Il Venezuela e l’insostenibile ingerenza dell’Occidente

Cile, Argentina, Brasile, Venezuela, poi sarà la volta della Bolivia? Le prove circa l’esistenza di un piano per destabilizzare e rovesciare il segno politico dell’America Latina, riportandola forzosamente sotto l’orbita degli USA e fuori dall’egemonia dei BRICS, circolano da diverso tempo, trovando più di un riscontro nei documenti resi noti da Snowden nel 2013. Proprio in questi giorni, mentre divampa il caso Venezuela, scopriamo ad esempio che la Banca Mondiale manipolò dati economici relativi al Cile prima delle elezioni, poi vinte dalla destra liberista.

Eppure a far scandalo oggi non è la permanente ingerenza nella sovranità delle nazioni legittime da parte di organismi come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, in ossequio ai voleri del loro maggior azionista di riferimento (gli USA), ma la natura dittatoriale del governo di Maduro. La narrazione di TG e giornali italiani sui fatti del Venezuela ha del vergognoso, si continua a parlare di “un Paese con due presidenti”, come se autoproclamarsi tale equivalga a esserlo veramente. Sebbene solo lui sia stato eletto con il 67,84% dei voti, appena il 20 maggio scorso, Maduro è definito dittatore, mentre il suo oppositore, che ha scatenato la guerra civile e il terrorismo, invocando l’intervento delle potenze straniere, sarebbe la legittima “opposizione democratica”. Le oceaniche manifestazioni chaviste sono oscurate o ridicolizzate, mentre le mobilitazioni per Guaidó sono descritte con toni enfatici e lirismo eroico. Vengono in mente i servizi strappalacrime quotidianamente dispensati prima dell’intervento militare contro la Serbia, quando si parlava di pulizia etnica in Kossovo o quelli allarmati sulle pericolosissime armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam. Anni dopo si è poi scoperto che le tante fosse comuni attribuite ai serbi erano in realtà opera dell’UCK, mentre le fantomatiche prove contro l’Iraq mostrate all’assemblea generale dell’ONU erano dolosamente fasulle, ma intanto l’obiettivo (il consenso dell’opinione pubblica) era stato raggiunto.

L’Occidente ama distinguersi dal resto del mondo per la sua sacrale venerazione del principio di “libera informazione”, anche se, a ben vedere, il concetto di libertà ha ben poca consonanza con la pervicace volontà di plasmare l’opinione pubblica dei nostri onnipresenti e pervasivi apparati mediatici e culturali. Quando dei fatti si continua a dare una sola rappresentazione possibile, la contrapposizione tra libertà di stampa e censura diviene pura astrazione retorica, una ipocrita foglia di fico per coprire l’oscena manipolazione di una realtà, quotidianamente violentata e trasfigurata, in funzione di un’unica visione del mondo. Altro che stampa libera, gli organi di informazione sono apparati egemonici in servizio permanente effettivo.

Così oggi il giudizio occidentale è unanime: “il Venezuela è dominato da una dittatura violenta e liberticida!” Ma come spiegare l’assoluta libertà di un personaggio che si autoproclama Presidente, invoca l’intervento (anche militare) di Nazioni straniere, sollecita il popolo a sovvertire l’ordine costituzionale con ogni mezzo? Per molto meno gli indipendentisti catalani (loro sì, legittimamente eletti) sono finiti in galera, eppure il governo spagnolo si permette di dare l’ultimatum a Maduro impartendo lezioni di democrazia. Avete mai visto l’UE e gli USA dare 8 giorni all’Arabia Saudita per il mancato rispetto dei diritti umani e delle minime regole di uno Stato di diritto? Eppure si tratta di un regime feudale, violento dove nemmeno è messa in conto l’ipotesi di un’opposizione democratica, figurarsi riconoscerle il diritto a autoproclamarsi governo legittimo. E secondo voi perché tutti i TG sollevano un caso e non l’altro? Sarà perché l’Arabia Saudita è uno strettissimo alleato dell’Occidente e affidabile fornitore di greggio?

Il relativismo della retorica democratica non ha pudore, se i tumulti di piazza rivolgono la propria rabbia contro le istituzioni occidentali i nostri media parlano di sovversione e vilipendio delle norme di pacifica convivenza, mentre i manifestanti sono inevitabilmente terroristi, anarchici o black block irresponsabili. Se gli assalti armati, i saccheggi, le violenze sono contro i governi (regolarmente eletti) di Nazioni non allineate con l’Occidente invece si tratta di legittime manifestazioni dell’opposizione democratica. Chiariamo un concetto. Qua non si tratta di dare il proprio consenso alle politiche di questo o quel governo, ciò spetta ai popoli di cui il Presidente in questione sarebbe (meritatamente o meno) espressione, ma di rispettarne la sovranità, denunciando ogni ingerenza indebita nella quale il pretesto democratico nasconde ben più prosaiche esigenze di controllo e accaparramento delle sue ricchezze.

