Le ipocrisie dell’ideologia liberale e il cosiddetto odio di classe

Nel parlamento brasiliano (ma la stessa discussione si sta insinuando anche in Europa) è stata presentata in questi giorni una proposta di legge finalizzata a punire penalmente l’apologia di comunismo, con la seguente argomentazione: “il comunismo avrebbe fatto un centinaio di milioni di morti”. Tralasciamo le considerazioni sulla natura grossolana di questa operazione, perché i simboli che si vorrebbero proibire (la falce e martello e i richiami alla tradizione teorica del socialismo) rappresentano un panorama incredibilmente variegato, non riducibile a una unica esperienza, all’interno del quale si situa con tutte le sue articolazioni la storia della lotta per l’emancipazione del mondo del lavoro. Nelle argomentazioni utilizzate si dice, “è necessario impedire l’istigazione all’odio e alla guerra di classe!” Farebbe sorridere, se non fosse tragica, un’affermazione simile, perché l’odio di classe è non solo istigato sul piano teorico ma concretamente praticato nelle nostre società occidentali, dall’alto verso il basso però. Come definire diversamente almeno quattro decenni di assedio ai diritti sociali e a quelli del mondo del lavoro tesi a favorire l’accumulazione dei capitali e la speculazione finanziaria? Come chiamare il vertiginoso aumento negli ultimi quaranta anni della forbice tra chi ha tanto (sempre sfacciatamente di più e in forme indecorosamente concentrate) e chi non ha nulla? Come classificare la sistematica spoliazione delle ricchezze dei cosiddetti Paesi “sottosviluppati” da parte di quelli ricchi, cui si aggiunge la beffa della limitazione della libera circolazione dei loro cittadini? Noi abbiamo avuto per secoli (e conserviamo ancora) il diritto di invaderli, sfruttarli e rapinarli, però non ai poveri del Sud del mondo non è concesso spostarsi dal deserto che abbiamo creato intorno a loro. Cosa sarebbe tutto questo se non odio e guerra di classe?

Si parla spesso in termini puramente retorici di libertà fondamentali, ma la prima di queste consiste nel diritto a non morire di fame, ignoranza e per assenza di cure sanitarie, dunque, se guardiamo alla realtà con una prospettiva meno edulcorata, possiamo tranquillamente affermare che queste sono negate alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Oramai è diventato un luogo comune citare la discutibile contabilità dei lutti fatta (all’ingrosso) nel famigerato “Libro nero del comunismo”, nel quale vengono compresi anche i morti per guerre e carestie in gran parte dei casi indotte dall’esterno. Sarebbe ora, credo, di scrivere pure un “Libro nero del liberalismo”, Domenico Losurdo ha fatto nei decenni questo lavoro attraverso una puntuale critica storica e filosofica,  manca  però un banale libro in cifre, di semplice ragioneria politica del capitalismo. Se, infatti, usassimo gli stessi parametri adottati da Stéphane Courtois &Co., quante centinaia di milioni di morti dovremmo imputare all’espansione mondiale delle nostre relazioni sociali borghesi? Proviamo solo a pensare: le conseguenze storiche dell’accumulazione originale del capitale sulle sterminate masse rurali cacciate dalle campagne trasfromate in moltitudini mendicanti nelle grandi periferie urbane; lo sterminio dei popoli nativi nel Nord e Sud America, Asia e Oceania; i morti dovuti alla miseria e allo sfruttamento coloniale occidentale in Africa, schiavismo compreso; le infinite guerre imperialiste condotte negli ultimi due secoli in ogni angolo del pianeta per rapinare le risorse dei “popoli incivili”. Un’ecatombe, ben occultata nei libri o nelle trattazioni divulgative sulla storia dell’umanità. Anche questo conferma un punto già colto da Marx e Engels nella metà dell’800: è proprio nel terreno delle ideologie il vero successo della società borghese, così l’aver trasformato il mondo in un grande cimitero è presentato come affermazione dei principi di libertà e civiltà sulla barbarie. Il paradosso storico è che, pur essendo maestri di ideologia, i grandi e piccoli teorici del liberalismo fanno della critica alle ideologie la propria battaglia più caratterizzante. La conferma della loro capacità egemonica è che la maggioranza delle persone, dotata anche di una buona cultura, ci crede e la riproduce più o meno consapevolmente.

“Nell’economia politica la cosiddetta accumulazione originaria del capitale svolge la stessa funzione del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e con ciò il peccato colpì il genere umano. Se ne spiega l’origine raccontandola come aneddoto del passato. C’era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite dirigente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall’altra c’erano gli sciagurati oziosi che  sperperavano tutto il proprio e anche di più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l’uomo sia stato condannato a mangiare il pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare. Fa lo stesso! Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e che gli altri non hanno avuto all’ultimo altro da vendere che la propria pelle. E da questo peccato originale data la povertà della gran massa che, ancor sempre, non ha altro da vendere fuorché se stessa, nonostante tutto il suo lavoro, e la ricchezza dei pochi che cresce continuamente, benché da gran tempo essi abbiano cessato di lavorare[1]

[1] K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Editori riuniti, Roma, 1997, pag. 777.

 

Un secolo di rivoluzioni. Percorsi gramsciani nel mondo. (Convegno di studi internazionale)

Università di Cagliari – Regione Autonoma della Sardegna – Comune di Cagliari

GramsciLab – Associazioni gramsciane sarde

 

Convegno internazionale per l’Anno Gramsciano

Cagliari 27-28 aprile 2017

 

Un secolo di rivoluzioni. Percorsi gramsciani nel mondo

A Century of Revolutions. Gramscian Paths across the World

Teatro Piccolo Auditorium

Piazzetta Dettori, Cagliari

 

 

Giovedì 27 aprile

ore15,00 – 19,30

 

Saluti

Maria Del Zompo, Rettore Università di Cagliari

Cecilia Novelli, Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni

Ignazio Putzu, Direttore del Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

Massimo Zedda, Sindaco Comune di Cagliari

Paolo Frau, Assessore alla Cultura, Comune di Cagliari

Giuseppe Dessena, Assessore alla Cultura, Regione Sardegna

Rappresentanti Associazioni gramsciane

 

Intervento introduttivo

Patrizia Manduchi, DISSI e GramsciLab

 

1^ Sessione

ore 16,30 -19,00

 

Dall’agire rivoluzionario al populismo. Conflitti e rivoluzioni nel “secolo breve”

From Revolution to Populism: Conflicts and Revolutions in the “Short Twentieth Century”

 

discussant Mauro Pala

 

  1. Angelo D’Orsi, Università di Torino

Da Lenin al Sessantotto: le rivoluzioni del secolo breve

 

  1. Lea Durante, Università di Bari

Aleksandra Kollontaj e Clara Zetkin: per una genealogia femminista della Rivoluzione

 

  1. Michele Cometa, Università di Palermo

Gramsci e Benjamin: un’affinità postuma?

 

  1. Roberto Dainotto, Duke University, Usa

Vedi alla voce “Populismo”: l’attualità della lezione di Antonio Gramsci

 

Dibattito

ore 19,00 – 19,30

 

Venerdì 28 aprile

ore 9,00 – 19,30

 

Intervento introduttivo

Álvaro Marcelo García Linera, Vice Presidente della Bolivia

 

 

2^sessione

ore 9,30-11,00

 

Conflitti e rivoluzioni nel XXI secolo: prospettive epistemologiche gramsciane

Conflicts and Revolutions in the XXI century: Gramscian Epistemological  Perspectives

 

discussant Sabrina Perra

 

  1. Guido Liguori, Università di Roma

Il concetto di rivoluzione in Gramsci, dall’Ottobre ai Quaderni del carcere

 

  1. Miguel Mellino, Università l’Orientale Napoli

Secolare, subalterno, postcoloniale. Decolonizzare il marxismo occidentale a partire da Gramsci

 

  1. Gilbert Achcar, SOAS, University of London

Morbid Symptoms: A Gramscian Perspective on Global Developments

 

Coffee break  ore 11,00 – 11,30

 

3^ sessione

ore 11,30-13,30

 

Movimenti contro egemonici e rivoluzioni passive in Asia e America Latina

Passive Revolutions and Counter-hegemonic Movements in Asia and Latin America

 

discussant Francesca Congiu

 

