista di difesa dell’ordine, della proprietà e dello Stato non riesce a realizzare, immediatamente e totalmente, questo livello di centralizzazione della borghesia con la presa del potere. Anzi la traduzione politica ed economica dei suoi propositi produce varie forme di resistenza all’interno delle stesse classi dirigenti. I due tradizionali orientamenti della borghesia liberale italiana, quello riconducibile al giolittismo e quello riconducibile al «Corriere della Sera», non vengono subito assorbiti o piegati dalla presa del potere di Mussolini. In tal senso si spiega la lotta contro i gruppi superstiti della borghesia liberale e contro la massoneria, vale a dire contro il suo principale centro di attrazione e organizzazione in sostegno dello Stato.
Sul piano economico il fascismo agisce a totale vantaggio delle grandi oligarchie industriali ed agrarie disattendendo le aspirazioni della sua stessa base sociale, la piccola borghesia, che dall’avvento del fascismo sperava di trarre un avanzamento nelle condizioni sociali ed economiche. Ciò avviene sul piano delle politiche commerciali, con l’inasprimento del protezionismo doganale, su quello finanziario, con la centralizzazione del sistema del credito a beneficio della grande industria, così come sul versante della produzione, con un aumento delle ore di lavoro e la diminuzione delle retribuzioni. Ma il vero punto di approdo del fascismo si ha nella politica estera e nelle aspirazioni imperialistiche, rispetto alle quali le Tesi avanzano un’idea che si concretizzerà quattordici anni appresso.

Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell’azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all’imperialismo. Questa tendenza è l’espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l’espansione italiana ma nella quale in realtà l’Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialistici che si contendono il dominio de mondo .

Le Tesi di Lione rappresentano la consacrazione del «nuovo corso» nel PCI e in esso del gruppo dirigente guidato da Gramsci, nato attorno all’«Ordine Nuovo» nei tumultuosi anni del dopoguerra; in esse si ha la saldatura della nuova prospettiva politica con il percorso politico intellettuale del vecchio gruppo torinese. La svolta di Lione costituisce la premessa essenziale per comprendere il ruolo storico assunto dal PCI tanto nella Resistenza quanto nella fase successiva alla liberazione.
L’indicazione lanciata dai Congressi dell’Internazionale, costruire dei partiti di massa radicati nei luoghi di lavoro attraverso le cellule di fabbrica (la cosiddetta bolscevizzazione), è raccolta e sviluppata dal vecchio gruppo «ordinovista» attraverso la rielaborazione dei temi forti emersi nel «biennio rosso» dall’esperienza del movimento consiliare, alla quale del resto le Tesi fanno esplicito riferimento:

La pratica del movimento di fabbrica (1919-20) ha dimostrato che solo una organizzazione aderente al luogo e al sistema della produzione permette di stabilire un contatto tra gli strati superiori e inferiori della massa lavoratrice e di creare vincoli di solidarietà che tolgono le basi ad ogni fenomeno di aristocrazia operaia. La organizzazione per cellule porta alla formazione nel partito di uno strato assai vasto di elementi organizzativi (segretari di cellula, membri dei comitati di cellula, ecc.), i quali sono parte della massa e rimangono in essa pure esercitando funzioni direttive, a differenza dei segretari delle sezioni territoriali i quali erano di necessità elementi staccati dalla massa lavoratrice .

In questa definizione trovava piena e compiuta collocazione il tema del rapporto tra dirigenti e diretti, tra intellettuali e masse, secondo i termini classici dell’elaborazione gramsciana. Per Gramsci, nello scontro interno al partito, la distinzione tra i due diversi modi di intendere la rivoluzione era netta: da una parte le masse sono considerate massa di manovra, strumenti della rivoluzione; dall’altra le si intende soggetto protagonista e cosciente di essa. Nei Quaderni questo argomento è ampiamente svolto proprio a partire dalle considerazioni sul partito politico, lo strumento attraverso il quale il rapporto di rappresentanza dovrebbe superare la sua condizione di delega passiva caratteristica della società borghese. In realtà esso ha finito per convertirsi in luogo di occupazione e gestione oligarchica dei centri di potere e di perpetuazione esclusiva delle sue funzioni dirigenti. Per Gramsci il rapporto governanti governati è conseguente alla divisione del lavoro, alla distinzione tra funzioni intellettuali e manuali: «ogni uomo è un filosofo», è l’organizzazione tecnica a farne un diretto e non un dirigente, pertanto se lo scopo principale di un partito consiste nel formare dirigenti il suo dato di partenza deve risiedere nel non ritenere naturale e immodificabile quella distinzione. Il problema dell’assenza di un rapporto organico di rappresentanza in politica non riguardava dunque solo i partiti di élite della tradizione liberale, dove la funzione di direzione era esercitata unilateralmente da uomini di cultura, ma anche i cosiddetti partiti di massa del movimento operaio. Se le masse in un partito non hanno altra funzione al di là della fedeltà militare verso i gruppi dirigenti il rapporto dualistico è esattamente lo stesso: la massa è semplicemente di manovra e viene occupata con prediche morali, con pungoli messianici di attesa di età favolose in cui tutte le contraddizioni e miserie presenti saranno automaticamente risolte e sanate». Il supermento del «cadornismo» doveva pertanto avvenire attraverso il sostituirsi nella funzione direttiva di organismi politici collettivi e diffusi ai singoli individui, ai «capi carismatici», fino a sconvolgere i vecchi schemi «naturalistici» dell’arte politica. L’antidoto al «capo carismatico», tema questo di grandissima attualità, doveva essere l’intellettuale collettivo, il ruolo protagonistico e non delegato delle classi subalterne. Un partito serio, non l’espressione arbitraria di individualismi, deve essere portatore di qualcosa di simile allo spirito statale, un sentimento di appartenenza che lega il presente e il futuro con la tradizione e rende i suoi cittadini solidali con l’azione storica delle forze spirituali e materiali nazionali. Allo stesso modo deve esistere uno spirito di partito, un senso di responsabilità generale, da non confondere con la «boria di partito». Rispetto a tutti questi temi le Tesi di Lione rappresentanto uno spartiacque essenziale, sicuramente il punto più alto nel quale l’elaborazione teorica e la direzione politica di Gramsci trovano un punto d’intesa elevatissimo. Nella biografia di Gramsci sono un punto di continuità tra le battaglie pre 1926 e le riflessioni carcerarie, la testimonianza più vivida di quanto sia impossibile separare il Gramsci politico e militante dal “disinteressato” «uomo di cultura» tanto caro alle recenti vulgate di molti studiosi, forse eccessivamente disinvolti nel servirsi della sua biografia per perseguire fini ben diversi dalle sbandierate esigenze di ricerca scientifica.