Passare la notte, forse.

L’umido ti entra da ogni pertugio e il vento ti schiaffeggia per vedere se sei sveglio; dura prova tenersi in equilibrio sui propri piedi dopo una notte così specie se, camminando, tenti disperatamente di stringere spalle, braccia e gambe nel vano tentativo di cacciare via il tremito del tuo corpo infreddolito.

Zompettando con l’andatura incerta di un pinguino azzoppato, il tragitto dal Bastione a viale Santa Avendrace, alle 4 del mattino di un piovoso 24 novembre del 1973, sembra una traversata nel deserto. Nulla si muove per strada a parte una Fiat 850 che, sfrecciando, mi fa il pelo – brutto pezzo di merda! -, un furgone in lontananza con qualche problema di carburazione, qualche serranda che inizia a sollevarsi.

Ho ancora conficcata nella testa la stessa canzone che canticchio senza sosta da quando mi sono svegliato, Peace frog dei Doors: non capisco il perché visto che nemmeno mi piacciono più di tanto i Doors.

Dannato deficiente, non sono nemmeno capace di bere una birra senza sbrodolarmici, ne ho buttato più sopra questi logori e puzzolenti jeans da quattro soldi, che in gola; così cammino fradicio e goffo come se mi fossi pisciato addosso, senza nemmeno una cicca da fumare. Ha ragione il mio vecchio, sono una mezza sega e tra poco, varcata la porta di casa, me lo ricorderà vomitandomi il miglior repertorio dei peggiori aggettivi ed epiteti da lui conosciuti. A volte si dice del “sognare a occhi aperti”: io cammino rapido e incerto inanellando pensieri e immagini scollegate, come in un lungo sogno senza capo né coda, ma ho solo due minuscole fessure socchiuse che non mi impediscono di sbattere contro bidoni, calpestare merde e inciampare nei barattoli “streccati” sulla strada.

Federico è un tronco nodoso, lungo e secco, con un cespuglio esplosogli in testa nella primavera del 1970, se non ricordo male nelle settimane successive allo scudetto del Cagliari. Lo soprannominammo “zinnibiri”, perché è curvo come un ginepro piegato dal vento. Federico è il mio miglior amico, siamo cresciuti assieme ascoltando la stessa musica, tifando la stessa squadra, innamorandoci delle stesse ragazze.

Federico è figlio di un impiegato dell’ETFAS, insomma sta bene, almeno rispetto a noi. Il padre sognava per lui un futuro sulle sue orme, per questo gli propose, o piuttosto gli impose, di iscriversi all’Istituto Agrario Duca degli Abruzzi. La speranza era sistemarlo al suo posto, in quel grande carrozzone delle clientele democristiane; ma “zinnibiri” aveva altro per la testa e il suo unico exploit agronomico si rivelò la coltivazione di quattro sifilitiche piantine verdi cui la nostra impazienza di adolescenti curiosi non diede il tempo di crescere.

Rimase folgorato dalla Corte del “Re Crimson” e decise di essere un “uomo schizoide del XX secolo” quindi, dopo due anni di fallimenti scolastici, suo padre si arrese e accettò di assecondare le sue aspirazioni creative dischiudendogli le porte di quel paradiso di anarchia e anticonformismo che al tempo era per noi il Liceo Artistico.

Pino è la presenza silenziosa della nostra compagnia, c’è sempre anche se a volte quasi non ce ne accorgiamo. Il suo vero nome è Giuseppe, in onore a “baffone” il cui ritratto campeggia da sempre nel salotto di casa, tuttavia verso i dieci anni il padre decise di chiamarlo Pino. Un po’ perché quel nome gli sembrava troppo impegnativo, un po’ perché “baffone” era il suo mito assoluto, anche se non poteva più dirlo in giro, e la tempra d’acciaio del grande condottiero georgiano mal si conciliava con quel suo figlio degenere. Pino non sopporta lo sport: odia qualsiasi attività fisica o manuale e la vita sociale al di fuori dal nostro gruppo è per lui piacevole come una visita dal dentista.

Pino Adora i Genesis, è un devoto di Ikhnaton, Itsacon e la loro banda di allegri compari; solo raramente esce dal suo mondo parallelo e fa capolino tra i nostri discorsi con i suoi luminosi ma lentissimi ragionamenti. Adesso è un mesetto che si vede di rado, è uscito Selling England by the pound: non so come e da chi ma si è fatto spedire l’album da fuori e se non lo mette sul piatto almeno una decina di volte non si sente a suo agio.