  1. Gianni Fresu, Universidade Federal de Uberlandia, Brasile

Coutinho, traduttore e interprete di Gramsci. L’elaborazione di una teoria gramsciana sul Brasile

 

  1. Ana Maria Said, Universidade Federal de Uberlandia, Brasile

Rivoluzione e democrazia: l’eurocomunismo in Brasile nel crepuscolo della dittatura

 

  1. Kevin Gray, University of Sussex, GB

Beyond States and Markets: Late Development and Passive Revolution in East Asia

 

Dibattito

ore 13,30 – 14,00

 

 

4^  sessione

ore 15,30 – 17,30

 

Percorsi rivoluzionari in Medio Oriente

Revolutionary Paths in the Middle East

 

discussant Alessandra Marchi

 

  1. Massimo Campanini, Università di Trento

Gramsci e la ricerca dell’egemonia nel pensiero politico islamista contemporaneo

 

  1. Asef Bayat, University of Illinois, USA

Revolutions of the Neoliberal Times. From the Iranian revolution to the Arab Spring

 

  1. Gennaro Gervasio, Università Roma 3

La Rivoluzione Egiziana: una prospettiva subalterna

 

  1. Daniela Melfa, Università di Catania

Utopie rivoluzionarie e comunisti in Tunisia. Itinerari di un’élite

 

Dibattito e saluti finali

 

 

Comitato Scientifico :

 

Francesca Congiu (Università degli Studi Cagliari)

Gianni Fresu (Universidade Federal de Uberlandia, Brasile)

Patrizia Manduchi (Università degli Studi di Cagliari)

Alessandra Marchi (Università degli Studi di Cagliari)

Mauro Pala (Università degli Studi di Cagliari)

Sabrina Perra (Università degli Studi di Cagliari)

 

 

Protezionismo, sovranismo e tanti equivoci su Gramsci.

Sollecitato al dibattito da un mio caro amico, dico la mia qua brevemente (rinviando una trattazione più sostanziosa in altre sedi e con altre forme) su un tema molto caro oggi al composito e contraddittorio movimento sovranista italiano, all’interno del quale l’eclettica interpretazione di Gramsci di Diego Fusaro trova un certo diritto di cittadinanza: la convinzione di poter risolvere molti degli attuali propri problemi attraverso il protezionismo e la semplice riaffermazione della propria sovranità nazionale minacciata. Una risposta comprensibile, visti gli effetti sismici di questa lunghissima “crisi organica” ancora in corso, ma appena una pia illusione astrattamente politica, che poco tiene conto di come è strutturata l’economia mondiale di oggi, tanto più per un Paese come il nostro, storicamente privo di materie prime. Tutta questa enfasi sulle relazioni commerciali, prescindendo dal modello di sviluppo, dal come, perché e per chi produrre quanto meno insospettisce. La stessa strumentalità dei liberisti globalisti di moda qualche anno fa sembra riemergere oggi, con un segno opposto e speculare ma con la stessa struttura ideologica. Pensare di risolvere l’attuale crisi mondiale con il protezionismo o rilanciando il liberoscambio, tralasciando la centralità del conflitto capitale lavoro e mantenendo immutati gli attuali rapporti sociali di produzione e (soprattutto) distribuzione della ricchezza è segno o di superficialità o, in alcuni attori sociali, di malafede. L’unica alternativa valida alle contraddizioni del capitalismo resta il socialismo. In quanto tale, non è progressivo né il protezionismo né il liberoscambismo.

Oltre a questo penso ci sia una buona dose di smemoratezza o poca conoscenza di cosa ha rappresentato il protezionismo nella storia d’Italia, al punto da attribuirgli potenzialità taumaturgiche e progressive. In questa contraddizione vedo una parte delle incomprensioni di Fusaro sull’eredità del pensiero gramsciano, dalla quale deriva la sua aspirazione a far cadere ogni barriera tra fascismo e anti-imperialismo servendosi proprio di Gramsci. In tutta Europa (dalla Grecia alla Francia, dall’Est europeo alla Germania) abbiamo la riemersione di gruppi che si richiamano in forme larvate, dissimulate o palesi al fascismo (con una forza elettorale inedita rispetto a tutto il dopoguerra), capaci di conquistare consensi crescenti nelle periferie, tra i lavoratori e i ceti popolari, eppure per alcuni il tema dell’antifascismo sarebbe chincaglieria da museo non al passo con i tempi. Anzi, secondo loro bisognerebbe chiedere ai rappresentanti di questi movimenti di appoggiare la clava per discutere assieme di anticapitalismo e sovranità nazionale. Di fronte a questo analfabetismo politico di ritorno, alimentato ad arte dall’ambiguità di chi continua ad ammiccare a quel mondo, per fare da ponte con l’altro, “mettere i puntini sulle i” non è esercizio sterile.

Gramsci criticò sempre duramente il protezionismo, perché dietro intravvedeva la moneta di scambio e il fondamento organico su cui si reggeva il Blocco storico tra la borghesia industriale del Nord e i ceti arretrati della proprietà terriera del Sud, con tutte le sue forme insane di dominio e sfruttamento inumano della miseria agraria. Gli equilibri passivi e conservatori dell’Italia, dall’Unità sino al fascismo, si basavano proprio su questa santa alleanza parassitaria tra le classi dirigenti nazionali responsabile del drenaggio permanente di quote enormi di ricchezza prodotta per sostenere intere stratificazioni di classi improduttive. Nelle note su “Americanismo e Fordismo” Gramsci descrive l’essenza della società meridionale proprio per la sopravvivenza di classi generate dalla ricchezza e complessità della storia passata, che aveva lasciato un mucchio di sedimentazioni passive attraverso i fenomeni di saturazione e fossilizzazione del personale statale e degli intellettuali, del clero e della proprietà terriera, del commercio di rapina e dell’esercito

Il compromesso tra industriali e agrari, reso possibile dal protezionismo, attribuiva alle masse lavoratrici del Mezzogiorno la stessa posizione delle popolazioni coloniali; per esse il Nord industrializzato era come la metropoli capitalistica per la colonia; le classi dirigenti del Sud (grandi proprietari e media borghesia) svolgevano la stesa funzione delle categorie sociali delle colonie alleate con i coloni per mantenere la massa del popolo soggetta al proprio sfruttamento. Tuttavia, nella prospettiva storica, questo sistema di compromesso si rivelò inefficace perché si risolveva in un ostacolo allo sviluppo dell’economia industriale e di quella agraria. Ciò ha determinato in diverse fasi livelli molto acuti di lotta tra le classi e quindi la pressione sempre più forte ed autoritaria dello Stato sulle masse.

L’egemonia del Nord sul Sud, si legge nel Quaderno 1, avrebbe potuto assolvere una funzione positiva e progressiva se l’industrialismo si fosse posto l’obiettivo di ampliare la sua base di nuovi quadri, incorporando, non dominando, le nuove zone economiche assimilate. In tal senso l’egemonia del Nord sarebbe stata espressione di «una lotta tra il vecchio e il nuovo, tra il progressivo e l’arretrato, tra il più produttivo e il meno produttivo». Una dinamica di questo tipo avrebbe potuto innescare o favorire una rivoluzione economica con carattere nazionale, al contrario l’egemonia non ebbe carattere inclusivo, ossia finalizzata a far venir meno quella distinzione, ma «permanente», «perpetua», nel senso di reggersi su un’idea di sviluppo diseguale tale da rendere la debolezza del Sud un fattore, indeterminato nel tempo, funzionale alla crescita industriale del Nord, come se il primo fosse una appendice coloniale del secondo.

Questo vincolo organico, questa alleanza innaturale, impedì la dialettica (caratteristica delle forme classiche di capitalistico) tra due classi che non dovrebbero essere permanentemente alleate, ma contrapposte, salvo congiunture particolari. In Gran Bretagna dalla dialettica tra industriali e agrari si è originata anche la storia dei partiti e quella parlamentare. In Italia non esisteva la rotazione su base parlamentare, la formazione delle classi dirigenti avveniva per assorbimento e cooptazione fiduciaria, tramite il trasformismo, di singole personalità negli equilibri passivi del Blocco storico. Ciò per Gramsci accadde con i democratici mazziniani, durante e dopo il Risorgimento, quindi si ripeté con i riformisti, il mondo cattolico e infine con il fascismo.

