Eugenio Curiel, i giovani e la Resistenza. La generazione che “rottamò” il fascismo.

Eugenio Curiel, i giovani e la Resistenza.

La generazione che “rottamò” il fascismo.

Gianni Fresu

 

I temi del rinnovamento anagrafico e della cosiddetta “rottamazione”, sembrano oggi monopolizzare l’attenzione del dibattito politico, sovente a prescindere dalla proposta avanzata. Nella storia non sono mancate fratture generazionali, tuttavia, i risultati più profondi in termini di rinnovamento si sono avuti quando tra vecchie e nuove generazioni si è determinata una saldatura incentrata sulle scelte di campo. La lotta di liberazione dal nazifascismo è un esempio in tal senso proprio per l’irrompere diffuso di giovani cresciuti nel regime che, nella clandestinità, trovarono un terreno d’incontro con i vecchi protagonisti dell’antifascismo sconfitto da Mussolini. Tra le figure dimenticate, eppure più significative, di quella pagina di storia si può annoverare quella del giovane scienziato e partigiano Eugenio Curiel di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Nato a Trieste l’11 dicembre 1912 da una famiglia benestante di religione ebraica, dopo l’iscrizione in Ingegneria a Firenze e il Politecnico a Milano, si laureò in fisica e matematica a Padova nel 1933 con il massimo dei voti e una tesi sulle disintegrazioni nucleari. Con la docenza universitaria, Curiel iniziò a partecipare anche ai seminari di studi dell’Istituto di filosofia del diritto. Ciò gli diede l’opportunità di curare l’altro versante delle sue passioni intellettuali, facendo i conti con la filosofia idealista di Croce e Gentile per arrivare attraverso Hegel al marxismo, secondo un percorso comune a tanti giovani della sua generazione. A questo periodo risalgono anche i suoi primi scritti e l’avvio di una più matura elaborazine politico-filosofica. Con altri giovani come Atto Braun, Renato Mieli (il padre di Paolo) e Guido Goldschmied costituì la cellula comunista di Padova, quindi nel ’36 stabilì un contatto con il PCI e partì per Parigi. Tra gli esiliati politici, l’arrivo di giovani italiani, che con l’entusiasmo e la voglia di fare si portavano dietro testimonianze dirette della situazione nel Paese, era atteso come una boccata d’aria fresca. Tornato a Padova con le direttive del partito, Curiel dovette fronteggiare la delusione dei suoi giovani compagni, desiderosi di passare all’azione e poco propensi a dedicarsi alle sole attività di penetrazione nelle organizzazioni fasciste indicate dal centro estero del PCI. In coerenza con le direttive ricevute, Curiel iniziò una stabile collaborazione con il giornale universitario fascista “Il Bò”, dove scrisse 54 articoli tra il 1937 e il ’38 curandone la pagina sindacale. Le lunghissime discussioni redazionali si spostarono alle fabbriche, per l’intuizione di confrontare preventivamente le questioni da trattare nel giornale con gli stessi operai. Ciò consentì al gruppo di costruire solidi legami sociali nel mondo del lavoro, poi rivelatisi fondamentali con lo sgretolamento del regime. Ottenuto nel dicembre del 1937 il passaporto per motivi di studio, riuscì tornare a Parigi dove per due mesi ebbe modo di rafforzare sempre più i rapporti con Donini, Grieco e Sereni. Curiel avrebbe voluto dedicarsi totalmente all’attività clandestina, ma il centro estero lo convinse a sfruttare fino all’ultimo gli spazi legalitari che ancora gli erano rimasti e di non rinunciare né al suo lavoro universitario, né all’attività nei GUF. Nel 1938, abbandonata la collaborazione con “Il Bò” ed estromesso dall’Università per la promulgazione delle leggi razziali, Curiel tornò a Parigi in una fase difficilissima per le forze antifasciste, con la Guerra Spagnola avviatasi verso una tragica sconfitta e dissidi sempre più grossi tra le forze della sinistra. Gli offrirono