Suo padre, Graziano (per i compagni Molotov), è un operaio chimico: lavora alla Rumianca di Macchiareddu, è un convinto comunista e passa più tempo tra sezione e sindacato che a casa. Ogni volta che ci vede tutti assieme scuote la testa e con un mezzo sorrisetto conclude sconsolato: «Gi seisi a frori!», “siete proprio conciati bene” per dirla in italiano! È una brava persona, un gran lavoratore, ma non comprende il figlio e in generale non riesce proprio a capire che razza di animali ha di fronte quando gli capitiamo a tiro.

Siamo tutti più o meno di sinistra, vagamente simpatizziamo per il PCI o per qualche gruppetto rivoluzionario di cui abbiamo solo letto il nome su qualche muro di “Sa Duchessa”, ma tutto a un livello molto superficiale. La verità è che ci stanno sul culo i fascisti, persino di più i democristiani, ma siamo in fondo refrattari alla politica e, soprattutto, ci fa cagare la musica che ascoltano i compagni.

Una volta suo padre provò a farci partecipare a una riunione della FGCI ma scappammo dopo una mezzoretta, giusto il tempo per sentire la prima parte della relazione introduttiva. Eravamo ancora alle immancabili “questioni internazionali” e già avevamo uno sciame di vespe che ci ronzavano rumorosamente tra l’emisfero sinistro e quello destro. Al quinto “nella misura in cui” consecutivo del relatore ci siamo dati un’occhiata d’intesa e alla spicciolata siamo usciti per strada, inceneriti dallo sguardo truce di papà Molotov che aveva capito tutto.

In realtà non si vedeva molto bene: la saletta vicina all’ingresso in cui si trovava impegnato in uno scopone all’ultimo sangue era talmente densa di fumo che a malapena si scorgevano le figure, in compenso il disappunto incazzato dei suoi occhi si vedeva benissimo.

Pino abita a un isolato da me, nello stesso quartiere “Santa Tennera”, periferia di Cagliari, che i cagliaritani del centro considerano da sempre altra cosa da sé. Cagliari, la nostra città, per la verità non ci offre molto e gran parte del nostro tempo lo passiamo buttati per strada o a girovagare senza una meta precisa, eppure non potremmo vivere in nessun altro luogo, anche perché dovremmo adattarci a troppi cambiamenti. Per tornare a Pino, pure lui è mio compagno di classe anche se, silente e assente com’è, rischia di non essere preso in considerazione ed è costretto a rincorrerci nei nostri programmi.

Franco, anche passa tanto tempo con noi, in realtà non si sente parte del nostro gruppo, se così si può chiamare. Più più grande di noi, è molto ambizioso: vorrebbe fare la bella vita, frequentare le fighette del classico “Siotto”, partecipare alle feste della Cagliari bene, avere una bella 124 sport con le cromature sempre lucide, ma deve accontentarsi di rubare, quando può, le chiavi della vecchia 600 del padre.

Franco è uno sfigato come noi e tutti i suoi tentativi di inserirsi nelle cricche di via Mameli o all’Annunziata si sono scontrate con la dura realtà di quella cosa che il padre di Pino chiama “differenze di classe”. Insomma, dopo ogni delusione Franco torna all’ovile, degnandosi di perdere il tempo con noi anche se qualsiasi occasione è buona per farci notare quanto siamo grezzi e che “solo per una strana congiuntura si trova in nostra compagnia”. “Congiuntura” è un termine che ha imparato in uno dei suoi tanti approcci falliti. Fu il fratello di Silvia Asuni a usarla per fargli capire che, “sfortunatamente” per lui, non era aria con la sorella. Silvia e Filippo Asuni, i viziatissimi figli di un dirigente dell’Alitalia, abitavano in Via Mameli, i genitori avevano due macchine (una fiammante Mercedes e una 112) e una villa a Santa Margherita di Pula; loro un motorino a testa e persino la servitù in casa. Insomma, per farla breve da allora Franco usa quell’espressione in continuazione e sempre a sproposito, solo raramente ci azzecca, per farci capire che lui fa parte di un altro mondo.

Inizialmente lo guardavamo con una certa ammirazione ma ora ci fa un po’ pena perché vive in un mondo di illusioni persino più irrealistico del nostro e perché da questa merda di quartiere non uscirà mai. Terzo di una nidiata di otto figli, il padre operaio della cementeria e la madre casalinga, conducono una esistenza dignitosa pur tra molte privazioni; ogni tanto si inventa di sue lontane e non bene identificate origini nobili ultima spiaggia per fuggire da una realtà per lui avvilente.

In compenso Franco ha tre sorelle che sono il nostro sogno erotico proibito; la quarta è troppo piccola ma è sulla buona strada e probabilmente un giorno sarà la più bella di tutte: ancora non se ne rende conto, ma noi sì.

Franco ha lasciato la scuola, il Geometri “Baccaredda”, dopo anni ripetuti mai oltre la seconda. Dice che sta aspettando l’occasione giusta per svoltare, però è un mandrone, un pelandrone come pochi e ha rifiutato o si è fatto cacciare da tutti i lavori che il padre gli aveva trovato. Ciò che però non lo renderà mai parte del nostro gruppo è che Franco ha dei gusti musicali di merda, anzi della musica proprio non gliene frega niente.

