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Uscire dal Guado!

Uscire dal guado!

Comitato Politico Nazionale del PRC,

Roma, 9-10 luglio 2011.

Intervento di Gianni Fresu

 

Alla vigilia del nostro VIII Congresso, per quanto possa apparire poco logico, più che un problema di linea politica, su cui tutto sommato (tra tante sfumature) ci si può intendere, intravvedo una questione più stringente e preliminare, quella del soggetto deputato a incarnare e perseguire in maniera coerente e credibile quella linea. Da oramai tre anni continuiamo a dimenarci in mezzo al guado di un processo di transizione che pare infinito. Tra rallentamenti, fughe in avanti e ripiegamenti repentini, nei fatti, non siamo stati capaci di trasformare il Progetto della Federazione della Sinistra in un soggetto organico con organismi dirigenti e proposta politica sottoposta a verifica democratica. Abbiamo preferito una costante mediazione su tutto, alla ricerca dell’unanimismo, con il risultato di minarne la credibilità, la capacità attrattiva e, in ultima analisi, la tenuta elettorale. A partire dalla presentazione della lista comunista e anticapitalista alle ultime elezioni europee, il progetto della Federazione della Sinistra ha suscitato diverse speranze e molteplici aspettative. La crisi organica del capitalismo mondiale, il susseguirsi di una serie infinita di guerre imperialistiche legate alla lotta per l’accaparramento delle risorse energetiche, l’intensificarsi nel nostro Paese dell’offensiva padronale contro il mondo del lavoro, hanno fornito più di una conferma oggettiva all’esigenza di un Partito non solo genericamente di sinistra, bensì di un’organizzazione che fondasse la sua ragion d’essere su una inequivocabile scelta di campo all’interno del conflitto capitale lavoro.  Alle conferme oggettive si sono sommate quelle soggettive, nel senso che a dispetto di chi per trent’anni ha preconizzato la fine del conflitto sociale e l’inutilità di un’organizzazione autonoma delle classi subalterne, in questi due anni è salita quasi spontaneamente, dal mondo del lavoro e dalle realtà del disagio sociale, la richiesta di una salda rappresentanza sociale e politica, seria e credibile, capace di andare oltre la classica oscillazione schizofrenica tra settarismo e opportunismo. Nonostante la presenza simultanea di questi fattori e le enormi potenzialità della fase, la Federazione stenta però a decollare e, a mio avviso, se non si imprime una severa sterzata, rischia di esaurirsi per autoconsunzione o implodere per deflagrazione interna. Il congresso della Federazione, in realtà poco più di un attivo nazionale dei quadri, è stata un’occasione mancata, perché la scelta di determinare organismi dirigenti pletorici, sulla base di quote predeterminate, senza vagliare il loro peso a tutti i livelli con congressi veri, ha impedito di risolvere il problema prioritario che la Federazione vive a livello nazionale e locale: la sovranità e l’effettiva capacità decisionale degli organismi federativi rispetto a quelli dei soggetti fondatori; la capacità di operare delle scelte politiche andando oltre la drammatica alternativa tra unanimismo e separazione che sistematicamente si presenta nei territori quando si tratta di far parte di un’alleanza o di una giunta, presentare liste, stabilire le modalità comuni di iniziativa politica e lotta sociale. Se vogliamo essere sinceri fino in fondo, allo stato attuale, la Federazione è poco più di un cartello elettorale, perennemente impastoiato in micro conflitti interni, nel quale tra i soggetti fondatori, in particolare i due partiti che dovrebbero costituire il fulcro dell’organizzazione, piuttosto che la reciproca lealtà e la solidarietà attiva e permanente prevalgono deteriori mire egemoniche e controegemoniche. Occorre una svolta urgente, e a mio avviso questo dovrebbe essere anzitutto il compito dell’VIII Congresso del PRC, per dar corso ad un effettivo processo di amalgama delle realtà che danno vita alla Federazione. In assenza di questa svolta, ma sarebbe una sciagura, meglio investire tutte le nostre energie sul rilancio della rifondazione comunista. Di certo non è più ammissibile che il criterio ispiratore della Federazione sia una sorta di pilatesca “mano invisibile”, in ragione della quale, dato che non possiamo fare di meglio, ci limitiamo a lasciare campo alle libere fluttuazioni tra i soggetti fondatori nell’assurda speranza che la competizione internatra PRC e PdCI  possa essere tutto sommato positiva. Non credo che se ognuno persegue il suo utile soggettivo fa, inconsapevolmente o meno, il bene dell’insieme e anche qualora fosse fortunosamente così il bluff si sgonfierebbe immediatamente dopo, quando al momento elettorale subentrano le ordinarie e straordinarie incombenze dell’agire politico.  Personalmente riterrei un grave errore un arretramento del processo federativo, dell’unità organica tra le forze che ne sono protagoniste, perché darebbe un’ulteriore conferma dei limiti della sinistra di classe nel nostro Paese, avviando un nuovo processo di scissione e frammentazione che nella drammaticità della situazione e nei risicati numeri che ci riguardano avrebbe connotati farseschi. Bisogna uscire dal guado, dare testa, corpo e gambe alla Federazione per consentirgli di vivere e misurarsi sul terreno della lotta politica nel cofronto con le altre forze democratiche e di sinistra. Ciò che non è più accettabile è il mantenimento di questo stato di cose dominato dall’inerzia e dalle ambiguità, oltre il quale intravvedo solo il progressivo svuotamento e l’impotenza sia della Federazione, sia dei suoi soggetti costitutivi. La Federazione nasce all’interno di un lungo processo dialettico nella sinistra, con l’ambizione di porre fine alle lacerazioni e al processo infinito di scissioni, più o meno significative. A questo processo dialettico manca il salto decisivo, il mutamento dalla mera quantità, puramente sommatoria, alla qualità nella natura dei rapporti federativi. Occorre il coraggio politico e la necessaria determinazione nella volontà per far compiere questo salto al nostro progetto politico.