diverse sistemazioni lavorative sicure in Francia, Svizzera e persino negli USA USA – dove ebbe l’opportunità di partire per fare da insegnante al figlio di uno dei più importanti magnati dell’industria cinematografica, Luis Burt Mayer – ma li rifiutò tutti per non abbandonare la sua militanza e l’impegno antifascista nel Paese. Fermato dalla polizia svizzera nel maggio fu arrestato nel mese di giugno. Sottoposto a interrogatorio a San Vittore e mandato al confino a Ventotene, dal gennaio1940, Curiel si dedicò allo studio e alla formazione dei confinati antifascisti. Lasciata Ventotene, dopo tre anni, insieme agli altri confinati, Curiel tornò in libertà proprio alla vigilia dell’8 settembre. Trasferitosi a Milano, su indicazione della direzione Alta Italia del PCI, con il compito di creare il Fronte della Gioventù, curare l’edizione settentrionale de “l’Unità” e della rivista “La nostra lotta”, diventò il «partigiano Giorgio». Dopo una medaglia d’oro al valor militare, una lapide e un inno partigiano a lui dedicato, di questa singolare figura, tanto interessante da meritare una sceneggiatura cinematografica, rimangono alcune vecchie pubblicazioni e il ricordo degli ultimi testimoni di quella storia. La generazione di Curiel diede alla guerra di liberazione una parte consistente di quadri e la sua base di massa. Giovani cresciuti nel regime, ma capaci di emanciparsi dal fascismo, aderire all’opposizione e affiliarsi nelle formazioni partigiane. Tra le vecchie generazioni di antifascisti, in gran parte esuli sconfitti anche se non piegati dal fascismo, e questi giovani inquieti e insoddisfatti dal regime c’era un salto generazionale, ciò nonostante tra essi si determinò una saldatura fortissima destinata a costituire la spina dorsale della Resistenza. I leaders del vecchio movimento antifascista, costretti all’emigrazione dopo il carcere e le violenze subite, senza l’apporto delle nuove generazioni difficilmente avrebbero potuto raggiungere una tanto vasta mobilitazione contro il movimento di Mussolini. Le nuove generazioni allevate a “pane e fascismo” e non “contaminate” dal germe delle ideologie liberali, democratiche o marxiste, quelle su cui il regime tanto aveva puntato e da cui doveva venir fuori «l’uomo nuovo fascista», si rivelarono in definitiva il suo punto debole. Il 24 febbraio 1945, dopo aver pranzato in ufficio con la sua compagna, con Arturo Colombi e con altre due giovani collaboratrici e aver discusso il piano del numero de “l’Unità” in preparazione lasciò la redazione, riconosciuto sulla strada da un delatore, fu raggiunto e ucciso da una squadra fascista. Curiel morì a due mesi dalla liberazione di Milano, non aveva ancora compiuto 33 anni. Le cronache narrano che sul suo sangue un’anziana fioraia milanese gettò una manciata di garofani rossi. Tra tutti, per concludere, il ricordo dell’amico Giorgio Amendola: «Passammo, così, anche l’ultima notte del ’44, e salutammo con gioia il nuovo anno, quello della vittoria ormai certa. Ci vedemmo ancora una volta, qualche settimana dopo, e ci lasciammo in quel bar, all’angolo di Corso Magenta, da cui sarebbe uscito il 24 febbraio per andare in Piazzale Baracca incontro alla morte, alle pallottole dei fascisti. Anche la sua vita fu gettata nel rogo, come quella di tanti altri giovani. Ed il suo sacrificio, così crudele alla vigilia della liberazione, ha fatto di Eugenio Curiel, medaglia d’oro, un simbolo, il capo della gioventù della Resistenza». Quei giovani anteposero un ben preciso progetto, abbattere il regime e ricostruire da zero la democrazia, alla velleitaria pretesa di tagliare orizzontalmente ogni rapporto con le vecchie generazioni, non solo con quelle responsabili della dittatura, ma anche con chi lo aveva combattuto, seppur perdendo. Scelsero piuttosto di “rottamare” il fascismo.