Via San Paolo, una sequenza di discariche, bidet, cessi, scaldabagni, carcasse d’auto, ratti e cani che si aggirano furtivi in mezzo a quel che resta della nostra civiltà. Eppure questo pezzo di città abbandonato da tutti che si getta in una laguna ancora bellissima, è il nostro rifugio. Da qua, la mattina presto, vedi la città ancora avvolta dall’umido che si attacca alle nostre case malsane, corrode le carrozzerie delle auto, scava giorno dopo giorno le nostre ossa, ora inossidabili ma friabili come il tufo con l’andare degli anni.

Può sembrare strano ma da qui, tra batterie esauste e residui di demolizioni in primo piano, si può vedere uno degli scorci più affascinanti della nostra Cagliari che da Santa Tennera si arrampica su per Stampace riposandosi sulla Marina prima di fare l’ultimo tratto in salita verso Castello. Chi lo direbbe? Eppure sotto queste montagne di rifiuti pare ci sia una delle parti più antiche e affascinanti della città di cui nessuno si preoccupa.

Mauro, uno che studia lettere, o meglio fa finta di farlo, nelle pause di tempo in cui non se la tenta con mia sorella, ci parla di una capitale sepolta sotto lerciume e fango, la Cagliari giudicale. In linea d’aria siamo vicinissimi a casa nostra, ma quando arriviamo sulle rive di Santa Gilla ci sembra di essere in un altro mondo.

Domenica pomeriggio, una di quelle così noiose da desiderare che arrivi in fretta il lunedì, a costo di andare a scuola, rubata una bottiglia di vino e quattro sigarette eccoci qui a contemplare la laguna, quasi senza rivolgerci una parola. Stagnation, da Trespass è il nostro sottofondo latente. Agitiamo al vento le nostre teste in un sogno a occhi aperti, come se realmente ne stessimo sentendo il finale sincopato dopo gli arpeggi quieti e armonici del resto della canzone:

“Wait, there is still time for washing in the pool,
wash away the past
Moon, my long-lost friend is smiling from above,
smiling at my tears.
Come we’ll walk the path to take us to my home,
keep outside the night.
The ice-cold knife has come to decorate the dead,
somehow

And each will find a home,
and there will still be time,
for loving my friend
– You are there –
And will I wait for ever, beside the silent mirror
And fish for bitter minnows amongst the weeds
and slimy water”

 

(Racconto breve primo classificato al concorso letterario  organizzato da Dreambook e Fasi, contenuto nel volume “Sognalibro, storie di autori sardi nel mondo”, Dreambook edizioni, 2017 )

Un secolo di rivoluzioni. Percorsi gramsciani nel mondo. (Convegno di studi internazionale)

Università di Cagliari – Regione Autonoma della Sardegna – Comune di Cagliari

GramsciLab – Associazioni gramsciane sarde

 

Convegno internazionale per l’Anno Gramsciano

Cagliari 27-28 aprile 2017

 

Un secolo di rivoluzioni. Percorsi gramsciani nel mondo

A Century of Revolutions. Gramscian Paths across the World

Teatro Piccolo Auditorium

Piazzetta Dettori, Cagliari

 

 

Giovedì 27 aprile

ore15,00 – 19,30

 

Saluti

Maria Del Zompo, Rettore Università di Cagliari

Cecilia Novelli, Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni

Ignazio Putzu, Direttore del Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

Massimo Zedda, Sindaco Comune di Cagliari

Paolo Frau, Assessore alla Cultura, Comune di Cagliari

Giuseppe Dessena, Assessore alla Cultura, Regione Sardegna

Rappresentanti Associazioni gramsciane

 

Intervento introduttivo

Patrizia Manduchi, DISSI e GramsciLab

 

1^ Sessione

ore 16,30 -19,00

 

Dall’agire rivoluzionario al populismo. Conflitti e rivoluzioni nel “secolo breve”

From Revolution to Populism: Conflicts and Revolutions in the “Short Twentieth Century”

 

discussant Mauro Pala

 

  1. Angelo D’Orsi, Università di Torino

Da Lenin al Sessantotto: le rivoluzioni del secolo breve

 

  1. Lea Durante, Università di Bari

Aleksandra Kollontaj e Clara Zetkin: per una genealogia femminista della Rivoluzione

 

  1. Michele Cometa, Università di Palermo

Gramsci e Benjamin: un’affinità postuma?