Presentazione del libro “Il mondo che ho vissuto” di Umberto Cardia

Gianni Fresu, recensione a:

Il mondo che ho vissuto, di Umberto Cardia, a cura di Giuseppe Marci, prefazione di Joseph Buttigieg, Cuec, Cagliari, 2010.


La prima considerazione generale che mi viene da fare dopo la lettura di questo libro è sulla sua assoluta godibilità. Umberto Cardia – uno dei più importanti dirigenti sardi del PCI nel dopoguerra, giornalista, colto studioso dell’opera di Antonio Gramsci e di storia della Sardegna – è una figura di tale rilievo politico e intellettuale da suscitare in chi scrive un fin troppo ovvio interesse di ricerca, tuttavia, credo che questa autobiografia possa risultare una bella lettura anche per chi non necessariamente si occupa di storia e di politica. Non sono un esperto di letteratura, ma ho apprezzato particolarmente il ritmo attraverso cui Cardia ha narrato la sua esistenza e il mondo che ha vissuto, dalla nascita sino alla chiamata alle armi nel ’41. Tra le righe di questo manoscritto ci sono delle bellissime pagine su una Sardegna che ovviamente non c’è più, c’è la nostalgia per quei luoghi indissolubilmente associati ai ricordi familiari, in una progressione dolce dall’infanzia, all’adolescenza fino al primo ingresso nel mondo degli adulti. Pagine vivide, come quelle nelle quali descrive il peregrinare da Tortolì a Bosa, fino a Cagliari, nella casa di via Leopardi, sita allora «al limite estremo della città, nel rione di San Benedetto, oltre il quale limite si estendevano i campi e gli orti e si intravvedevano, tra le palme ed il luccicare degli stagni, i profili incerti degli abitanti delle nuove frazioni, annesse dal regime alla città e, nello sfondo, le creste dei monti dei Sette fratelli»1. Descrizioni mai didascaliche, semmai intrise di storia e di consapevolezza sulla importanza di tante, grandi e piccole, manifestazioni del quotidiano che ad un occhio distratto possono apparire trascurabili e addirittura insignificanti, ma che invece assumono un senso generale proprio in rapporto alla storia del mondo, «grande complicato e terribile», che contemporaneamente alla nostra vita scorre con le sue scadenze inesorabili. La seconda considerazione riguarda invece i due ambiti nei quali si compone e si sviluppa la vita di Cardia, che inevitabilmente occupano anche le riflessioni principali di queste pagine.

 

ACTUEL MARX – Demistificare le autorappresentazioni del reale.

ACTUEL MARX

Demistificare le autorappresentazioni del reale.