Per questo, infatti, ciclicamente, alle più gravi crisi del giovane Stato unitario (governo Crispi, crisi di fine secolo, ingresso nella prima guerra mondiale, avvento del fascismo) si rispondeva anzitutto con soluzioni extra o antiparlamentari. Senza il protezionismo, dunque, non si spiega la Questione meridionale, né si comprendono le forme di assoggettamento coloniale del Nord verso il Sud. Non casualmente la guerra doganale con la Francia colpì proprio le realtà più dinamiche, le produzioni più qualificate (non assimilate quegli equilibri passivi tradizionali e dunque non protette) dell’economia meridionale. Nella Sardegna, in particolare, il protezionismo coincise con il crollo del suo sistema bancario, la creazione dei monopoli caseari, la gestione schiavista e coloniale delle risorse minerarie. In definitiva, negli degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, nel vivo della guerra commerciale con la Francia, la regione in cui nacque (1891) e si formò Gramsci, ridusse le proprie esportazioni del 70% trovandosi in una delle sue fasi storiche di maggior crisi e miseria (prolungatasi nell’inizio del nuovo secolo). Senza il protezionismo non si spiega nemmeno la funzione storica del fascismo: garantire la sopravvivenza di due classi improduttive altrimenti destinate ad essere spazzate via dallo sviluppo capitalistico: la piccola borghesia e gli agrari, vera base sociale del movimento di Mussolini.

Pensiamo veramente che le classi dirigenti di oggi (politica e imprenditoriale) siano molto più progressive e meno parassitarie rispetto a quelle di allora, ossia capaci di ragionare come “classe nazionale”, non incline a lucrare con brama speculativa sulle opportunità offerte dal protezionismo economico? Guardandomi intorno, io qualche dubbio lo nutrirei.

Con tutto questo non intendo riaffermare i valori del liberoscambio, come soluzione rivoluzionaria dei nostri problemi di oggi, ci mancherebbe, semmai richiamo l’attenzione su quanto, spesso, siano vuote e poco fondate storicamente alcune parole d’ordine lanciate strumentalmente in pasto all’opinione pubblica. Presentare il liberoscambismo o il protezionismo come panacee di ogni male penso sia illusorio o peggio dettato da malafede. In questo pezzo mi sono limitato a mostrare cosa ha rappresentato il protezionismo nella storia d’Italia (secondo Gramsci) in ragione della natura parassitaria delle sue classi dirigenti, delle forme malsane di sfruttamento della miseria meridionale, degli equilibri sociali passivi connaturati a questo blocco sociale.

Certi “innovatori”, passati recentemente dal comunismo al “sovranismo”, pensano di essere particolarmente originali, in realtà il social-patriottismo non presenta niente di nuovo nella storia, anzi. L’ “assunzione di responsabilità di fronte alla nazione” e un malinteso patriottismo, incapace di vedere gli interessi materiali, dunque le mire imperialiste del proprio Paese, sono alla base della capitolazione della Seconda Internazionale dei lavoratori alla vigilia della Prima guerra mondiale. Anche allora il concetto di Patria (intesa in termini socialmente neutri) soverchiò quello di socialismo e l’idea di Popolo prese il posto di quella di classe, così i partiti socialisti europei non solo votarono in Parlamento i crediti di guerra (esortando “i proletari di tutti i Paesi” a spararsi tra loro anziché unirsi), ma arrivarono ad assumere ruoli ministeriali nei governi bellici. Ci si riflette poco, ma anche questa resa indecorosa è tra i cortocircuiti ideologici responsabili della nascita del fascismo e di tante baggianate concettuali di cui si nutrì il mascellone epilettico, come la supposta dialettica tra “giovani nazioni proletarie” e decrepite “potenze plutocratiche”, attraverso la quale si pretese di sostituire la lotta tra le classi con quella tra le nazioni.

Il paradigma della globalizzazione, forma recente e moderna di “falsa coscienza” della borghesia mondiale, ha prodotto in sequenza due risposte: il movimento “No global”, nella sua fase giovanile; il “sovranismo”, in quella senile. Al di là delle differenze in termini di radicalità nei contenuti e nel linguaggio adoperato, entrambe recano al proprio interno molteplici e contraddittorie influenze, alcune delle quali riconducibili proprio alla concezione che si vorrebbe contestare. Anzitutto la professione “anti-ideologica”, l’affermazione perentoria sul tramonto di ogni vecchia, sorpassata e inattuale contrapposizione ideologica, la cui traccia originaria è ben riconoscibile proprio nella fallimentare teoria sulla “fine della storia”. Già quando definiamo non ideologica la nostra proposta politica, in realtà, stiamo dando corso a una chiara opera di mistificazione ideologica, tra l’altro per niente nuova né originale. Anche il primo fascismo si presentò con questa facciata. Non esiste prospettiva politica a-ideologica, ogni proposta per quanto confusa e contraddittoria sostiene una concezione più ampia, tuttavia, senza una visione organica e coerente del mondo non si va da nessuna parte e, prima o poi, le contraddizioni non risolte o nascoste sotto il tappeto presentano il conto. Ciò è avvenuto per il movimento No Global, di cui oggi abbiamo solo un vago ricordo, lo stesso accadrà per quello sovranista.

Cronache di un Golpe

latuff-ditadura

Ci sono tanti modi per realizzare un colpo di Stato, non necessariamente con l’uso di scarponi e marce militari. Che il PT abbia palesato molti limiti nella sua azione di governo, sbagliando e dimostrando poco coraggio, è fuori di dubbio, ma non è questo ciò di cui si discute ora, altrimenti i governi verrebbero rovesciati ogni anno. Il punto fondamentale è che sia l’offensiva contro Dilma Rousseff, con il goffo tentativo di impeachment per il quale manca qualsiasi fondamento giuridico, sia quella giudiziaria a Lula, sono parte di un attacco concentrico molteplice e articolato. E, come sappiamo, quando le prove mancano si costruiscono. Non c’è nulla di concreto sul piano giudiziario, però i media hanno (ad arte e preventivamente) creato un clima di odio che, sebbene principalmente rivolto al PT, si nutre di parole d’ordine anticomuniste e di avversione di classe verso qualsiasi ipotesi di politica sociale redistributiva. E’ in corso un’operazione per spostare economicamente, culturalmente, e nelle relazioni internazionali, il Paese a destra.  Così, il giudice Moro, protagonista delle azioni legali contro Dilma e Lula, anch’esse sotto molti aspetti procedurali eversive, non è una parte terza, al contrario, è una figura riconducibile al mondo della destra liberista, non casualmente già si fa il suo nome come candidato alle prossime presidenziali a capo di quel blocco sociale.

Ora il golpe-impeachment contro Dilma va verso il suo surreale finale: un parlamento, corrotto sino al midollo, mette in stato d’accusa il presidente legittimamente eletto appena due anni fa per una modulazione del bilancio sempre adottata dai suoi predecessori. A prescindere dal giudizio soggettivo sul governo disarcionato con la forza, resta una ferita alle regole democratiche minime, perpetrata scientemente grazie al ruolo non solo attivo ma militante dei principali media nazionali. Le tanto decantate norme procedurali e garanzie costituzionali, tipiche della retorica liberaldemocratica, evaporano. Quando si mobilitano gli apparati egemonici privati delle classi dominanti, contano solo i rapporti di forza (delegati) tra maggioranza e minoranza, anche se frutto di pratiche trasformistiche, effimere e prive di qualsiasi legittimazione popolare.

Superata anche l’ultima tappa di questa farsa, il governo, privo di qualsiasi legittimazione popolare e affermatosi brutalmente, violando norme e buon senso, procederà senza più alcun freno alla privatizzazione delle grandi risorse naturali nazionali. Acqua, petrolio e foreste sono nel mirino degli interessi economici speculativi che fanno il tifo per questo golpe. Sarà una semplice coincidenza, ma il governo illegittimo di Temer ha già calendarizzato, per il 12 settembre prossimo, la discussione finalizzata alla privatizzazione della riserva naturale di acqua del Guarani, una delle maggiori al mondo, ai gruppi Nestlé e Cocacola.  Ma si sa, i teorici del pensiero liberale hanno sempre affermato che la libertà dei cittadini è inversamente proporzionale all’estensione delle attività dello Stato; la cosiddetta sfera dell’individualità privata è “sacra e inviolabile”, specie perché dietro alla retorica sulle cosiddette libertà fondamentali c’è sempre posto per il proprio portafoglio.