 

  1. Roberto Dainotto, Duke University, Usa

Vedi alla voce “Populismo”: l’attualità della lezione di Antonio Gramsci

 

Dibattito

ore 19,00 – 19,30

 

Venerdì 28 aprile

ore 9,00 – 19,30

 

Intervento introduttivo

Álvaro Marcelo García Linera, Vice Presidente della Bolivia

 

 

2^sessione

ore 9,30-11,00

 

Conflitti e rivoluzioni nel XXI secolo: prospettive epistemologiche gramsciane

Conflicts and Revolutions in the XXI century: Gramscian Epistemological  Perspectives

 

discussant Sabrina Perra

 

  1. Guido Liguori, Università di Roma

Il concetto di rivoluzione in Gramsci, dall’Ottobre ai Quaderni del carcere

 

  1. Miguel Mellino, Università l’Orientale Napoli

Secolare, subalterno, postcoloniale. Decolonizzare il marxismo occidentale a partire da Gramsci

 

  1. Gilbert Achcar, SOAS, University of London

Morbid Symptoms: A Gramscian Perspective on Global Developments

 

Coffee break  ore 11,00 – 11,30

 

3^ sessione

ore 11,30-13,30

 

Movimenti contro egemonici e rivoluzioni passive in Asia e America Latina

Passive Revolutions and Counter-hegemonic Movements in Asia and Latin America

 

discussant Francesca Congiu

 

  1. Gianni Fresu, Universidade Federal de Uberlandia, Brasile

Coutinho, traduttore e interprete di Gramsci. L’elaborazione di una teoria gramsciana sul Brasile

 

  1. Ana Maria Said, Universidade Federal de Uberlandia, Brasile

Rivoluzione e democrazia: l’eurocomunismo in Brasile nel crepuscolo della dittatura

 

  1. Kevin Gray, University of Sussex, GB

Beyond States and Markets: Late Development and Passive Revolution in East Asia

 

Dibattito

ore 13,30 – 14,00

 

 

4^  sessione

ore 15,30 – 17,30

 

Percorsi rivoluzionari in Medio Oriente

Revolutionary Paths in the Middle East

 

discussant Alessandra Marchi

 

  1. Massimo Campanini, Università di Trento

Gramsci e la ricerca dell’egemonia nel pensiero politico islamista contemporaneo

 

  1. Asef Bayat, University of Illinois, USA

Revolutions of the Neoliberal Times. From the Iranian revolution to the Arab Spring

 

  1. Gennaro Gervasio, Università Roma 3

La Rivoluzione Egiziana: una prospettiva subalterna

 

  1. Daniela Melfa, Università di Catania

Utopie rivoluzionarie e comunisti in Tunisia. Itinerari di un’élite

 

Dibattito e saluti finali

 

 

Comitato Scientifico :

 

Francesca Congiu (Università degli Studi Cagliari)

Gianni Fresu (Universidade Federal de Uberlandia, Brasile)

Patrizia Manduchi (Università degli Studi di Cagliari)

Alessandra Marchi (Università degli Studi di Cagliari)

Mauro Pala (Università degli Studi di Cagliari)

Sabrina Perra (Università degli Studi di Cagliari)

 

 

“Forma abstrata e dimensão material do Estado em Marx”. Revista Urutágua

Revista Urutágua –

Revista Acadêmica Multidisciplinar. Universidade Estadual de Maringá (UEM). N. 34, junho-novembro, Ano 2016. ISSN 1519.6178. 127

http://periodicos.uem.br/ojs/index.php/Urutagua/article/view/34313

Forma abstrata e dimensão material do Estado em Marx

Abstract form and material dimension of the state in Marx

 Gianni Fresu[1]

 

Resumo: Este artigo tem o objetivo de explicar o processo que leva Marx, a partir da Crítica à Filosofia do Direito de Hegel, a elaborar a ideia sobre a origem historicamente determinada do Estado e da Sociedade Civil, como consequência de específicas relações sociais de produção. Nesse percurso, que parte dos temas filosóficos, o estudo da economia política se torna um momento fundamental de desenvolvimento gnosiológico e conceitual, para o qual o encontro com Engels foi central, pois infundiu em Marx o interesse para a economia política e a história econômica. Para o esclarecimento da natureza das relações de produção sobre as quais se levanta a sociedade civil e o Estado, assume uma importância absoluta a elaboração da tese sobre a “falsa consciência”, que, ampliando o conhecimento das formas de governo e de direção por parte das classes dirigentes, contribui também para a ideia gramsciana da hegemonia.

 

Palavras-chave: Marx, Estado, hegemonia.

 

Abstract: The objective of this studie is explain the process that lead Marx from his Critique of Hegel´s Philosophy of Right to elaborate the idea of the historically determined genesis of the State and Civil Society as consequences of especific social relations of production. In this track, since philosophical themes, the study of the political economy became a fundamental moment of his gnosiologic and conceptual development, on wich the meeting with Engels was central, because infused in Marx the interest to the political economy and economic history. To clarify the nature of the relations of production on which rises the Civil Society and the State, the preparation of the thesis about the “false consciousness” assume an absolut importance, enlarging the knowledge of government forms and leading by managing classes and contribute to Gramsci´s idea of hegemony.