Marx ed Engels ci hanno fornito degli indispensabili e quanto mai attuali strumenti per analizzare la società borghese dal punto di vista storico, dei meccanismi di funzionamento economico, degli apparati di dominio ideologico. La critica dell’economia politica, in rapporto all’attuale crisi mondiale, penso sia stata ampiamente e autorevolmente trattata nella prima sessione di questo ciclo di conferenze, con questo mio intervento vorrei provare ad affrontare un altro tema centrale dell’opera di Marx, quello della «falsa coscienza» o, detto in altri termini, della funzione dell’ideologia nella conservazione dello stato di cose esistenti.  Oggi, più di quanto non lo fosse cento anni fa, le masse popolari accettano passivamente la loro condizione di subalternità, non tanto (o non solo) per l’uso monopolistico della forza da parte dello Stato, quanto perchè  esse si trovano ad aderire al sistema di civiltà e cultura dalle classi dominanti. Come ha scritto Gramsci ciò che distingueva maggiormente la borghesia nella sua fase rivoluzionaria era la sua capacità di includere altre classi sociali e dirigerle attraverso lo Stato, l’egemonia politica e sociale. Mentre nel feudalesimo l’aristocrazia, organizzata come «casta chiusa», non si poneva il problema di inglobare le altre classi, la borghesia si rivela ben più dinamica e mobile puntando all’assimilazione del resto della società al suo livello economico e culturale. Questo muta profondamente la funzione dello Stato rendendolo «educatore», anche attraverso la funzione egemonica del diritto nella società.  La borghesia storicamente opera a rendere omogenee (per costumi, morale, senso comune) le classi dirigenti e creare un conformismo sociale capace di consolidarne il potere, attraverso una combinazione di forza e consenso. In questo modo riesce a irreggimentare e dirigere con schemi culturali propri anche le classi dominate. Ogni Stato è etico nella misura in cui opera per elevare l’insieme della popolazione a un livello culturale e morale confacente allo sviluppo delle forze produttive e agli interessi delle classi dominanti. Tale importantissima funzione trova nella scuola e nei tribunali le attività statali fondamentali, anche se in realtà esse non sono le sole. Devono essere comprese nel concetto di Stato etico anche l’insieme delle iniziative private che formano l’apparato dell’egemonia politica e culturale delle classi dominanti. Gramsci ha indagato in profondità il funzionamento di questi apparati di egemonia, Marx ha il grandissimo merito di aver per primo squarciato il velo su come la borghesia si serve di tutti gli strumenti ideologici (economia, filosofia, politica ecc. ecc) per trasfigurare la realtà concreta, presentando i propri interessi particolari come generali.

Nell’affrontare in termini generali il pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels, ritengo si possa partire da due definizioni che nella loro sinteticità ne rappresentano bene i caratteri essenziali, mi riferisco alle definizioni di socialismo scientifico e filosofia della prassi. La prima tende a distinguere fondamentalmente il pensiero dei due autori tedeschi dalle diverse e precedenti forme del pensiero socialista, (cioè il socialismo utopistico e il comunismo rurale). La differenza essenziale è data dal fatto che il marxismo basa i suoi postulati, non su valutazioni morali o sull’assunzione paternalistica del problema riguardante la parte più debole e povera della società, ma su un’analisi scientifica e sulla conseguente critica delle modalità di sviluppo del modo di produzione capitalistico e dei relativi rapporti economico-sociali.Per quanto riguarda il concetto di filosofia della prassi nelle undici Tesi su Feurbach si trova una frase che come poche ne esemplifica il senso:

Il punto di vista del vecchio mondo borghese è la società borghese, il punto di vista del materialismo nuovo è la società umana o l’umanità sociale. I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta ora di trasformarlo.

In questo senso il marxismo è definito filosofia della prassi, vale a dire, non semplice speculazione filosofica tesa ad una lettura oziosa della realtà, ma interpretazione di questa per la sua trasformazione. Il punto dunque sta nella necessità di unire la teoria alla prassi, il pensiero all’azione, la filosofia alla politica. In questo modo il materialismo storico supera sia l’idealismo sia il mero materialismo filosofico. Nella prefazione a “Per la critica dell’economia politica” del 1859, Marx scrive:

Tanto i rapporti giuridici che le forme dello Stato non possono essere comprese né  per se stessi né per la cosiddetta evoluzione dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza[1].

Già nel lavoro teso a invertire i due termini della dialettica di Hegel, con cui il soggetto diventa il reale e il predicato diventa il pensiero, è rintracciabile un primo tassello essenziale per comprendere e dunque disarticolare le forme di autorappresentazione della società borghese. Il materialismo storico individua quale autentico protagonista della storia l’uomo nel suo concreto operare, attraverso un rapporto dialettico tra il soggetto (l’uomo nella società) e l’oggetto (il mondo materiale) nella quale  gli uomini determinano una progressiva trasformazione del mondo materiale attraverso il perseguimento dei propri fini e la costante creazione di nuovi bisogni. Nel succedersi delle diverse epoche storiche, dei diversi modi di produzione, il vero motore dei mutamenti è dato dall’insanabile contrasto che si determina tra una classe dominante ed una dominata. La classe dominata che si pone come antitesi rispetto a quella dominante è da quest’ultima creata. Ogni modo di produzione è storicamente determinato è cioè il frutto dell’incessante lotta tra le classi. Lo Stato nella concezione del materialismo storico, altro non sarebbe che un riflesso dei rapporti di produzione, una sovrastruttura al servizio degli interessi dei detentori dei mezzi di produzione, per usare le celebri parole del Manifesto, «il potere politico moderno non è altro che un comitato, il quale amministra gli affari comuni della classe borghese nel suo complesso»[2]. Ma come già accennato nella sovrastruttura rientrano appieno i sistemi delle idee, cioè la religione, la filosofia, l’ideologia e il rapporto tra realtà materiale e sistema delle idee non è unilaterale e meccanico bensì reciproco. Proprio il fraintendimento su tale rapporto e l’interpretazione deterministica del materialismo storico sarebbe alla base delle più volgari semplificazioni del marxismo dopo Marx. Contro tale svilimento del marxismo Engels ha condotto negli ultimi anni della sua vita una battaglia filosofico-politica serratissima sulla quale non mi posso addentrare per ragioni di tempo, mi limito a citare alcuni passi illuminanti di una sua lettera scritta a Bloch il 20 settembre del 1890.