 

 

 

 

Recensione a “La prima bardana” di Graziano Pintori, “Manifestosardo”.

 

Fonte:  “Manifestosardo”, numero 126, 16 luglio 2012 (http://www.manifestosardo.org/?p=14502)

“La prima bardana” è il risultato di uno studio serio e diligente di Gianni Fresu, il quale si è preso la briga di approfondire il periodo in cui furono aboliti gli ademprivi – ovvero l’uso civico dei pascoli, la raccolta del legnatico, l’utilizzo delle fonti ecc. – a vantaggio della proprietà privata. “La prima bardana” non è un titolo a caso, lo leggo come la denuncia di un atto criminoso, voluto e legalizzato dai piemontesi con il Regio editto sopra le chiudende; fu un atto che consentì l’appropriazione delle terre da parte di ex feudatari, da benestanti avidi e prepotenti, in combutta con la locale classe politica, sempre prona e sodale “chin sos imbasores”. Fu l’imposizione di un atto legislativo incongruente rispetto alle aspettative della vasta comunità dei poveri.
Da questa ingiustizia storica ebbe origine il banditismo, il quale, sotto certi aspetti, assunse caratteri politici/sociali: una rivolta armata “contra sa prepotentzia e sos malos usos ”. Dal lavoro di Fresu si coglie il continuum storico della Sardegna dal ‘700, lungo l’800 e tutto il secolo breve, con accentuazioni sociologiche ancora vive in questo scorcio del nuovo millennio. Sono tre secoli di storia sarda in cui cambiano personaggi, voci e suoni, ma il senso dello Stato, esattore e carabiniere, non muta nel rapporto con i sardi. Come pure l’economia isolana continua ad essere imposta dalle strategie dei mercati nazionali ed internazionali, senza trovare ostacoli di sorta da parte della rappresentanza politica regionale, che, in quanto a subalternità al potere costituito ed al trasformismo avrebbe poco da rimproverare a Depretis,. Non a caso gli avvenimenti narrati si snodano lungo il filo della imposizione di un nuovo modello di sviluppo, alternativo all’attività economica sociale radicata da millenni nella cultura resistenziale della pastorizia errante.
In questa pratica antica i piemontesi individuarono, a loro modo, l’origine di tutti i mali, il freno alla modernizzazione e al rifiorimento della Sardegna. Gli abitanti delle zone interne, dove questa pratica suggeva linfa e vitalità, furono identificati come il fulcro “reberde a sas mudassiones “, perciò sottoposti ad una continua repressione poliziesca, giustificata anche dal fatto che questi erano portatori di tare delinquenziali.
Oggi, nei tempi di Monti, BCE e mercato globale il termine colonizzazione può suonare un po’ obsoleto, però su quest’isola conserva tutta la sua efficacia e attualità. Partiamo dall’industria casearia, la quale, da qualche secolo e più, opera nell’isola indisturbata. Gli industriali impongono ai produttori il prezzo del latte stabilito dal loro cartello, da cui hanno origine le ragioni delle numerose lotte dell’odierno movimento dei pastori. Alla pari le attuali proteste contro Equitalia, ossia lo stato esattore, da parte del popolo delle campagne sono causate dalla vertiginosa lievitazione delle spese e degli interessi sui prestiti ipotecari, in cui si intravvedono le analogie con quelle che furono le imposte sabaude: molto più alte del valore della terra affidata.
La Chimica, lo sfruttamento energetico, l’occupazione militare, con tutti gli effetti devastanti sugli abitanti e sul territorio, sono il frutto di un regime coloniale barbicatosi prima con i piemontesi, poi con lo stato unitario e oggi pianificato dalle multinazionali, con l’assenso del governo centrale e quello dei mallevadori locali della RAS. “La prima bardana” arricchisce la storiografia sarda anche perché sottopone al lettore, in modo neutrale, i riferimenti al marxismo, relativamente all’accumulazione delle proprietà da parte dell’insaziabile borghesia; il libro suscita il giusto interesse perché cita Gramsci rispetto alla dialettica città-campagna, indica la questione meridionale come il mezzo più idoneo per addentrarci nelle origini della questione sarda.
Inoltre, il lettore può riflettere sulle interessanti analisi storiche e politiche di R. Laconi, U. Cardia, G. Sotgiu, I. Birocchi e altri. Per di più, se da un lato il Risorgimento Italiano storicamente inteso come ampio movimento per l’affermazione nazionale, per la libertà e l’unità d’Italia, in Sardegna si rivelò come un profondo disastro sociale ed economico. Per la Sardegna il Risorgimento non fu, sicuramente, un ritorno alla vita…anzi. L’antico detto sardo: “su nimicu benit dae su mare” non fu smentito dagli effetti del Risorgimento Italiano, ma contribuì a perpetuarlo nel tempo, tanto che ancora oggi è vivo in tutto il suo drammatico significato.
Sfidando i miei limiti sono voluto intervenire sul libro di Fresu semplicemente perché mi è piaciuto. Mi sono sentito coinvolto dall’opera perché certi temi ho già avuto modo di trattarli sul ‘manifesto sardo’ (numeri 114 e 115), in cui mettevo in rilievo come, ancora oggi, i possidenti terrieri assenteisti continuino ad arricchirsi, alla stregua di chi possiede una inesauribile e preziosa miniera a cielo aperto.
Il libro di Fresu l’ho letto come si legge la storia di una terra colonizzata, segregata non dalla geografia ma da scelte politiche ed economiche ben definite.
E’ un libro che non concede spazi al folclore, agli inutili e soliti piagnistei dei perdenti, non concede spazi all’eccessiva considerazione di se stessi, come popolo sardo, che, per citare Angioni, “ identifica il bene con la tradizione locale e il male con tutto ciò che non lo è”.