Viste le premesse non c’era da dubitarne, così la discussione in Senato del 29 agosto, ha mostrato tutta l’evidenza di una operazione illegittima che si intende far passare come impeachment. Non solo quella modulazione di bilancio fu adottata dai presidenti precedenti, ma anche da governatori dei singoli Stati che ora, da senatori, contestano la stessa pratica negli atti della Rousseff. Il senso del pasticcio istituzionale trova però conferma anzitutto in un fatto che testimonia il cortocircuito procedurale in corso: la maggior reprimenda mossa (persino dall’avvocato dell’accusa) alla Presidentessa allontanata, sarebbe la sua responsabilità nella crisi economica del Paese (disoccupati, indebitamento statale, inflazione ecc., ecc.). Senza entrare nel dettaglio di una simile affermazione, chiaramente opinabile, si parte da una obiezione del tutto politica per emettere una sentenza di condanna giuridica, con una sovrapposizione dei due piani tale da far rabbrividire anche un profano di diritto costituzionale. Se in Italia dovessimo mettere in stato di accusa i presidenti del consiglio su questa base assisteremmo almeno a un procedimento di Impeachment all’anno.

Ma al di là di tutto, ieri, Dilma Rousseff si è difesa per 15 ore con decisione e dignità dalle accuse mossegli, affermando di aver avuto paura due sole volte nella sua vita: quando fu torturata e seviziata per giorni dai militari, durante la dittatura, e quando scoprì di avere il cancro. In questo momento, ha concluso, la sua unica paura è la morte della democrazia nel suo Paese. Come darle torto? Forse in Europa ancora non si comprende la gravità di quanto sta accadendo in Brasile e la necessità di una mobilitazione straordinaria di solidarietà internazionale. Purtroppo, temo, lo si capirà troppo tardi.

Libertà, uguaglianza e contenuto universale della democrazia.

Nel dibattito politico della sinistra di classe, essenzialmente nell’ambito dell’eurocomunismo, per molto tempo, si è discusso dell’esigenza di affermare il “valore universale della democrazia”, dunque di conciliare questo principio con i valori di uguaglianza e giustizia sostanziale propri del socialismo. E’ un discorso ineccepibile, che nasce dalle contraddizioni della nostra storia novecentesca ma che, purtroppo, a guardare la realtà concreta, rischia di apparire maledettamente astratto. Nella retorica democratica del mondo occidentale un punto su cui sempre si insiste è il primato della volontà popolare espressa nel voto, dunque il rispetto dei governi legittimamente eletti. Andando però a vedere bene cosa significa storicamente tutto ciò bisognerebbe aggiungere: “sempre che questa volontà e i governi da essa espressi stiano nel campo dei nostri valori” (primato delle leggi di mercato e tutela dell’ordine sociale nei termini classici di questo modo di produzione). La strategia della tensione da noi, il Cile di Allende, ma anche più recentemente la Bolivia, il Brasile e soprattutto il Venezuela ci dimostrano come il risultato del voto interessi ben poco i grandi santoni del mondo politico e intellettuale liberale, sovente, pronti a utilizzare qualsiasi mezzo, compresa la scorciatoia autoritaria dei colpi di Stato, per tutelare i propri interessi minacciati. Per tutte queste ragioni, è lecito credere nel valore assoluto della democrazia, ma solo in un contesto nel quale una o più classi non si trovino in una condizione di abissale vantaggio in termini di risorse economico-materiali di cui disporre nella competizione politica, sia per costruire il proprio universo ideale e rappresentativo, sia per, molto più prosaicamente, corrompere il mondo intellettuale e comprare chi è costretto dal bisogno. Insomma, possiamo fare affidamento sul valore universale della democrazia solo in un contesto nel quale il privilegio e la differenza economico sociale non siano di ostacolo all’effettivo esercizio dell’uguaglianza formale.

Renzo Laconi, storia ed emancipazione della Sardegna.

Renzo Laconi, storia ed emancipazione della Sardegna.

Gianni Fresu

Relazione tenuta al Convegno “Centenario di Renzo Laconi”, CID, Rettorato dell’Università di Cagliari (2/3 marzo 2016)

La biblioteca di Laconi[1], attualmente custodita dalla Fondazione “Giuseppe Siotto”, rappresenta in sè uno straordinario patrimonio, configurandosi come una chiave di accesso utile a indagare la complessità umana e culturale di colui che la creò. Di questa vasta e articolata biblioteca, composta di quasi 6000 titoli, Roberto Moro e Franco Satta ci hanno fornito tutte le coordinate al termine di un lungo e minuzioso lavoro di catalogazione, condotto con le più aggiornate tecniche biblioteconomiche. Dunque, per approfondirne la conoscenza, rinvio al loro catalogo, limitando queste brevi considerazioni a quanto di mia competenza. Quando fu realizzato questo catalogo, personalmente mi occupai di accompagnarne la realizzazione con una sintetica biografia umana e politica di Renzo Laconi.

La straordinaria vastità della biblioteca di Laconi ci restituisce intatto il tracciato di un percorso politico ed intellettuale contraddistinto da una molteplicità di direzioni e interessi, alcuni anche sorprendenti. Una biblioteca specchio fedele della sua personalità e testimone del tentativo di cui, insieme ad altri, Laconi fu parte: immettere la storia delle classi subalterne sarde, con tutto il suo retroterra di tradizioni popolari e manifestazioni culturali, nel grande alveo della storia generale, della politica nazionale ed internazionale. Se la Sardegna esprimeva storicamente il problema di una soggettività marginale e subalterna ciò valeva ancora di più per le sue masse popolari inquadrate in livelli di assoggettamento molteplice.

La caricatura di Salvini, un grande e pericoloso errore.

La caricatura di Salvini, un grande e pericoloso errore.

Gianni Fresu

La ciclicità con cui a sinistra ricadiamo negli stessi errori, come un una storia che ci riporta sempre e inevitabilmente al suo punto di partenza, è forse una delle ragioni della nostra attuale marginalità politica e sociale. Mi riferisco alla sufficienza con cui si guarda a un fenomeno nuovo e di dimensioni per nulla irrilevanti nel mondo della destra. Salvini sembrerà pure ebete ma non è per niente scemo. Facciamo attenzione a non limitarci alle caricature dei nostri avversari, pensando che tutti lo percepiscano come lo vediamo noi. Non dimentichiamo che, a suo tempo, quando un altro ammaestratore di folle emerse dai disastri della guerra in tanti nel nostro campo lo derisero, ma soprattutto lo sottovalutarono, ritenendo il suo movimento un fenomeno folcloristico di sbandati senza ideologia né futuro. Nel 1921 il Congresso del Partito comunista, per non parlare degli altri, lo trascurò al punto da prevedere ogni cosa tranne la sua possibile affermazione, eppure non sarebbero passati tanti mesi.

Come il suo più illustre predecessore, anche Salvini (nel suo piccolo) sembra aver scoperto la pietra filosofale del più tradizionale sovversivismo reazionario: sobillare/eccitare l’inquietudine dei ceti medi declassati dalla crisi, per ottenerne il consenso; occhieggiare alla grande borghesia spaventata, per difenderne organicamente gli interessi. Essere riuscito a nazionalizzare la Lega, saldando il tradizionale approccio xenofobo del suo movimento all’odio nazionalista fascistoide, oggi polverizzato in una galassia di sigle insignificanti ma presente (soprattutto culturalmente) nel Paese, è un colpo da maestro, gli va riconosciuto. Soprattutto perché il tutto avviene in un quadro di profonda crisi tanto della destra sociale, quanto di quella liberista. Con una fava, egli si propone per rappresentare entrambe, non è detto che ci riesca, ma ha già portato la Lega fuori dal recinto del Nord (senza più ricorrere all’intermediazione di Berlusconi), candidandola a guidare un nuovo ipotetico blocco sociale conservatore, non è poco. Invece di valutare in termini politici tutto ciò preferiamo limitarci a considerarlo poco più che un imbecille, tuttavia, non occorre essere cervelloni per mettere nel sacco un popolo, raramente hanno infatti governato dei geni, occorre però avere intuito politico, che spesso, invece, i geni non hanno.