Secondo la concezione materialistica della storia il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu mai affermato né da Marx né da me. Se ora qualcuno travisa le cose, affermando che il fattore economico sarebbe l’unico fattore determinante, egli trasforma quella proposizione in una frase vuota, astratta, assurda. La situazione economica è la base ma i diversi momenti della soprastruttura (…) esercitano pure la loro influenza sul corso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano la forma in modo preponderante. Vi è azione e reazione reciproca in tutti questi fattori, ed attraverso di essi che il movimento economico finisce per affermarsi come elemento necessario in mezzo alla massa infinita di cose accidentali (…) se non fosse così l’applicazione della teoria a un periodo qualsiasi della storia sarebbe più facile che la semplice equazione di primo grado[3].

Ma non furono solo i modesti epigoni di Marx a volgarizzarne il pensiero, un ruolo determinante venne giocato anche dai suoi detrattori. In tal senso per Croce il marxismo non riconoscerebbe il momento dell’egemonia e non attibuirebbe importanza alla direzione culturale. Al contrario, come ha scritto Gramsci, per la filosofia della praxis le ideologie non hanno nulla di arbitrario, ma sono strumenti di direzione politica. Per la massa dei governati esse sono strumenti di dominio attraverso la mistificazione e l’illusione, per le classi dirigenti un «inganno voluto e consapevole». Nel rapporto tra i due livelli emerge la funzione essenziale della lotta egemonica nella società civile e la natura non arbitraria delle ideologie:

esse sono fatti storici reali, che occorre combattere e svelare nella loro natura di strumenti di dominio non per ragioni di moralità ecc. ma proprio per ragioni di lotta politica: per rendere intellettualmente indipendenti i governati dai governanti , per distruggere un’egemonia e crearne un’altra, come momento necessario del rovesciamento della praxis. (…) Per la filosofia della praxis le superstrutture sono una realtà oggettiva ed operante  [4].

Del resto è nel terreno delle ideologie, della cosiddetta superstruttura, che gli uomini prendono coscienza del loro essere sociale ed avviene il cosiddetto passaggio dalla «classe in sé» alla «classe per sé». Per il materialismo storico tra struttura e superstruttura (tra economia e ideologie) esiste un nesso  necessario e vitale, in ragione del quale si può parlare di movimento tendenziale del primo verso il secondo, la qual cosa non esclude un rapporto di reciprocità tra i due termini e comunque la funzione tutt’altro che secondaria delle superstrutture.

Nell’Ideologia tedesca tale rapporto è indagato con una prospettiva filosofica estremamente efficace che chiarisce meglio di ogni giro di parole in cosa consista la «falsa coscienza»

Ogni classe che prenda il potere di un’altra che ha dominato prima è costretta, non fosse che per raggiungere il suo scopo, a rappresentare il suo interesse come interesse comune di tutti i membri della società, ossia, per esprimerci in forma idealistica, a dare alle proprie idee la forma dell’universalità, a rappresentarle come le sole razionali e universalmente valide[5].

Per Marx nella filosofia classica tedesca la relazione tra i fatti materiali e le idee è rappresentata capovolta, come all’interno di una camera oscura, appunto come un uomo che cammina sulla testa. Dunque bisogna invertire i termini, «salendo dalla terra al cielo» e non viceversa, superando una visione dell’uomo come autorappresentazione per arrivare alle donne e agli uomini in carne e ossa, realmente operanti sulla base del processo reale della loro vita. Tutto il sistema delle idee – delle  rappresentazioni e della coscienza – è strettamente intrecciato all’attività materiale degli uomini. «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere sociale, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza».