Graziano Pintori.

 

Gianni Fresu, “La prima bardana”. Modernizzazione e conflitto nella Sardegna dell’Ottocento.


Modernizzazione e conflitto nella Sardegna dell'Ottocento

G. Fresu

“La prima Bardana”

Modernizzazione e conflitto nella Sardegna dell’Ottocento.

(CUEC, Cagliari, 2011)

L’Ottocento è un secolo emblematico per la storia d’Italia, non solo per i processi politici che preparano e conducono in porto un evento tanto complesso e difficile a realizzarsi come l’Unità d’Italia, ma anche perché in esso si determinano significative tensioni dialettiche connesse alla modernizzazione, destinate ad avere importanti riflessi anche sulla storia del Novecento. Ciò riguarda in primo luogo la storia della Sardegna oggetto di un profondo processo di trasformazione ricco di contraddizioni. In Sardegna la tradizionale dialettica città-campagna assume una sua connotazione peculiare come dialettica incrociata tra borghesia urbana e comunità dedite alle attività pastorali e, allo stesso tempo, tra agricoltura stanziale e allevamento errante. Tutti i problemi economici, culturali e politici connessi alle riforme sulla proprietà perfetta e l’eversione del vecchio regime feudale, così come le fasi più acute di malessere sociale sfociate nelle ondate di banditismo, sono connesse strettamente a questa dialettica. Negli stessi anni in cui assume connotati di massa il fenomeno del Brigantaggio meridionale raggiunge punte estreme di intensità il banditismo sociale in Sardegna. La peculiarità, e se vogliamo l’elemento di maggior interesse scientifico, è che in Sardegna abbiamo un’anticipazione di alcuni tratti essenziali nelle forme di egemonia e dominio dei governi sabaudi che finiranno per contraddistinguere, per diversi aspetti, anche la successiva presa di possesso delle regioni meridionali dopo l’Unità. Ciò vale anche per le forme di resistenza che in diverso modo si manifestano, rispetto alle quali assumono particolare interesse le riflessioni sui subalterni, e sulla natura «episodica e disgregata» della loro storia, di Antonio Gramsci.

