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Gramsci, il piccolo diavolo dell’ideologia in Brasile.

Coerentemente con il clima di caccia alle streghe sempre più evidente, In Brasile è in corso una dura polemica (con tanto di editoriale nella principale testata nazionale) che ha come oggetto polemico la supposta egemonia gramsciana sulle scienze umane. Antonio Gramsci è  l’autore italiano più indagato e tradotto al mondo insieme a Dante e Machiavelli, oggetto di studi scientifici nelle più diverse discipline (dalla teologia, alla critica letteraria, dalla pedagogia alla filosofia politica, dalla linguistica alla storia delle relazioni internazionali, dalla antropologia alla storica della cultura, dalla scienza politica alla sociologia) in ogni continente, compresi Paesi non ceto sospetti di simpatie socialiste come gli USA. Tuttavia, nell’isteria collettiva che sembra aver colto il Brasile di oggi, è ritenuto il responsabile di una deriva ideologica, quindi antiscientifica, nelle sue principali università pubbliche. Ovviamente si tratta di una menzogna, questa corrente di pensiero per quanto significativa resta comunque ampiamente minoritaria nei diversi Atenei, ma andando oltre questo mero dato quantitativo, entriamo nel merito della questione. Non si capisce per quale ragione se i propri riferimenti teorici sono Locke, Constant, Smith o Tocqueville, o si afferma il primato assoluto della visione liberale (in economia, nelle relazioni sociali, nella storia del pensiero politico) non scatta nessuna accusa di ideologismo, mentre se per sbaglio si maneggiano le categorie del materialismo storico o della critica dell’economia politica si diventa automaticamente rei di manipolazione intellettuale.

In linea generale, la principale preoccupazione oggi è evitare la “postura ideologica”, per cui bisogna attenersi ai fatti e ai documenti, senza metterli in connessione secondo un discorso, organico e coerente o contraddittorio, frutto della propria discrezionalità e funzionale alle proprie finalità. Certo resta da comprendere per quale ragione questa discrezionalità del discorso è un problema per determinate concezioni del mondo mentre per altre no. In ogni caso, se non mossa dalla strumentalità appena descritta, evitare una postura ideologica nel senso deteriore del termine (e allora sarebbe più corretto parlare di demagogia) è una esigenza reale, sacrosanta. Lo stesso Gramsci sottolineò il carattere feticistico e ideologico della storiografia risorgimentale, con la quale si usava e manipolava il passato per legittimare le esigenze politiche del presente e «fanatizzare i volontari della nazione», da mobilitare nel processo unitario al posto delle grandi masse contadine. Tuttavia, quando questa esigenza “empirica” diventa solo un alibi per togliere diritto di cittadinanza accademica alle letture critiche della realtà, ci troviamo di fronte alla più classica delle operazioni politiche e ideologiche e la retorica della “oggettività antideologica” è solo la foglia di fico di una grande ipocrisia. Piaccia o no, la visione del mondo di cui ognuno di noi è parte (più o meno consapevolmente) non è una giacca che possiamo toglierci e mettere via quando ci accingiamo a fare ricerca o a insegnare. Anche dietro la più rigorosa scelta dei materiali utilizzati, la selezione delle cosiddette fonti, inevitabilmente c’è una valutazione arbitraria, un fine (o pregiudizio) coerente con l’idea di cui siamo più o meno coscientemente portatori. Più che aspirare alla astratta oggettività nella descrizione di una narrazione inevitabilmente soggettiva, bisognerebbe essere devoti all’onestà intellettuale del buon senso, ossia valutare spassionatamente il contributo apportato alla storia dell’umanità da tutte le diverse visioni del mondo, anche quelle più distanti dalla nostra.  Stabilire una gerarchia selettiva, a partire dalla quale redigere un nuovo “Indice” delle opere destinate alla dannazione eterna dell’eresia da contrapporre a una Hit parade degli autori ammessi a Corte, sarebbe l’esatto opposto del fine che (strumentalmente) si afferma di voler perseguire, dando luogo alla più tradizionale forma di arbitrio e censura della conservazione.