A noi può sembrare incredibile che si possa abboccare ai suoi richiami demagogici, senza tenere conto delle sue contraddizioni, del passaggio incoerente dall’antimeridionalismo al nazionalismo, ma pensiamo sia la prima volta o una sua esclusiva storica? Guardiamo alle posizioni del primo movimento fascista nel 1919 (anticlericale, anticapitalista, con punti programmatici della tradizione socialista) e poi prendiamo le posizioni totalmente diverse espresse da Mussolini appena due anni dopo, nel suo primo intervento in Parlamento del 21 giugno 1921 o nel Congresso del novembre 1921. Qualcuno pensa che, quando determinate categorie sociali decisero di puntare su di lui, la sua incoerenza ideologica e programmatica fosse un ostacolo? Uno dei più acuti osservatori del fascismo, Angelo Tasca Tasca, nel 1938, riconosce a Mussolini, specie nei tumultuosi avvenimenti tra il 1921 e il ’22, una spregiudicatezza tattica e una determinazione personale non rintracciabile nei suoi avversari politici. Mussolini riesce così a sfruttare a proprio vantaggio l’interminabile situazione di crisi e instabilità governativa: da un lato facendo opera di interdizione verso ogni operazione tesa a combatterlo, isolarlo o anche solo a escluderlo; dall’altro utilizzando tutti i mezzi a disposizione per il conseguimento del suo obiettivo, la conquista del potere e soprattutto il governo della politica estera italiana. La condotta di Mussolini disorienta le vecchie classi dirigenti liberali perché ogni contenuto ideologico, programmatico o propagandistico è utilizzato solo in rapporto alle esigenze immediate. Mussolini non si lega mai ad una affermazione o impostazione ideologica ed è sempre pronto a rovesciare una sua precedente presa di posizione se ciò gli è utile strategicamente:

“L’immensa varietà degli eventi e delle passioni, i molteplici fattori che si annodano nella realtà italiana, e che anche oggi, a distanza di tempo, non è facile districare, subiscono nell’animo di Mussolini una straordinaria semplificazione, mentre i suoi avversari vi si ritrovano con difficoltà. Poiché non seguono fino in fondo né la logica dell’ambizione, né quella delle passioni ideali, costoro procedono esitando, inciampando a ogni passo, aggrappandosi a vecchie formule ed a vecchie combinazioni che la marcia degli avvenimenti  ha  già condannato. Mussolini li supera anche perché, pur seguendo con attenzione vigile e circospetta i minimi fatti che possono modificare i rapporti di forze nella vita politica del paese, mira più lontano. Vuol conquistare il potere rapidamente e con tutti i mezzi, perché vuole arrivare a dirigere la politica estera dell’Italia: là solamente può trovare un campo sufficientemente vasto per la sua ambizione e portare a termine l’avventura cominciata nell’ottobre 1914 con la sua rottura col Partito socialista”[1].

Magari non sarà Salvini l’erede di questa tradizione, ma prima sbeffeggiarlo lo prenderei sul serio, molto sul serio, forse così esageriamo in prudenza però, poi, non siamo noi a fare la figura degli ebeti, come drammaticamente ci è già accaduto, quando il nostro sorriso sardonico si è trasformato in una paresi, magari non permanente ma durata venti lunghi anni. So che è pedante ma farlo, ma ricorrere a questa citazione (mai come oggi attuale) mi pare utile a chiudere questa breve, amara, riflessione:

“La tendenza a diminuire l’avversario. Mi pare che tale tendenza di per se stessa sia un documento della inferiorità di chi ne è posseduto. Si cerca infatti di diminuire l’avversario per poter credere di esserne vittoriosi; quindi in tale tendenza è anche istintivamente un giudizio sulla propria incapacità e debolezza, ossia un inizio di autocritica, che si vergogna di se stessa, che ha paura di manifestarsi esplicitamente e con coerenza sistematica, perché si crede nella «volontà di credere» come condizione di vittoria, ciò che non sarebbe inesatto se non fosse concepito meccanicamente e non diventasse un autoinganno (contiene una indebita confusione tra massa e capi e finisce coll’abbassare la funzione del capo al livello della funzione del più arretrato e incondito gregario), Un elemento di tale tendenza è di natura oppiacea: è proprio dei deboli abbandonarsi alla fantasticheria, sognare a occhi aperti che i propri desideri sono realtà, che tutto si svolge secondo essi: da una parte l’incapacità, la stupidaggine, la barbarie, la paurosità, dall’altra le più alte doti di carattere e di intelligenza: la lotta non dovrebbe essere dubbia e già pare di tenere in pugno la vittoria. La lotta rimane lotta sognata e vinta in sogno: nella realtà, da dovunque si cominci ad operare, le difficoltà appaiono gravi, e siccome si deve cominciare sempre necessariamente da piccole cose (poiché, per lo più, le grandi cose sono un insieme di piccole cose), viene a sdegno la «piccola cosa»: è meglio continuare a sognare e rimandare tutto al momento della «grande cosa». La funzione di sentinella è gravosa, noiosa, defatigante; perché «sprecare» così la forza umana e non conservarla invece per la grande battaglia eroica? e così via. Non si riflette poi che se l’avversario ti domina e tu lo diminuisci, riconosci di essere dominato da uno che consideri inferiore? Ma come è riuscito a dominarti? Come mai ti ha vinto ed è stato superiore a te proprio in quell’attimo decisivo che doveva dare la misura della tua sua periorità e della sua inferiorità? Ci sarà stata di mezzo la «coda del diavolo». Ebbene impara ad avere la coda del diavolo dalla tua parte”[2].

 

 



[1] A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Laterza, Bari, 1972, pag. 328, 329.

[2] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1977, pag. 1885

 

La solitudine della classe operaia sarda.

La cronaca socio economica della nostra regione è quotidianamente segnata dalle vertenze del mondo del lavoro, nelle quali ha modo di manifestarsi l’agonia apparentemente irreversibile del suo superstite apparato produttivo industriale. Dalle miniere al tessile, dal siderurgico al pretrolchimico, praticamente non esiste comparto esente dallo stillicidio delle chiusure, con relative procedure di mobilità, ammortizzatori sociali e licenziamenti. Tuttavia, non intendo addentrarmi sul fenomeno della desertificazione industriale dell’isola, in sé noto e studiato da anni, bensì soffermarmi sulla condizione di solitudine vissuta dai soggetti che in primo luogo subiscono gli effetti di questo sgretolamento economico produttivo, costretti a forme di lotta sempre più disperate per attirare l’attenzione. Nella realtà sarda di oggi quanto resta della vecchia classe operaia si trova nella peggior condizione oggettiva e soggettiva di sempre dal suo sorgere, perché non solo subisce da decenni un processo di ridimensionamento strutturale, ma vive un drammatico isolamento politico. Per un verso, gli apostoli delle leggi di mercato (oggi prevalenti) la definiscono un residuo storico del Novecento, sopravvissuto solo grazie all’assistenzialismo statale e dunque ne affermano l’inutilità, sollecitando un rapido lavoro di inumazione al becchino. Per un altro, quel che resta della sinistra, insieme a una visione del mondo organica e coerente incentrata sul conflitto capitale lavoro, sembra aver smarrito anche una precisa idea dei suoi referenti sociali, pertanto, di fronte alla crisi in corso si limita a portare una solidarietà inane ai lavoratori, molto prossima a quella delle autorità ecclesiastiche, la visita del vescovo o del parroco al distretto in crisi e l’immancabile invocazione al signore. Infine, gli orientamenti impegnati nel rivendicare l’universo ideale della cosiddetta “sardità”, sovente prigionieri di una visione romantica “dei bei tempi andati” (intendendosi per essi la retorica dei rapporti sociali comunitari, propri del mondo agro-pastorale). Buona parte di loro, non tutti per carità, guarda con indifferenza se non proprio con malcelato disprezzo questo mondo, quasi che, nel suo storico farsi “classe in sé”, gli operai abbiano incarnato il tradimento di civiltà degli “originali” rapporti produttivi sardi. Qualcosa di molto simile all’approccio dei populisti (portatori anch’essi di una ideologia imperniata sulla mistica della piccola proprietà contadina) verso la nascente classe operaia russa di fine Ottocento. L’attuale solitudine della classe operaia sarda è drammatica, in sé persino più grave del suo disarmo strutturale, determinato dall’insieme combinato di due fattori dal pesante carico distruttivo: la tendenza storica alla delocalizzazione nella produzione industriale; la crisi  organica del capitalismo mondiale, dunque le ristrutturazioni da essa generate. Insomma, non solo la classe operaia sarda sembra destinata a non avere più una progenie, non ha nemmeno padri. Ciò accade non solo nel mondo politico, ma anche negli ambienti incensati dell’Accademia, un tempo guida dei cambiamenti storici e ora rimorchio della più spicciola cronaca politica. Non è un caso se gli studi di uno storico di grande levatura come Girolamo Sotgiu, sulla nascita del movimento operaio sardo, siano praticamente dimenticati e anche i suoi allievi e discepoli si guardano bene dal continuarne l’opera. Eppure il comparire del movimento operaio nella nostra regione, a partire dalla costruzione delle strade ferrate nell’Ottocento, ha rappresentato un indubbio progresso in termini di soggettività sociale e politica, ha favorito l’uscita da una storica condizione di subalternità per fasce significative di masse popolari sarde, superando la illusoria rappresentazione del fantomatico “popolo sardo unito” (senza distinzione tra sfruttatori e sfruttati, dirigenti e diretti) oggi invece tornata prepotentemente di moda. Forse proprio in ciò bisogna rintracciare la convinzione secondo cui i mali del cosiddetto popolo sardo (povertà, arretratezza e sfruttamento) sarebbero una conseguenza della sua misconosciuta dimensione nazionale, anziché il frutto delle contraddizioni nei rapporti sociali di produzione in cui esso si situa. Anche questa confusione, a mio parere, è un segnale della vittoria egemonica di una parte di quel popolo e della sconfitta dell’altra.