 

Per acquisti on line:

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http://www.librisardi.it/

Per info:

fresugianni@tiscali.it

 

 


Oltre la parentesi – Fascismo e storia d’Italia nell’interpretazione gramsciana

Aldo Accardo, Gianni Fresu, Oltre la parentesi – Fascismo e storia d’Italia nell’interpretazione gramsciana
Carocci, 2009, pp. 177

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Il fascismo è il tema politico della storia d’Italia che ha dato luogo alla quantità maggiore di studi che hanno posto la propria attenzione ora su questo ora su quell’aspetto – storico, economico, sociale o morale – costitutivo o predominante del fenomeno. Oltre la parentesi, in polemica con le tesi crociane ripercorre i temi della costituzione e dello sviluppo del fascismo in Gramsci, in rapporto al tema delle classi dirigenti nella Storia d’Italia. Una debolezza che affonda le sue radici nell’arresto dello sviluppo capitalistico della civiltà comunale, nella natura cosmopolita dei ceti intellettuali, nella mancata formazione di uno Stato unitario moderno, prima che una serie di concomitanze di carattere internazionale consentissero tale processo. Come rileva Nicola Tranfaglia nella sua prefazione, «il saggio ha il merito di fornire elementi storici e concettuali di grande interesse per analizzare nel lungo periodo gli esiti recenti della difficile crisi che sta attraversando la democrazia repubblicana»

Gli strumenti della politica

Catalogo della biblioteca di Renzo Laconi.

Saggio introduttivo di Gianni Fresu

Catalogo di Roberto Moro e Franco Satta

Aìsara edizioni, Cagliari, (pp. 630)

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Renzo Laconi, politico e intellettuale, ha dedicato le sue energie per fare interagire l’aspirazione alla rinascita economico-sociale della Sardegna con il più complessivo processo di «riforma intellettuale e morale» avviato in Italia con la lotta di liberazione e il varo della Costituzione repubblicana. Nella sua attività politica, così come nei suoi studi, i due livelli – Sardegna-Italia – si integrano in maniera organica. Dalla storia alla politica, dalla politica alla storia, Renzo Laconi ha varcato di continuo la soglia tra questi due versanti, abbattendo tramezzi e muri divisori. La storia non doveva restare patrimonio esclusivo dei grandi santoni del mondo accademico e intellettuale, la politica non doveva rimanere nel chiuso delle burocrazie, tanto del mondo tecnico-amministrativo, quanto dei partiti. L’idea di popolo sardo che Laconi ha teorizzato, come entità mai statica o cristallizzata, nasce dall’appropriazione da parte delle grandi masse popolari isolane degli strumenti intellettuali e organizzativi, fino ad allora recintati alle ristrette élite dei Chierici. La storia e la politica come patrimonio comune e condiviso attraverso il quale pastori, contadini, minatori e lavoratori, sarebbero dovuti divenire protagonisti del proprio processo di emancipazione economica e sociale.

Lenin lettore di Marx

Gianni Fresu, Lenin lettore di Marx
La città del Sole editore, Napoli, 2008, pp. 254
Recensione di Andrea Comincini – su «Recensioni Filosofiche», n. 38, aprile 2009

