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Gramsci: Naturale e contro natura. Il significato convenzionale dei valori morali.

Nel Quaderno 16 Gramsci si domanda cosa significhi parlare di naturale o contro natura rispetto ai comportamenti personali o a certe manifestazioni del costume. In realtà il concetto di naturale coincide con quanto si considera giusto e normale, anche se raramente la nostra idea di naturale o giusto è ritenuta parte di una coscienza storica contingente, infatti, non la si considera mai tale, ma assoluta e immutabile. Sulla base di quella coscienza storica divenuta senso comune, spesso vengono definiti contro natura determinati comportamenti, specie sessuali, riscontrabili invece nel mondo animale, come se questi non facessero parte della naturalità. Il problema risulta mal posto perché, a prescindere dai comportamenti del mondo animale, la natura dell’uomo è determinata dall’insieme dei rapporti sociali che concorrono a formare una coscienza storica, dunque ciò che si ritiene naturale o contro natura è in realtà rapportato a questa coscienza attuale e non all’idea di natura. I modelli culturali, gli stili di vita e costume condensati nei rapporti sociali non sono fissi e omogenei per ogni uomo, luogo e tempo, essi sono in rapporto contraddittorio e in continuo mutamento. Ciò che in un periodo storico si afferma come necessario e universale è determinato dal tipo di civiltà economica nel quale si è inseriti. Esso non solo definisce l’obiettività e la necessità di un determinato attrezzo per la produzione, stabilisce regole di condotta, morale, gli stili educativi, le regole di convivenza di una determinata società.
Rientra nell’orbita della concezione sulla “naturalità” dei comportamenti anche la tendenza a giustificare ogni comportamento con le considerazioni sull’ambiente sociale. In questo modo ogni responsabilità individuale viene annegata nel mare di un’astratta e generica responsabilità sociale. Se una tale concezione (considerata da Gramsci retriva e conservatrice) fosse vera non ci sarebbe alcuna evoluzione nella storia dell’umanità. Se un individuo per poter cambiare avesse bisogno che l’intera società muti prima di lui nessun cambiamento avverrebbe. La storia è invece segnata dal conflitto permanente tra gruppi e individui per cambiare o conservare lo stato di cose esistenti. L’ambiente può solo spiegare il comportamento degli individui, non giustificarlo.

Gramsci_murale“Al concetto di «naturale» si contrappone quello di «artificiale», di «convenzionale». Ma cosa significa «artificiale» e «convenzionale» quando è riferito ai fenomeni di massa? Significa semplicemente «storico», acquisito attraverso lo svolgimento storico, e inutilmente si cerca di dare un senso deteriore alla cosa, perché essa è penetrata anche nella coscienza comune di «seconda natura». Si potrà quindi parlare di artificio e convenzionalità con riferimento a idiosincrasie personali, non a fenomeni di massa già in atto. Viaggiare in ferrovia è «artificiale» ma non certo come darsi il belletto in faccia”(A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, 1975, pag. 1878).

In queste note Gramsci si fa beffe anche di Kant, mettendo in ridicolo l’imperativo categorico «opera come vorresti operassero tutti gli uomini nelle stesse circostanze». Nelle circostanze in cui ci si trova, soggettivamente, si ritiene che anche gli altri dovrebbero comportarsi allo stesso modo: «Un marito geloso che ammazza la moglie infedele pensa che tutti i mariti dovrebbero ammazzare le mogli infedeli», così come in genere non esiste delinquente che non giustifichi il reato commesso.
Nella storia capita che determinate concezioni morali risultino invecchiate e non più corrispondenti alla realtà e il loro predominio permane sia puramente formale, esteriore. In questi casi la società, o parti significative di essa, sono indotte «a una doppia vita, all’ipocrisia e alla doppiezza». La facciata della rispettabilità, dell’ossequio ai valori religiosi e familiari parallelamente a una seconda vita all’insegna della trasgressione e dell’edonismo. Nuovamente, il problema non è la naturalità dei comportamenti, ma la natura convenzionale dei valori morali e, se vogliamo, la sincerità con cui li si assume come norma di condotta. Le fasi esasperate di libertinaggio e dissolvimento della morale tradizionale, che in genere reagiscono contro questa condizione di doppiezza, annunciano per Gramsci una nuova concezione morale che si va affermando.

Andando al di là di comportamenti e concezioni morali, Marx, a partire dallo scritto giovanile Critica della filosofia hegeliana del diritto, tentò nei suoi studi di affermare la natura storicamente determinata, corrispondente a una determinata forma di divisione del lavoro e a determinate relazioni di proprietà, di istituzioni come la famiglia, la società civile e lo Stato. Da questo punto di vista è sempre bene ricordare L’origine della famiglia, della società civile e dello Stato[1], pubblicato da Engels, ma frutto delle discussioni con Marx attorno all’opera dello studioso di etnologia Lewis Morgan Ancient society. Secondo questo lavoro, la famiglia in sé non avrebbe nulla di naturale, ma sarebbe, all’opposto, il frutto di un lungo processo storico che incontra nell’affermarsi dei rapporti privati di proprietà il suo momento di svolta decisivo. Allo stesso modo, lo Stato sorgerebbe dalle contraddizioni e dai conflitti insanabili nella società, con la funzione apparente di una entità al di sopra delle parti che regolamenta le relazioni per garantire l’ordine e l’armonia sociale, impedendo la distruzione della società. In realtà, lo Stato nascerebbe da quelle medesime relazioni sociali fondate sulla proprietà privata con lo scopo di difenderle: per mezzo della forza pubblica, le classi più forti sul piano economico-sociale diventarono dominanti anche politicamente, ottenendo così un nuovo strumento per sottomettere e sfruttare le classi oppresse. Dunque, famiglia, Stato e società civile non sono entità eterne o naturali, si affermano in un determinato grado di sviluppo economico corrispondente alla divisione in classi della società. La chiamata civiltà, pertanto, sarebbe quello stadio di sviluppo della società nella quale la divisione del lavoro, la produzione e lo scambio giungono a una completa, totale, affermazione fino a rivoluzionare tutta la società precedente.

[1] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà e dello Stato, Editori Riuniti, Roma, 1972