Nei lavori di approfondimento su Marx ciclicamente riaffiora la tendenza a presentare Engels come un «metafisico del materialismo» che avrebbe tradito Marx attraverso pericolose contaminazioni positivistiche, o che, è il caso di Lucio Colletti, avrebbe stravolto il senso della critica di Marx allo hegelismo introducendo di soppiatto la dialettica e presentando il marxismo come un semplice sviluppo rovesciato della filosofia di Hegel. In realtà questa tesi si scontrerebbe con il fatto che Marx è sempre stato al corrente delle ricerche di Engels, che le ha condivise e che anzi tra loro c’è stata una sorta di divisione del lavoro, corrispondente alle diverse attitudini dei due, ed anche un capitolo del lavoro di Engels più soggetto a tali critiche, l’ Antidühring, è stato scritto dallo stesso Marx. Contrariamente a questa vulgata che vede in Engels un profanatore dell’opera di Marx, è bene dire che il rapporto tra i due è stato simbiotico. La loro amicizia risale ad un loro incontro a Parigi nel 1844, il loro sodalizio risale alla redazione delle prime due opere in comune, La sacra famiglia e soprattutto l’opera più importante sul piano della definizione del materialismo storico, cioè L’Ideologia tedesca, scritte entrambe a Bruxelles tra il 1845 e il 1847.   L’incontro con Engels (sul piano teorico prima ancora che su quello umano), fu fondamentale per Karl Marx, perché fu il primo ad infondere nel secondo l’interesse per l’economia politica e per la storia economica. Tra il 1842 e il 1844 infatti Engels, trasferitosi in Inghilterra per lavorare nella filiale inglese dell’impresa del padre, si trovò a stretto contatto con le dinamiche di sviluppo della società capitalistica, e quindi sintetizzò le sue riflessioni critiche sulle caratteristiche di quel modo di produzione in un saggio, Lineamenti di una critica dell’economia inglese, che impressionò molto favorevolmente Marx. La conferma di questo interesse verso le analisi storico economiche di Engels, è data dalle bozze di uno scritto di Marx dell’estate del 1844 (pubblicato solo nel 1932), i Manoscritti economico-filosofici, nel quale sono rintracciabili ampi stralci dello scritto di Engels. Fino a questo momento le riflessioni di Marx si erano limitate ad un ambito prevalentemente filosofico e politico, solo a questo punto Marx intraprende uno studio rigoroso dell’economia politica classica, attraverso la lettura critica del pensiero di  Adam Smith e  David Riccardo, e perviene tramite esso alla definizione essenziale del materialismo storico. Per tutte queste ragioni gli scritti di Marx che precedono questa svolta sono definiti da un grande analista del pensiero marxiano come David McLellan, come scritti pre-marxisti, nel senso che in essi non si trova alcuna interpretazione  della storia in termini di classi, di modi di produzione, di analisi del rapporto tra capitale e lavoro. Lo sviluppo di queste tematiche avviene negli scritti della maturità e cioè Il capitale preceduto da due introduzioni  a questo (scritte tra il 1857 e il 58), che verranno pubblicate postume, e cioè Per una critica dell’economia politica e Lineamenti fondamentali di economia politica (più nota con il nome di Grundrisse).

Il capitale è strutturato in tre volumi, dei quali solo il primo fu pubblicato con Marx ancora in vita nel 1866, gli altri due volumi verranno invece pubblicati postumi, tra il 1885 e il 1894. Ciò che contraddistingue in primo luogo la produzione capitalistica per Marx è «la produzione per la produzione», cioè il fatto che il fine ultimo della produzione capitalistica è la rigenerazione del capitale su sé stesso, lo scopo della produzione non è più soddisfare i bisogni di chi produce, in altre parole, scompare ogni legame fra ciò che si produce e il bisogno immediato del produttore. Il capitale dunque deve crescere su sé stesso per riversarsi sui tre fattori della produzione, capitale, lavoro e terra, sotto la forma del profitto, del salario, della rendita.  Questa spinta del capitale a valorizzarsi trova la sua personalizzazione nel capitalista, che non considera mai definitiva nessuna forma tecnica di produzione ma che è sempre pronto a rivoluzionare i processi di lavoro per aumentarne la produttività e diminuirne i costi. Altra caratteristica del capitalismo è infatti proprio la sua natura profondamente rivoluzionaria e dinamica.

L’analisi dettagliata sulla genesi e i processi di sviluppo del capitalismo ha in sé anche un contenuto profondamente filosofico che in primo luogo riafferma la centralità della dialettica hegeliana contro le tendenze degenerative proprie del marxismo determinista. Nel Poscritto alla seconda edizione del Capitale del 1873, Karl Marx – pur richiamandosi alla critica condotta trent’anni prima al «lato mistificatore della dialettica hegeliana» – sente il bisogno di prendere le distanze dai «molesti, presuntuosi e mediocri epigoni» che al tempo si permettevano di trattare Hegel come «un cane morto». In questo poscritto, oltre ad ammettere di avere «civettato qua e là» col modo di esprimersi peculiare a Hegel, nella parte relativa alla teoria del valore, Marx si professa apertamente scolaro del «grande pensatore»[6]. Ma ciò che maggiormente ci interessa è che il metodo dialettico è utilizzato da Marx per mettere a nudo proprio la falsa coscienza insita in tutta la sterminata pubblicistica di economisti e filosofi di scuola liberale. Il processo di mistificazione della realtà, finalizzato alla sua conservazione, riguarda anzitutto le leggi dell’economia con le sue modalità di produzione, sfruttamento e appropriazione della ricchezza. Nel Capitale ciò si evidenzia su tre aspetti fondamentali dell’ideologia borghese:

1)      presentare l’economia politica come legge naturale inscritta nella stessa evoluzione della specie umana e dunque l’occultamento della natura storicamente determinata del capitalismo.

 

2)      Rappresentare l’origine del capitalismo, la famosa accumulazione originaria, come un processo evolutivo naturale nel quale regna l’idillio sociale.

 

3)      Nascondere le modalità di riproduzione del capitale e dunque l’appropriazione del plusvalore prodotto.