 

Keywords: Marx, State, hegemony.

 

O tema da sociedade civil e do Estado atravessa toda a investigação teórica de Marx, e também de Engels, a partir da afirmação sobre a natureza historicamente determinada dessas instituições alicerçadas nas relações de propriedade e, consequentemente, das formas da divisão do trabalho.

Podemos considerar, nesse sentido, o ano de 1846 e a Ideologia Alemã como um ponto de chegada que marca a sua maturidade, depois de um processo de desenvolvimento começado no início daquela década. Nessa obra fundamental, encontramos a primeira exposição sistemática da concepção materialista da história. Um processo evolutivo que avança a partir da crítica da filosofia de Hegel e da descoberta do materialismo filosófico de Feuerbach, materializado, em particular, primeiros trabalhos Crítica da Filosofia do Direito de Hegel e a Questão Judaica, realizados por Marx em 1843.

Brésil: “il y a tous les jours des manifestations contre le nouveau gouvernement de droite”

Entretien avec Gianni Fresu réalisé par Sébastien Madau, “La Marseilleise”, mercredi 26 octobre 2016

Le 31 août 2016, la présidente du Brésil Dilma Rousseff était destituée suite à un processus de destitution. Une démarche orchestrée par la droite et qui s’apparente à un coup d’Etat institutionnel. Deux mois plus tard, où en est le Brésil? La droite au pouvoir a-t-elle enclenché sa politique de régression sociale? Que reste-t-il de l’offensive contre la gauche gouvernementale? Et ce alors que le mouvement social est en train de se mobiliser face aux premières mesures libérales, notamment dans l’Education. Le point avec l’italien Gianni Fresu, professeur associé de philosophie politique à l’Université fédérale de Uberlandia (Brésil).

– La situation au Brésil a démontré qu’il n’était pas nécessaire de tirer des coups de feu pour opérer un coup d’Etat.
Effectivement. On note l’articulation d’institutions cuturelles (médias, fondations, intellectuels, éditeurs) que Gramsci définissait “appareils hégémoniques de la société civile”, dont la fonction consiste à former l’opinion publique, conserver les équilibres existants ou fomenter un climat de rejet envers les forces gouvernementales responsables d’avoir bouleversé ces vieux équilibres, en vue d’obtenir leur destitution. L’utilisation systématique et politique du pouvoir judiciaire, avec une manipulation médiatique permanente, ont atteint au Brésil des niveaux irréversibles. On travestit la réalité au service de la domination qu’on veut consolider. Aucun espace critique ou de resistance ne trouve de canaux officiels d’expression formelle, la lutte pour le monopole des organes destinés au formatage de l’opinion a été gagnée. Les militaires peuvent tranquillement rester dans leurs casernes, la liberal-démocratie a élaboré des instruments bien plus efficaces que les bruits de bottes et les marches au pas.
Au Brésil, il n’existe pas un journal qui ne soit aligné sur les intérêts du monde de l’entreprise et des vieux équilibres socio-politiques. Il est encore plus difficile de trouver dans les télévisions des approches critiques. Le principal groupe TV national, Rede Globo, né sous la dictature, a été protagoniste de cette création d’un climat généralisé d’opposition à Dilma Rousseff et Lula. Au-delà du jugement subjectif sur le gouvernement écarté, il demeure une blessure, sur les règles démocratiques minimales, perpétrée sciemment à travers le rôle actif et militant des médias nationaux. Quand les appareils hégémoniques privés des classes dominantes se mobilisent, seuls comptent les rapports de forces entre majorité et minorité. Y compris sans aucune légitimité populaire. 

– La droite a réussi à destituer Dilma Rousseff. Au-delà du départ d’une présidente, quelles conclusions peut-on tirer de ce processus?
Cette opération avait deux objectifs. Le premier concerne le rôle à l’international du Brésil, au sein des Brics (Brésil, Russie, Inde Chine, Afrique du Sud). Ce n’est pas un hasard si la situation s’est accélérée quand ces nations ont annoncé vouloir créer une banque d’investissement propre capable de rester en dehors des règles du FMI et de la Banque mondiale. Les Etats-Unis ont la dette publique la plus élevée au monde qu’ils peuvent alimenter grâce au fait d’être les détenteurs de la monnaie au coeur de toutes les transactions internationales. Cette hypothèse, avec le risque de soustraire l’Asie, l’Afrique et l’Amérique latine du circuit du dollar représente un danger de mort pour Washington qui a, ce n’est pas un hasard, commencé à oeuvrer sur plusieurs fronts (Ukraine, Syrie, Hong Kong, Amérique latine) avec l’objectif de destabiliser les principes de ce bloc. Le second objectif porte sur les équilibres sociaux internes, menacés par une politique redistributive qui, malgré mille contradictions, était en train de créer un nouveau bloc social derrière le gouvernement parmi les couches sociales les plus pauvres et les zones territoriales les plus retirées.
Tout cela était inacceptable pour les classes qui depuis toujours font la pluie et le beau temps ou la traditionnelle élite politico-sociale des régions les plus économiquement fortes.