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Dopo la caduta del muro di Berlino e la recente sconfitta italiana della sinistra comunista, molti studiosi ed intellettuali si sono interrogati sulle fondamenta teoriche di una azione politica volta a sovvertire l’ordine attuale del sistema. Il nuovo libro di Gianni Fresu, esperto di Gramsci ed attento conoscitore delle dinamiche del movimento operaio, ha come obiettivo quello di raccogliere le testimonianze filosofiche nate dal seme fertile della dottrina di Marx e di seguirne l’evoluzione attraverso la Seconda e la Terza Internazionale, fino a giudicarne l’efficacia teoretica e tattica. Il titolo del libro non definisce appieno l’intenso lavoro svolto, poiché l’autore non si confronta soltanto con Lenin, ma anche con gli esponenti più illustri del movimento comunista, fra cui Bernstein, Luxemburg, Kautsky ecc. Chiarificatore è invece il sottotitolo – ovvero “dialettica e determinismo nella storia del movimento operaio” – in quanto delinea maggiormente il terreno nel quale Fresu si è cimentato, accompagnando il lettore nella direzione di una analisi ampia e dettagliata. Nucleo centrale del suo lavoro, infatti, è determinare il più chiaramente possibile le complesse e varie posizioni del socialismo assunte innanzi ai drammatici eventi nati prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre. In un contesto internazionale angosciante, con una guerra mondiale alle porte, la caduta dello Zar, la vecchia Europa scossa e frastornata, è innegabile che il movimento socialista dovette fare scelte tattiche difficilissime, pena la sconfitta su tutti i fronti. Fresu comincia la sua analisi partendo da questo quadro generale e analizza le posizioni revisioniste di Bernstein o di Kautsky, imputando loro sostanzialmente di contenere in sé ancora un certo idealismo borghese o una mancata comprensione del marxismo. Molto chiara per esempio è la dimostrazione della confusione di Kautsky a proposito dei concetti di capitale finanziario ed industriale, la quale in definitiva lo spinge su posizioni interventiste e quindi ad evidenziare quanto un limite teorico possa incidere sulla sfera politica. La disamina ovviamente è complessa ed avvincente, poiché si avvale di un gran numero di documenti, nonché dei testi di Marx medesimo, ed è preferibile rimandare il lettore ad un diretto confronto con i testi per non concedere troppo a eccessive semplificazioni. Da sottolineare invece l’abilità stilistica dello scrittore e la vocazione sistematica, a tratti didattica, capaci di render l’opera facilmente comprensibile e mai pedante: Fresu coglie nell’essenza le incongruenze del pensiero revisionista o di chi dall’ortodossia passò in seguito a posizioni più moderate, perché sa leggere nella realtà le deviazioni e le sconfitte che queste interpretazioni portarono.

Il Diavolo nell’ampolla. Antonio Gramsci gli intellettuali e il partito

Gianni Fresu

Il Diavolo nell’ampolla. Antonio Gramsci gli intellettuali e il partito

(prefazione Domenico Losurdo)

 

La Città del Sole Napoli, 2005, 290 pp.

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Dar voce alle classi subalterne. Se si può trovare un’aspirazione che nella sua genuina sintetica semplicità colga il senso dell’opera e dell’attività di Antonio Gramsci forse è proprio questa. Il diavolo nell’ampolla rappresenta la metafora della dittatura di ferro degli intellettuali, la più persistente delle superstizioni, quella che condanna le masse ad una condizione immutabile e violenta di subalternità; in essa si legittimano tutti i vincoli di comando e obbedienza dell’eterna distinzione tra dirigenti e diretti. Andare oltre il «cadornismo» significa pertanto rompere il sortilegio della casta sacerdotale degli intellettuali; l’intera produzione teorica di Gramsci ha quest’aspirazione di fondo, l’intera esperienza politica di Gramsci ha questo fine.

Il diavolo nell’ampolla ne ricerca la genesi politico-culturale e l’evoluzione filosofica complessiva attraverso lo snodarsi di un percorso intellettuale, unico nella sua ricchezza e pluralità di direzioni, che si sviluppa in un contesto carico tanto di contraddizioni, quanto di speranze del Novecento. La questione della continuità storica degli intellettuali come ceto, la frattura storica tra lavoro manuale e lavoro intellettuale come autentico snodo da cui si dipanano tanto i rapporti di dominio quanto quelli di sfruttamento propri della società capitalistica, sono rintracciati in questo libro come l’elemento primordiale che sta alla base di riflessioni, ricerche e battaglie che, nella loro continuità, hanno segnato non solo l’esistenza personale di Antonio Gramsci ma l’evoluzione stessa del pensiero marxista a livello mondiale.