Presentare l’economia politica come legge naturale, sola universalmente valida, e nascondere la natura storicamente determinata del capitalismo significa considerare la realtà della società borghese come ineluttabile celandone il dominio di classe e i rapporti di sfruttamento. Nel Capitale, Marx analizza la genesi storica del capitalismo, individuandola nel processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. L’analisi del Capitale è ovviamente concentrata su quella che al tempo era la realtà più avanzata sul piano dello sviluppo capitalistico, cioè l’Inghilterra, e in questo contesto l’accumulazione originaria del capitale, veniva fatta risalire a quei processi di privatizzazione delle terre sulle quali sussistevano i tradizionali usi civici delle comunità contadine. Il fenomeno delle «enclosures», cioè della recinzione delle terre, portò a partire dal XVI secolo allo sfruttamento imprenditoriale  delle terre attraverso l’allevamento delle pecore da lana.

Nell’economia politica la cosiddetta accumulazione originaria del capitale svolge la stessa funzione del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e con ciò il peccato colpì il genere umano. Se ne spiega l’origine raccontandola come aneddoto del passato. C’era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite dirigente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall’altra c’erano gli sciagurati oziosi che  sperperavano tutto il proprio e anche di più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l’uomo sia stato condannato a mangiare il pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare. Fa lo stesso! Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e che gli altri non hanno avuto all’ultimo altro da vendere che la propria pelle. E da questo peccato originale data la povertà della gran massa che, ancor sempre, non ha altro da vendere fuorché se stessa, nonostante tutto il suo lavoro, e la ricchezza dei pochi che cresce continuamente, benché da gran tempo essi abbiano cessato di lavorare[7].

Il modo di produzione capitalistico, ha nella separazione fra il lavoratore e la proprietà delle proprie condizioni di lavoro una premessa indispensabile che una volta realizzata si riproduce su scala crescente. Dunque la accumulazione originaria è questo processo storico di separazione con la quale si creano da un lato il capitale e dall’altra i lavoratori salariati, un processo che segna il superamento del modo di produzione feudale, a partire dal regime fondiario, e di tutta la sua articolazione istituzionale. Il lavoratore dispone della sua persona cessando di essere un servitore della gleba infeudato ad un’altra persona e liberandosi dal dominio delle corporazioni feudali. I lavoratori però se da un lato divengono liberi venditori della propria forza lavoro, per un altro vengono spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e delle garanzie offerte loro dai rapprti sociali feudali. Per Marx si tratta di una storia di espropriazione violenta che non ha nulla di idilliaco, come invece narrato dai teorici dell’economia politica,  una storia «scritta negli annali dell’umanità a tratti di sangue e di fuoco». Tanto il capitalista, quanto l’operaio salariato sono generati dall’asservimento del lavoro, dalla sua trasformazione da asservimento feudale ad asservimento capitalistico. Questa storia che percorre l’Europa lungo quattro secoli – in Sardegna l’abbiamo conosciuta nell’Ottocento ed ha generato insieme alle punte più acute del banditismo i famosi moti popolari all’insegna di torrare a su connottu – è segnata dalle sterminate masse di diseredati, sradicate con la forza dai loro modi di sussistenza e gettati nel mercato di lavoro come proletariato eslege. Pur con tutte le sfumature che tale processo assume, l’espropriazone ed espulsione dei produttori rurali, con la distruzione delle rispettive comunità, è il dato costante. La realtà analizzata da Marx è l’Inghilterra dove ancora nel XV secolo la maggioranza della popolazione era costituita da contadini autonomi, come i fittavoli e gli operai salariati dell’agricoltura che oltre al lavoro nelle grandi proprietà fondiarie godevano assieme ai contadini veri e propri dell’usufrutto delle terre comunali, vale a dire i cosiddetti usi civici di pascolo, legnatico, raccolta, ecc., chiamati in  Sardegna diritti ademprivili. Da tutto questo derivava che nel sistema feudale vigeva una spartizione delle terre fra il maggior numero possibile di «contadini obbligati», anche perché il metro di lunghezza del potere di un feudatario non era tanto il registro delle sue rendite quanto il numero dei suoi sudditi, strettamente dipendente dal numero di produttori rurali autonomi. Un sistema che oltre a favorire la fioritura delle città inglesi nel XV secolo consentì una certa diffusione di ricchezza popolare che tuttavia escludeva una possibilità di accumulazione e dunque di sviluppo in senso capitalisico. La premessa dello sviluppo capitalistico si ha con lo scioglimento dei seguiti feudali nell’ultimo trentennio del XV secolo che si accompagna allo sviluppo della borghesia, e al conseguente rafforzamento della monarchia, quindi alla nascita di una industria manufatturiera laniera. Un processo a tappe lungo i secoli, che trova nella Riforma religiosa  e nel «furto dei beni ecclesiastici»  un momento di impulso fondamentale in ragione del quale gli immensi beni della Chiesa vennero acaparrati da speculatori senza scrupoli, riuniti in immense proprietà. La cacciata dei fittavoli, dei contadini salariati e degli artigiani che vi erano insediati determinò uno spaventoso aumento della povertà ben testimoniato nell’Utopia di Tommaso Moro, l’aumento dei prezzi per i beni di sussistenza, disoccupazione cescente e il ridimensionamento delle paghe per i salariati agricoli. I proprietari terrieri riuscirono poi a dare forma legale al loro possesso attraverso l’abolizione dei vecchi regimi feudali sul suolo, scaricando l’indennizzo sullo Stato tramite le tasse ai contadini e al resto della popolazione. In questo modo riuscirono a garantirsi una proprietà perfetta su fondi rispetto ai quali prima vantavano solo dei titoli feudali. Con la «gloriosa rivoluzione» e Guglielmo III di Orange i protagonisti di questa ascesa sociale trovarono anche la loro consacrazione politica:

i facitori di plusvalore, fondiari e capialistici, inaugurarono l’era nuova esercitando su scala colossale il furto ai danni dei beni demaniali che fino a quel momento era stato perpetrato solo su scala modesta. Le terre demaniali venivano regalate, vendute a prezzo irrisorio, oppure annesse a fondi privati per usurpazione diretta[8].

La soppressione delle proprietà comuni nel XV e XVI secolo si attuò come azione violenta individuale, il cambio di passo nel Settecento ebbe a manifestarsi con il fatto che «la legge stessa diventa veicolo di rapina delle terre del popolo». Marx descrive la celebre Bills for incluseres commons decreti di espropriazione a danni del popolo con i quali «i signori dei fondi regalano a se stessi, come proprietà privata, terra del popolo». Con l’accumulazione originaria si creano quindi le due forze produttive essenziali allo sviluppo della società borghese, il capitale e il proletariato, ma ciò doveva avvenire a un prezzo salatissimo e in un arco temporale non certo breve. Al di là dei tempi fisiologici, lo sconvolgimento per la privazione dei mezzi di sussistenza e dei modi tradizionali di vita non poteva certo favorire il rapido adattamento ai nuovi rapporti di produzione. La radicale brutalità di tale processo ebbe dunque l’effetto di moltiplicare a dismisura mendicanti, vagabondi e soprattutto briganti, perché ovviamente prima che il sistema manifatturiero riuscisse ad assorbire le sterminate plebi cacciate dalle campagne sarebbero occorsi tempi lunghi. Una conseguenza ulteriore fu pertanto la nascita di una legislazione sempre più sanguinaria contro il vagabondaggio e i fenomeni di delinquenza connessi allo stato d’indigenza che a partire dal XV e XVI secolo si duffusero gradatamente dall’Inghilterra all’Europa occidentale contestualmente al mutamento dei rapporti sociali e di produzione. Le grandi masse di coloro che hanno la propria forza lavoro quale unica ricchezza subiscono in sequenza l’espropriazione dei propri mezzi di produzione, uno stato di miseria coatta e la legislazione repressiva, una normativa salariale costruita in maniera tale da garantirgli il minimo possibile per poter sopravvivere e riprodursi come forza lavoro. Il moderno proletariato è dunque plasmato sulle esigenze della produzione nel corso di un processo violento nel quale la sottomissione e la disciplina necessaria al sistema del lavoro sono imposte «a forza di frusta, di marchio a fuoco, di tortura». Con l’affermarsi del nuovo modo di produzione e lo svilupparsi di una classe lavoratrice così forgiata, educazione, abitudine e tradizione concorrono a farle percepire quelle leggi imposte come naturali e in quanto tali immutabili, ecco la falsa coscienza! Il velo di ipocrisie degli economisti sulle modalità di produzione e ripartizione delle ricchezze prodotte, in funzione del capitale, dunque il mistero accuratamente celato circa le leggi del plusvalore appongono il sigillo su questo sistema di dominio e sfruttamento. La moderna produzione industriale e la specializzazione della divisione del lavoro, consentono infatti di parcellizzare il processo della produzione (cioè ogni operaio svolge una sola funzione specializzandosi in questa), in modo tale da ottimizzare lo sfruttamento delle energie psico-fisiche del lavoratore e con ciò di aumentare enormemente la produttività del lavoro e la ricchezza prodotta. Il saggio di profitto si basa sul fatto che il lavoratore non viene pagato in funzione della sua effettiva forza lavoro, della ricchezza prodotta, ma il minimo indispensabile per poter vivere e riprodursi come forza lavoro. Dunque la specializzazione del lavoro industriale fa si che i lavoratori producano in metà giornata lavorativa il valore che corrisponde al salario che gli viene pagato, l’altra metà di giornata lavorativa costituisce «pluslavoro» che crea un «plusvalore», che però non viene pagato all’operaio ma di cui si appropria il capitalista sotto forma di profitti che consentono al capitale di crescere su se stesso. Dunque il capitale non è altro che lavoro non retribuito.

Marx «svela l’arcano della fattura del plusvalore». Come egli stesso scrive, la sfera della circolazione, dello scambio delle merci, entro cui si determina la compravendita della forza lavoro, era rappresentata dai teorici dell’economia politica come un «eden dei diritti innati dell’uomo dove regnano soltanto Libertà, Uguaglianza, Proprietà e Bentham»: la liberta consisterebbe nel fatto che compratore e venditore della forza lavoro troverebbero il punto d’intesa solo nella «libera volontà», vale a dire stipulerebbero il loro contratto come persone libere, giuridicamente pari. Proprio il contratto con cui si manifesta la loro libera volontà sarebbe l’espressione giuridica dell’eguaglianza. In questo eden dei rapporti sociali entrambe le parti sono messe sullo stesso piano e si compongono armonicamente sulla base del proprio utile, del vantaggio particolare della soddisfazione dei reciproci interessi privati.