 

– Dilma Rousseff a été destituée pour des “erreurs” politiques mais rien d’illégal en soi. Comme si l’oligarchie avait profité de moyens constitutionnels à disposition pour éloigner un adversaire politique.
Beaucoup d’erreurs politiques ont en effet été commises. Parmi elles, celle d’avoir choisi comme vice-président justement Michel Temer qui est devenu président. C’est tout à fait le symptôme de la recherche continue d’un compromis a minima avec cette composante sociale du Brésil peu ouverte, elle, à se faire embarquer dans des changements sociaux substentiels. Que le Parti des Travailleurs (PT) ait montré beaucoup de limites dans son action gouvernementale ne fait pas l’ombre d’un doute. Mais ce n’est pas de ça dont il s’agit. Sinon, des gouvernements seraient renversés tous les ans ! Là, que ce soit l’offensive contre Dilma Rousseff, à travers la destitution sans fondement juridique, ou celle judiciaire contre Lula, elles font partie d’une attaque concentrique, multiple et articulée. Et quand les preuves manquent, on les fabrique. Il n’y a rien de concret du point de vue judiciaire, mais les médias ont créé un climat de haine qui, même si principalement destiné au PT, se nourrit de mots d’ordre anticommunistes et de haine de classe envers toute hypothèse de politique sociale redistributive. Il y a là une opération visant à déplacer économiquement, culturellement, ou au niveau international, le pays à droite. D’ailleurs, le juge Moro, protagoniste des actions contre Rousseff et Lula, est cité pour être candidat de la droite à la présidentielle.
La discussion au Sénat le 29 août dernier a montré une opération illégitime. Non seulement, la modulation de bilan contestée à Dilma Rousseff a été adoptée par les présidents précédents mais même par des gouverneurs d’Etats qui ont condamné cette pratique. Le reproche majeur serait sa responsabilité dans la crise économique du pays. Une objection politique pour émettre une sentence juridique.

 

– Qui sont les instigateurs de cette destitution? De quels secteurs proviennent-ils? N’étaient-ils pas impliqués dans des enquêtes pour corruption?
Il s’agit des traditionnels donneurs d’ordres du pays, à savoir la grande bourgeoisie industrielle et rurale même si le gros des manoeuvres de subversion de ces deux dernières années provient de la petite et moyenne bourgeoisie. Ils forment un bloc social pro-Américain, libériste, anticommuniste et traditionnaliste. Lors des manifestations anti-Rousseff, la dictature était fièrement revendiquée, et une des principales invocations était justement l’intervention de l’armée.
Le Brésil a à la fois une bourgeoisie dynamique, moderne et mondialisée, mais aussi de vieux secteurs parasitaires. La tendance cyclique et historique à la subversion réactionnaire, est exactement la conséquence de cette situation : les changements des rapports sociaux doivent intervenir en évitant rigoureusement l’irruption sur la scène sociale et politique des masses populaires qui, au contraire, devaient être rendues passive. A chaque fois, la solution aux crises a été trouvée dans des voies autoritaires et antidémocratiques.

 

– Qulles seront les premières mesures de la droite au pouvoir?
Le gouvernement Temer a déjà annoncé son agenda selon les recettes du FMI, ayant échoué en Argentine: réduire la dette en taillant radicalement la dépense publique dans la santé, l’école et l’université, la sécurité sociale et en privatisant ce qui reste de l’intervention de l’Etat. L’université publique, par exemple, ces douze dernières années, a été l’objet d’un projet de développement et a reçu de grands investissements pour fournir au pays une classe enseignante ample et articulée sur l’échelle nationale, mais également avec l’intervention économique pour favoriser l’accès aux classes sociales et composantes ethniques jusque-là exclues de la possibilité de faire de hautes études. Bien, le gouvernement a annoncé une réduction des financements d’environ 45% des ressources de l’Etat. Cela signe pratiquement la fin de ce système au bénéfice des universités privées, malgré leur piètre qualité, les énormes coûts pour y accéder et la sélection sociale.
Une autre annonce porte sur les rapports entre capital et travail. Et la volonté de les rééquilibrer en faveur du premier à travers l’augmentation du temps de travail, la baisse des salaires, la précarisation des contrats. Enfin, le gouvernement veut ouvrir au privé et aux capitaux étrangers les énormes resources naturelles dont dispose le pays et que les gouvernements PT avaient cherché à maintenir sous contrôle public. L’eau, le pétrole et les forêts sont dans le viseur des intérêts économiques spéculatifs qui ont soutenu le coup d’Etat. Ce sera certainement une coincidence mais le gouvernement a déjà programmé la discussion finale pour la privatisation de la réserve naturelle en eau de Guarani, une des plus grandes du monde, aux groupes Nestlé et Coca Cola.