Gianni Fresu

 

Il dovere della sintesi e l’obiettivo dell’unità.

Lo “Straordinario congresso” del PRC si è concluso con la totale riproposizione una linea a mio avviso già ampiamente sconfitta negli anni precedenti sui tre fronti principali in cui avrebbe dovuto dispiegarsi: l’organizzazione interna; l’opposizione sociale; le istituzioni.

Rifondazione, infatti, è da anni in preda a un’emorragia inarrestabile di militanti e iscritti, è praticamente fuori dalle piazze in cui si esprime il malessere sociale, è stata espulsa dalle istituzioni dopo una lunga sequenza di tracolli elettorali. A suggellare ulteriormente la continuità con le scelte pregresse, si è deciso di confermare nel ruolo di segretario anche la figura che maggiormente l’ha incarnata. Mi è capitato di dirlo più volte, almeno dal 2011, lo ribadisco ancora: quando ci si trova di fronte a una totale sconfitta del proprio campo bisogna essere spietati, per nulla indulgenti e sentimentali, nella indagine tesa a metterne a nudo cause e responsabilità. Dopo una Caporetto, confermare insieme con strategie e tattiche perdenti persino il Comando di Stato Maggiore sconfitto significa non fare i conti con la realtà. Quando poi le battaglie di Caporetto sono tante diventa tutto ancora più inspiegabile.

Nei mesi passati, dopo il mesto ma prevedibile epilogo di “Rivoluzione Civile”, preceduto a sua volta dalla incomprensibile autodistruzione della Federazione della Sinistra, da più parti si erano levate voci e proposte in favore di una fase nuova, per rilanciare su basi radicalmente diverse la presenza dei comunisti e creare un fronte unitario di lotta sociale della sinistra nel Paese. A tali richieste, però, si è risposto con un’atteggiamento di netta chiusura e autosufficienza.

“Il partito di cui si afferma il bisogno c’è già, è il PRC, dunque basta iscriversi e lavorare al suo interno!” È  stata questa, grosso modo, la risposta all’istanza di un nuovo soggetto unitario che singoli e gruppi si sono visti recapitare dalle tribune congressuali, dove addirittura sono stati proposti e discussi emendamenti tesi a certificare l’indisponibilità verso un processo unitario che ricomponesse la diaspora comunista.  Significativamente, chi se ne è fatto portatore ha trovato pure un ruolo nella nuova segreteria nazionale, più chiari di così?

Il progetto del PRC, dopo la “Bolognina” capace di suscitare speranze e senso di appartenenza tra vecchie e nuove generazioni, negli ha progressivamente perso pezzi, riducendo con il numero di tesserati una originaria ricchezza di linguaggi e culture politiche . So che molti non apprezzeranno, ma non è rimasto più niente dello spirito originario che portò alla nascita della Rifondazione comunista. L’idea lungimirante della sintesi innovativa tra le migliori esperienze del movimento comunista italiano si è ridotta alla sola autorappresentazione di una delle sue componenti originarie. Anche in questo sta, sempre secondo me s’intende, la ragione della sua involuzione minoritaria.

Il mutamento molecolare dell’idea primitiva della Rifondazione comunista ha avuto diversi momenti cruciali, ma probabilmente trova un punto di non ritorno nella svolta impressa alla sua direzione da Fausto Bertinotti cui si fornì una delega plebiscitaria, assoluta e indiscutibile, sempre più ampia, sfociata poi in una concezione carismatica e mediatica delle funzioni di direzione. Fu solo l’atto finale di uno smarrimento ben più articolato, tuttavia, è bene ricordare il Congresso di Venezia quando, dalla tribuna del Lido, Bertinotti affermò di essere un “segretario di maggioranza” e non di sintesi: “Il partito si governa anche con un voto in più e chi non è d’accordo può benissimo andare altrove”, concluse, indicando la porta a chi non accettava la brutale chiusura di una normale dialettica tra maggioranza e minoranze. La storia successiva si è incaricata di dimostrare quanto fosse errata quella scelta, anche se non tutti sembrano averne tratto lezione. Per invertire la tendenza inarrestabile alla frammentazione il tema della sintesi è al contrario centrale, è un dovere, se si intende perseguire realmente l’unità. Da ciò un’indicazione operativa per i mesi a venire: non bisogna arrestare per un solo istante l’offensiva unitaria, anche verso quei compagni che con questo congresso hanno certificato il loro disinteresse a praticarla.  Con le scissioni non si fa l’unità, è vero, ma la logica maggioritaria e il rifiuto di una sintesi più avanzata sono i prodromi di ogni scissione, dunque ci si deve parimenti interrogare sia sulle responsabilità di chi le scissioni le fa, sia su quelle di chi le alimenta chiudendo autisticamente ogni margine di discussione.

A quell’idea originaria della Rifondazione comunista, purtroppo mai praticata fino in fondo, si dovrebbe invece tornare proprio oggi per aprire una fase Costituente nuova, che a partire dall’azzeramento di organismi e organizzazioni esistenti provi a superare lo stato di inefficacia cronica dei comunisti e più complessivamente della sinistra in Italia.

Gianni Fresu

Intervento all’assemblea “Che fare? Comunisti e sinistra”. Magazzini Popolari Casal Bertone, Roma 13 aprile 2013

Gianni Fresu

Intervento all’assemblea “Che fare? Comunisti e sinistra”.

Magazzini Popolari Casal Bertone, Roma 13 aprile 2013


Care compagne e cari compagni, di fronte al fallimento non solo delle prospettive, ma persino dei presupposti politici della cosiddetta sinistra d’alternativa in Italia fin qui praticati, si è aperta una discussione estremamente utile e stimolante, perché finalmente ha liberato molti di noi dai vincoli castranti delle rispettive aree e tendenze di appartenenza, rimaste parimenti travolte dal fallimento dei relativi partiti. C’è a sinistra uno spazio enorme da colmare, il modo migliore per comprendere la situazione reale e predisporci a elaborare una proposta all’altezza della sfida è non cercare rifugi nelle liturgie rassicuranti, ma perdenti, delle nostre rispettive comunità politiche di provenienza. Da questo punto di vista, iniziative come quella di oggi hanno un indubbio merito: riavviare una discussione non frazionata dagli steccati difensivi dei propri orticelli.

Quale esito possa avere una simile discussione è difficile dirlo, l’importante è dargli l’avvio (per usare un’espressione molto cara a Togliatti nei tremendi anni trenta) «senza aver paura di fare politica». Una cosa è certa, almeno così la penso io, bisogna accuratamente rifuggire da una tentazione: preconfezionare un progetto politico bell’è pronto da offrire in dote agli altri, aspettandoci eventuali adesioni entusiastiche o passive. Per essere ancora più chiari, non bisogna farci risucchiare dalle velleità caratteristiche delle fasi di crisi,  che in ultima analisi si tradurrebbero nella creazione dell’ennesimo partitino che si andrebbe a sommare a quelli esistenti. Occorre fare il procedimento inverso, discutere tra noi con l’ambizione di superare le attuali divisioni, mi rendo conto che è un’impresa ciclopica, ma se non ci proviamo ora nella condizione di riflusso e nello stato catatonico in cui ci troviamo, quando lo dovremmo fare?

