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Recensione a “La prima bardana” di Graziano Pintori, “Manifestosardo”.

 

Fonte:  “Manifestosardo”, numero 126, 16 luglio 2012 (http://www.manifestosardo.org/?p=14502)

“La prima bardana” è il risultato di uno studio serio e diligente di Gianni Fresu, il quale si è preso la briga di approfondire il periodo in cui furono aboliti gli ademprivi – ovvero l’uso civico dei pascoli, la raccolta del legnatico, l’utilizzo delle fonti ecc. – a vantaggio della proprietà privata. “La prima bardana” non è un titolo a caso, lo leggo come la denuncia di un atto criminoso, voluto e legalizzato dai piemontesi con il Regio editto sopra le chiudende; fu un atto che consentì l’appropriazione delle terre da parte di ex feudatari, da benestanti avidi e prepotenti, in combutta con la locale classe politica, sempre prona e sodale “chin sos imbasores”. Fu l’imposizione di un atto legislativo incongruente rispetto alle aspettative della vasta comunità dei poveri.
Da questa ingiustizia storica ebbe origine il banditismo, il quale, sotto certi aspetti, assunse caratteri politici/sociali: una rivolta armata “contra sa prepotentzia e sos malos usos ”. Dal lavoro di Fresu si coglie il continuum storico della Sardegna dal ‘700, lungo l’800 e tutto il secolo breve, con accentuazioni sociologiche ancora vive in questo scorcio del nuovo millennio. Sono tre secoli di storia sarda in cui cambiano personaggi, voci e suoni, ma il senso dello Stato, esattore e carabiniere, non muta nel rapporto con i sardi. Come pure l’economia isolana continua ad essere imposta dalle strategie dei mercati nazionali ed internazionali, senza trovare ostacoli di sorta da parte della rappresentanza politica regionale, che, in quanto a subalternità al potere costituito ed al trasformismo avrebbe poco da rimproverare a Depretis,. Non a caso gli avvenimenti narrati si snodano lungo il filo della imposizione di un nuovo modello di sviluppo, alternativo all’attività economica sociale radicata da millenni nella cultura resistenziale della pastorizia errante.
In questa pratica antica i piemontesi individuarono, a loro modo, l’origine di tutti i mali, il freno alla modernizzazione e al rifiorimento della Sardegna. Gli abitanti delle zone interne, dove questa pratica suggeva linfa e vitalità, furono identificati come il fulcro “reberde a sas mudassiones “, perciò sottoposti ad una continua repressione poliziesca, giustificata anche dal fatto che questi erano portatori di tare delinquenziali.
Oggi, nei tempi di Monti, BCE e mercato globale il termine colonizzazione può suonare un po’ obsoleto, però su quest’isola conserva tutta la sua efficacia e attualità. Partiamo dall’industria casearia, la quale, da qualche secolo e più, opera nell’isola indisturbata. Gli industriali impongono ai produttori il prezzo del latte stabilito dal loro cartello, da cui hanno origine le ragioni delle numerose lotte dell’odierno movimento dei pastori. Alla pari le attuali proteste contro Equitalia, ossia lo stato esattore, da parte del popolo delle campagne sono causate dalla vertiginosa lievitazione delle spese e degli interessi sui prestiti ipotecari, in cui si intravvedono le analogie con quelle che furono le imposte sabaude: molto più alte del valore della terra affidata.
La Chimica, lo sfruttamento energetico, l’occupazione militare, con tutti gli effetti devastanti sugli abitanti e sul territorio, sono il frutto di un regime coloniale barbicatosi prima con i piemontesi, poi con lo stato unitario e oggi pianificato dalle multinazionali, con l’assenso del governo centrale e quello dei mallevadori locali della RAS. “La prima bardana” arricchisce la storiografia sarda anche perché sottopone al lettore, in modo neutrale, i riferimenti al marxismo, relativamente all’accumulazione delle proprietà da parte dell’insaziabile borghesia; il libro suscita il giusto interesse perché cita Gramsci rispetto alla dialettica città-campagna, indica la questione meridionale come il mezzo più idoneo per addentrarci nelle origini della questione sarda.
Inoltre, il lettore può riflettere sulle interessanti analisi storiche e politiche di R. Laconi, U. Cardia, G. Sotgiu, I. Birocchi e altri. Per di più, se da un lato il Risorgimento Italiano storicamente inteso come ampio movimento per l’affermazione nazionale, per la libertà e l’unità d’Italia, in Sardegna si rivelò come un profondo disastro sociale ed economico. Per la Sardegna il Risorgimento non fu, sicuramente, un ritorno alla vita…anzi. L’antico detto sardo: “su nimicu benit dae su mare” non fu smentito dagli effetti del Risorgimento Italiano, ma contribuì a perpetuarlo nel tempo, tanto che ancora oggi è vivo in tutto il suo drammatico significato.
Sfidando i miei limiti sono voluto intervenire sul libro di Fresu semplicemente perché mi è piaciuto. Mi sono sentito coinvolto dall’opera perché certi temi ho già avuto modo di trattarli sul ‘manifesto sardo’ (numeri 114 e 115), in cui mettevo in rilievo come, ancora oggi, i possidenti terrieri assenteisti continuino ad arricchirsi, alla stregua di chi possiede una inesauribile e preziosa miniera a cielo aperto.
Il libro di Fresu l’ho letto come si legge la storia di una terra colonizzata, segregata non dalla geografia ma da scelte politiche ed economiche ben definite.
E’ un libro che non concede spazi al folclore, agli inutili e soliti piagnistei dei perdenti, non concede spazi all’eccessiva considerazione di se stessi, come popolo sardo, che, per citare Angioni, “ identifica il bene con la tradizione locale e il male con tutto ciò che non lo è”.

Graziano Pintori.