 

– Quelle a été la réaction de la gauche brésilienne? Existe-t-il un mouvement social qui pourrait renverser ce processus ou faudra-t-il attendre les prochaines élections?
La réaction a été remarquable, vaste et dans tout le pays. Au contraire, je crois que la dramaturgie de ces événements a réimpulsé la participation populaire et l’activité de la gauche, qui dans la dernière période des gouvernements PT semblait assoupie et sur la défensive. Il ne se passe pas un jour sans manifestatons, déclarations et mobilisations contre ce coup d’Etat.

 

– Au-delà de ce coup d’Etat institutionnel, ne faudrait-il pas porter un regard sur l’action de la gauche au pouvoir? Quel est son bilan?
J’ai déjà évoqué les limites de son action. Quant aux aspects positifs, il y a des résultats incontestables, obtenus dans une période de forte offensive internationale du libéralisme, marquée dans les autres pays du monde occidental par une nette aggravation des conditions de vie et de travail, l’augmentation de la misère et de l’effet ciseau entre richesse et pauvreté. Sans oublier un recul des droits sociaux. Au Brésil, ces dernières années, le PIB a été multiplié par quatre, en permettant la création de 21 millions d’emplois, favorisant l’abandon du seuil de pauvreté absolu pour 35 millions de personnes, la construction d’un million et demi de logements sociaux et en brisant le filtre de classe qui empêchait les couches les plus pauvres d’accéder au système de formation.
On peut critiquer les modalités d’intervention, la fameuse “Bourse famille”, mais il est indiscutable que s’est produit une redistribution de la richesse inédite dans l’histoire du Brésil. Alors oui, dans un pays où une seule famille peut contrôler d’énormes propriétés et où les étendues servent à la spéculation, aucune démocratisation ne sera possible sans une réforme agraire. Rien que d’en parler au Brésil, c’est évoquer le diable, cela crée les conditions d’une guerre civile, mais cela reste la clé. Le Mouvement des Travailleurs sans terre représente une des bases les plus organiques, vives et dynamiques des gouvernements de ces douze dernières années. Toutefois, ni Lula, ni Rousseff n’ont donné suite aux projet de réformes essentiels de sa plate-forme programmatique, au contraire, ils ont souvent donné des signaux allant dans la direction inverse. Comme quand Dilma Rousseff a confié le ministère de l’Agriculture à un représentant lié aux grands groupes nationaux et multinationaux que contrôle de manière oligarchique le milieu rural.

 

– L’ancien président Lula pourrait-il jouer un rôle dans le futur du Brésil? Et Dilma Rousseff?
Difficile de répondre. Dilma Rousseff s’est défendue avec dignité des accusations à son encontre, en affirmant n’avoir eu peur que deux fois dans sa vie: quand elle a été torturée par les militaires sous la dictature et quand elle a découvert d’être atteinte d’un cancer. Elle a conclu son intervention en indiquant que son unique peur sera pour la mort de la démocratie dans son pays. Elle sort sans nul doute debout de cette affaire, en devenant un symbole de résistance et en récupérant ces soutiens populaires qu’elle avait perdus durant son mandat. Toutefois, la campagne médiatique contre elle et Lula est si forte que cela rend extrêmement difficile une nouveau défi à la première personne face à ce bloc social protagoniste de leur défenestration.

 

Entretien réalisé par Sébastien Madau: 

http://www.lamarseillaise.fr/analyses-de-la-redaction/decryptage/53845-bresil-il-y-a-tous-les-jours-des-manifestations-contre-le-nouveau-gouvernement-de-droite

Lênin leitor de Marx: Dialética e determinismo na história do movimento operário

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No final de junho a editora Anita Garibaldi e a Fundação Maurício Grabois estarão lançando “Lênin leitor de Marx: Dialética e determinismo na história do movimento operário” do intelectual comunista italiano Gianni Fresu. O livro, traduzido por Rita Coitinho, traz uma bela apresentação do professor Marcos Aurélio Silva. Segue trecho da orelha da obra: “A publicação de Lênin, leitor de Marx é um motivo de alegria para aqueles que têm no marxismo de Lênin uma referência teórica importante. Sabemos que o pensamento desse revolucionário russo tem estado ausente nos debates acadêmicos, mesmo entre os intelectuais de esquerda (…). Em 1922, preocupado com o crescente menosprezo pela dialética entre os comunistas, Lênin propôs que se criasse uma ‘sociedade dos amigos materialistas da dialética de Hegel’. Hoje, devemos conclamar a intelectualidade marxista revolucionária a formar uma ‘sociedade dos amigos das ideias materialistas e dialéticas de Lênin’. Diríamos que o livro de Fresu contribui nesse esforço”. Augusto Buonicore