Questa discussione non parte da zero, ognuno di noi ha fatto le proprie battaglie ed è portatore della sua personale elaborazione dei fatti. Vale anche per me e, dato che in questo momento non siamo impegnati in una gara di creatività intellettuale, mi scuso preliminarmente se in diversi passaggi dovrò fare nuovamente affidamento a ragionamenti e concetti da me già espressi altrove.

 

 

1)     Crisi organica.

 

Dopo decenni di giusta e previdente predicazione contro i paradigmi liberisti sostenuti da governi, accademie, giornali e benpensanti variamente collocati, abbiamo di fronte il collassamento di tutti i principali punti di riferimento dell’ideologia del “libero mercato” e la totale assenza di credibilità popolare da parte dei sacerdoti da sempre impegnati nel culto del “lasseiz-faire”. Ci troviamo in una fase di «crisi organica» del capitalismo mondiale, ossia, non una congiuntura, bensì una crisi strutturale che coinvolge in pieno i rapporti di produzione, quelli sociali, i circuiti finanziari di remunerazione dei capitali, lo stesso rapporto di rappresentanza dei sistemi parlamentari.

 

Gramsci diceva che quando si verifica una condizione di «crisi organica», i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali non riconoscendo più nei propri gruppi dirigenti l’espressione politica dei propri interessi di classe. In situazioni di tale tipo si moltiplicano le possibili soluzioni di forza, i rischi di sovversivismo reazionario, le operazioni oscure sotto la guida di capi carismatici. Il determinarsi di questa frattura tra rappresentati e rappresentanti porta per riflesso al rafforzamento di tutte quegli organismi relativamente indipendenti dalle oscillazioni dell’opinione pubblica come la burocrazia militare e civile, l’alta finanza, la chiesa. In una fase di crisi organica sono le classi subalterne a correre i maggiori rischi, poiché le classi dirigenti tradizionali dispongono di quadri e personale dirigente più addestrato, esse sono capaci di modificare uomini e programmi riacquistando il pieno controllo di una realtà che gli andava sfuggendo, mantenendo il potere e utilizzandolo per rafforzare la propria posizione.

Oggi ci troviamo in una situazione per molti versi simile, sicuramente diversa, non comprimibile nelle braghe dell’analogia storica, tuttavia, proprio dai drammi passati deve scaturire in noi la consapevolezza che nulla va sottovalutato. Le crisi organiche sono dominate dalle «rivoluzioni passive», vale a dire, fasi di modernizzazione autoritaria nelle quali le”riforme” vengono realizzate attraverso la passività coatta delle grandi masse popolari, con il preciso obiettivo di consolidare l’ordine sociale ed uscire dalla situazione di crisi. Il fascismo è uno degli esempi più emblematici di ciò, ma non il solo. Siamo di fronte ad un gigantesco tentativo di ristrutturazione internazionale dei rapporti sociali e di produzione da parte delle classi dominanti, la cui portata potrà essere valutata appieno solo tra venti o trenta anni, per ora possiamo limitarci a sottolineare che in Italia tutto questo avviene proprio nella fase di maggior crisi storica del movimento comunista e più in generale di tutte le prospettive alternative al modo di produzione capitalistico.

 

2)     Crisi del nostro campo politico.

 

Di sconfitta in sconfitta, il nostro campo si è progressivamente ridimensionato, fino a divenire inutile, residuale, insignificante. L’ho già detto e non posso che ripeterlo, negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire un nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD sì, PD no; governo sì, governo no.

Sta accadendo anche ora, nonostante il tracollo. Anche in questi giorni sono stato raggiunto per telefono, mail, o altro da compagni e dirigenti preoccupati per il problema delle alleanze, tanto da intendere lo scioglimento preventivo di questo nodo la premessa a qualsiasi discussione. Da una parte mi è stato detto: “ma non puoi metterti a discutere con quei matti che mai farebbero un’alleanza con il centrosinistra”. Dall’altra: “va bene discutere, ma sia chiaro prima di tutto, mai ci alleeremo con chicchessia!”

Mi permetto di dissentire da questo modo di avviare la discussione. Fondare o affondare (come è capitato alla FdS) il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia. Nonostante la nostra irrilevanza, conclamata,vedo ancora troppi compagni ripiegati su una valutazione meramente difensiva, più impegnata a fare le pulci alle organizzazioni collocate alla nostra destra che a realizzare un proprio bilancio. Smettiamola di parlare del PD, pensiamo a cosa vogliamo fare noi, anteporre la politica delle alleanze (PD sì, PD no) è un modo per mascherare la mancanza di una nostra soggettività politica. Per il PCI del dopoguerra la scelta di collaborare o rompere con le altre forze non era la premessa, ma una semplice eventualità tattica da prendere inconsiderazione a seconda delle situazioni e soprattutto dell’oggetto della collaborazione, o della rottura, in sé.

Chi trasforma questo rovello storico, in positivo o in negativo, ne rimane irrimediabilmente prigioniero. A mio avviso, esso non è la causa della nostra debolezza, bensì, l’effetto. Le cause del problema vanno ricercate altrove: la nostra subalternità culturale non solo verso l’attuale quadro politico, ma anche, e soprattutto, nei confronti di una più complessiva visione del mondo, di una Weltanschauung, che ci limitiamo a subire e ovviamente non siamo in grado di aggredire. Senza una nostra visione del mondo, che contempli un ordine diverso dall’attuale, la funzione dei comunisti perde di significato e senso storico, siamo destinati a essere fagocitati dai limiti storici delle politiche socialdemocratiche, anche se queste sono profondamente in crisi.

Per essere ancora più chiari, a mio avviso, il nostro problema non è l’essere o non essere stati l’ala sinistra di un progetto conservatore, la teoria del “socialfascismo” non mi ha mai suscitato alcuna simpatia.Il difetto semmai è all’origine: è mancata la parte rifondativa della nostra sfida. Abbiamo saputo riprodurre tutti i peggiori difetti dell’ultimo PCI, senza però averne il peso, non siamo stati capaci di costruire una nostra visione coerente e organica del mondo. Abbiamo lasciato il marxismo illanguidire in soffitta per andare ecletticamente al traino delle ultime novità “radicali”(Revelli, Toni Negri, pensiero No-global, disobbedienza,nonviolenza, ecc. ecc) in un continuo pellegrinaggio ideologico fatto di svolte e contro-svolte talmente volubili, e sovente contraddittorie, da averci lasciato, in ultima analisi, disarmati, proprio in una fase che doveva essere nostra: quella della crisi organica del capitalismo, segnata dal discredito e dalla disapprovazione popolare per le politiche liberiste.

Diciamolo serenamente, abbiamo fallito nella premessa del nostro progetto: non abbiamo rifondato né una teoria, né una prassi comunista.Ripartire, con onestà, significa fare i conti con questo problema, come affermava Marx, gli uomini prendono coscienza del proprio essere sociale,dunque fanno scelte di campo, sul terreno delle ideologie. Attualmente quale è la nostra?

Non caschiamo nella “falsa coscienza” della filosofia imperante, secondo cui le ideologie sono superate, è una menzogna, il liberalismo ha ancora oggi una sua ideologia, e le politiche che stiamo subendo in questi anni ne sono una tragica conferma, la stessa anti-ideologia dei movimenti antipartitici alla Grillo è, in realtà, un’ideologia in sé, costruita per negazione. Noi, non solo non abbiamo curato la costruzione di una nostra nuova visione del mondo all’altezza della sfida odierna, ci siamo sbarazzati di quella che avevamo ereditato. Da qui bisogna ripartire, per questo ritengo necessario mettere al bando i comitati e le bizzarrie elettorali tanto in voga nell’ultimo decennio per avviare un lavoro di lungo periodo.

Mi è capitato di chiarire altrove la mia opinione sulle ragioni del nostro fallimento: anzitutto la tendenza a impegnarci in campagne estemporanee, escogitate nei frangenti elettorali, e l’inconsapevole tendenza ad anteporre queste operazioni a una costruzione paziente del nostro progetto politico, capace di seminare, sedimentare e al limite, ottenere risultati.