E appunto perché così ognuno si muove solo per sé e nessuno si muove per l’altro, tutti portano a compimento, per un’armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d’una provvidenza onniscaltra, solo l’opera del loro reciproco vantaggio, dell’utile comune, dell’interesse generale.(…) L’antico possessore del danaro va avanti come capitalista,il possessore della forza lavoro lo segue come suo lavoratore; l’uno sorridente con aria d’importanza e tutto affacendato, l’atro timido, restio, come qualcuno che abbia portato al mercato la propria pelle e non abbia ormai da aspettarsi altro che la … conciatura[9].

Oggi gli economisti affermano che il capitale ha altre forme di remunerazione non più basate, in prevalenza, da lavoro non pagato, non ci spiegano però, per quale ragione allora continuano a delocalizzare la produzione nei paesi in via di sviluppo, alla ricerca del costo del lavoro più basso, mentre nei paesi a capitalismo avanzato, tutti i discorsi sulla “competitivià” ruotano attorno alla compressione salariale. È del tutto evidente l’attualità di una categoria come la falsa coscienza nella moderna società mediatica dove la sostanza delle cose è costantemente stravolta, dove la  povertà, la miseria, lo sfruttamento sono nascoste sotto il tappeto e della realtà ci viene fornita una immagine patinata e seducente. In tempo di crisi la parola d’ordine è “siamo tutti sulla stessa barca”, padroni e lavoratori, nessuno si incarica spiegare perché nei decenni passati, quando l’economia era in crescita, solo una parte si è arricchita sfacciatamente e senza limiti, mentre il potere d’acquisto di salari e pensioni si riduceva di anno in anno. Non si spiega perché l’incontestabile aumento di produttività, fatturati e profitti non si è tradotto nei millantati investimenti produttivi, miglioramento delle condizioni di vita e lavoro, nuova occupazione, ma solo in rendita finanziaria, speculazione e privilegio sociale per pochi. Un compito straordinariamente rivoluzionario oggi è andare, come ha fatto Marx a suo tempo, alla radice delle contraddizioni della modernità con tutto il suo carico di mistificazioni, in modo da comprendere per quale ragione oggi un lavoratore in nero può immaginarsi imprenditore di sé stesso o un precario ritenere lo smantellamento del contratto collettivo nazionale una liberazione che ne rafforza l’autonomia di fronte al datore di lavoro. Se c’è chi sostiene che non esistono più le classi e il conflitto tra loro, proprio mentre una classe esercita senza mediazioni il suo dominio sulle altre, e questa tesi fa ampi proseliti persino tra le masse popolari, significa che in ciò va ricercato il valore operativo della falsa coscienza e la vittoria egemonica delle classi possidenti.

Cosa si può contrapporre, da parte di una classe innovatrice, a questo complesso formidabile di trincee e fortificazioni della classe dominante? Lo spirito di scissione, cioè il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica, spirito di scissione che deve tendere ad allargarsi dalla classe protagonista alle classi alleate potenziali: tutto ciò domanda un complesso lavoro ideologico, la prima condizione del quale è l’esatta conoscenza del campo da svuotare del suo elemento di massa umana[10].

Una visione del mondo criticamente coerente necessità della piena coscienza della storicità di essa, vale a dire del fatto che la concezione critica risponde a determinati problemi posti dalla realtà, è storicamente determinata, scaturisce da un peculiare sviluppo delle forze produttive, è una visione del mondo che si pone in contraddizione con altre visioni del mondo, a loro volta espressione di altri interessi storicamente determinati. Ma la creazione di una visione del mondo criticamente coerente, deve necessariamente assumere carattere unitario, deve cioè avere uno sbocco nella socializzazione e nella partecipazione collettiva agli assunti di questa filosofia. Creare una nuova cultura che si ponga criticamente rispetto al passato, significa anche socializzare le scoperte già fatte e farle divenire base di azioni concrete, rendere questa cultura «elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale» delle masse. Appunto, «I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta ora di trasformarl.



[1] K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori riuniti, Roma, 1974, pag. 4

[2] K. Marx, F. Engels, Il manifesto del partito comunista, Laterza, Bari, 1999.

[3]  F. Engels, Sul materialismo storico, Edizioni Riuniti , Roma 1949, p.75

[4] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1977, pag. 1319.

[5] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 2000, pag. 37.

[6] «La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico. Nella sua forma mistificata, la dialettica divenne una moda tedesca perché sembrava trasfigurare lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale, la dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e pei suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso […]», Karl Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma, 1994.

[7] K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Editori riuniti, Roma, 1997, pag. 777.

[8] Ivi, pag. 787

[9] Ivi, pag. 209.

[10] Quaderni de carcere, cit. pag. 333.