Quanto accaduto alla Federazione della Sinistra, unico tentativo nato con la felice intuizione di invertire il processo disgregativo e decompositivo tra di noi è di per sé negativo. Chiarito che i gruppi dirigenti dei partiti costitutivi non ci hanno mai creduto, e si sono guardati bene dal mettere in discussione i propri santuari di autonoma sovranità, per quanto miseri, cosa necessaria se si intendeva trasformare un cartello elettorale in progetto politico. La FdS, dopo quattro anni di propaganda unitaria, in gran parte contraddetta dai comportamenti concreti, è morta per comune accordo a pochi mesi dalle elezioni, e nemmeno sul tema delle alleanze per il governo, ma addirittura sulle primarie. Un fallimento totale, per poi ritrovare dopo pochi mesi quelle stesse forze unite nella stessa lista, però senza nemmeno il simbolo con cui si erano presentate dal 2009 in poi agli italiani, un capolavoro politico. È  sconcertante, nessuno, tra i gruppi dirigenti, ha avuto l’umiltà di aprire una riflessione sulle ragioni di questo fallimento mettendo in discussione la propria direzione politica e con essa il proprio ruolo. Non solo, nemmeno la scoppola subita alle recenti elezioni politiche è servita per un’assunzione di responsabilità in tal senso. Se il PRC ha partorito un assurdo CPN dal quale è scaturito lo “straordinario Congresso”, non un Congresso straordinario (in fin dei conti non è accaduto nulla per pensare a una condizione di straordinarietà) il cui motto principale  sarebbe “rilanciare la Rifondazione”, nella stessa giornata, a pochi isolati di distanza i comunisti italiani lanciavano la parola d’ordine“ricostruire il PdCI”. Sarò forse io un po’ lento a capire la politica, ma ancora non mi è chiaro come sia possibile unire tirando nuovamente su tramezzi e muri divisori tra di noi, anziché deciderci finalmente a buttare giù i ruderi di quelli costruiti un tempo.

 

3)      Che fare?


Nella loro storia i comunisti hanno saputo incidere sulla realtà, e uscire dal ghetto in cui le forze sociali conservatrici li avrebbero voluti relegare, quando hanno avuto il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere i propri limiti, attraverso una severa, non rituale, autocritica.E’ stato così con il Congresso di Lione, che mise al bando settarismi e astrattismi ideologici con l’ambizione di costruire un partito in grado di analizzare la propria realtà nazionale e aderirvi plasticamente. E accaduto ancora nel fatidico biennio 1934-35, quando il movimento comunista ebbe il coraggio di sottoporre a severa critica la fallimentare tattica del periodo 1928-33, che recava con sé gravi responsabilità sull’avvento del nazismo in Germania e sulla condizione di isolamento vissuto dai comunisti nei diversi Paesi europei. Senza il radicale cambio di rotta del 1935, al VII Congresso dell’Internazionale, difficilmente i comunisti avrebbero potuto assumere il ruolo poi svolto nella guerra al nazifascismo.

Oggi, in chi ci ha guidato nel “Horror tour” dell’irrilevanza politica, trovo carente proprio quella capacità di guardarsi dentro e comprendere una realtà circostante sempre più distante da noi, dalla quale siamo irrimediabilmente respinti. Esistono al di fuori di noi tanti soggetti collettivi impegnati sul piano sociale o culturale, milioni di singoli individui costretti alla solitudine politica ma potenzialmente interessati a un progetto di classe. Molti di questi sono transitati nelle nostre organizzazioni, o magari hanno guardato a noi con simpatia, ma si sono allontanati senza trovare al nostro interno un progetto credibile e organico capace di riattivarne la partecipazione. Occorre andare oltre i nostri partiti, azzerare tutti gli organismi dirigenti, per dar corso a una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti nel nostro Paese: non si tratta solo di rimettere in moto, con l’entusiasmo e il senso di appartenenza,un ingranaggio inceppatosi, occorre con coraggio costruirne uno nuovo perché quello attuale è oramai inadeguato.

Non c’è, oggi, solo la crisi del capitalismo a livello internazionale, in Italia abbiamo oggi una decomposizione del sistema politico tale da aver travolto le mirabili previsioni della cosiddetta democrazia dell’alternanza, il bipolarismo, che nelle intenzioni dei suoi ingegneri e apologeti, tanto nel centro destra, quanto nel centro sinistra, avrebbe dovuto garantire un “salutare” ancoraggio politico del Paese al centro. Per due decenni hanno abbindolato gli italiani, dicendo che il superamento della “Prima Repubblica”, l’odiato sistema consociativo del proporzionale, avrebbe dato al Paese con la governabilità la stabilità economica, dunque la prosperità sociale. Oggi tutti questi discorsi appaiono sbiaditi e lontani ricordi. Però,a fronte di una mistificazione che si svela, ci troviamo in uno scenario politico nel quale sono sopravissute solo tre opzioni politiche PD, PDL, M5S. Nessuno di questi tre raggruppamenti pone al centro dell’agenda politica la questione che maggiormente segna questa fase di crisi economica, il lavoro.

La crisi organica del capitalismo mondiale, il susseguirsi di una serie infinita di guerre imperialistiche legate alla lotta per l’accaparramento delle risorse energetiche, l’intensificarsi nel nostro Paese dell’offensiva padronale contro il mondo del lavoro, hanno fornito più di una conferma oggettiva all’ esigenza di un Partito non solo genericamente di sinistra, bensì di un’organizzazione che fondasse la sua ragion d’essere su una inequivocabile scelta di campo all’interno del conflitto capitale lavoro.  Alle conferme oggettive si sono sommate quelle soggettive, nel senso che a dispetto di chi per trent’anni ha preconizzato la fine del conflitto sociale e l’inutilità di un’organizzazione autonoma delle classi subalterne, in questi due anni è salita quasi spontaneamente, dal mondo del lavoro e dalle realtà del disagio sociale,la richiesta di una salda rappresentanza sociale e politica, seria e credibile,capace di andare oltre la classica oscillazione schizofrenica tra settarismo e opportunismo. Su questo dobbiamo iniziare a lavorare, con umiltà, senza velleità o ingenui volontarismi. Una cosa è certa, il quadro politico da cui veniamo è oramai superato, le nostre rispettive forze politiche, sia chiaro, non il comunismo in quanto tale, hanno fallito nella loro missione, hanno esaurito la loro funzione storica, bisogna andare oltre per riaggregare, a partire dai comunisti, una sinistra di classe più ampia capace di invertire la tendenza oramai inesorabile alla sconfitta.

Rispetto a tutto questo non sono possibili scorciatoie di alcun tipo, nemmeno quelle che ripropongono con 23 anni di ritardo i paradigmi di una “nuova Bolognina”. Possibile che, proprio nel pieno di una così catastrofica crisi organica del capitalismo, siano i comunisti a dover arrotolare le loro bandiere e non le forze liberali e socialdemocratiche, responsabili di questo disastro economico-sociale?

Quel che trovo veramente anacronistico e, se fossi credente, direi fuori dalla “grazia di dio”, è un dibattito a sinistra ancora ostaggio di conflitti e personalismi stratificatisi nel tempo, che hanno origine in divisioni di dieci, venti, trenta anni fa. Nel mentre è cambiato tutto attorno, eppure, noi siamo ancora appesi alle fratture di allora, al punto da affiliare nelle rispettive cordate giovani sovente inconsapevoli, che per ragioni anagrafiche non hanno potuto vivere certi avvenimenti. Il merito della discussione che avviamo oggi è di voler tracciare una linea di demarcazione per iniziare un confronto costruttivo, con l’ambizione di superare questo stato di cose, facendo a meno dei pregiudizi reciproci. Si può fare di più è meglio? Sicuramente, però credo che questa sia la strada giusta per partire, e la ritengo molto più appropriata della solita, autoreferenziale, dialettica dell’ombelico che contraddistingue le discussioni interne ai due partiti, per non parlare delle singole aree di appartenenza. Siamo tutti sotto un cumulo di macerie, o iniziamo a rimuoverle insieme o un giorno sapranno di noi (“il misterioso popolo dei comunisti”) solo dopo qualche scavo archeologico.