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Un comune fronte di difesa democratica

Un comune fronte di difesa democratica.

(Liberazione, 16 novembre 2009)

Di Gianni Fresu, Segretario regionale PRC.

Personalmente non nutro alcun entusiasmo verso le primarie poiché esse si risolvono nell’ennesima delega passiva agli “specialisti della politica”, senza ridurne la distanza dalla società. Non mi seduce l’idea di un rapporto puramente episodico di convergenza tra la vita dei partiti e quella dei cittadini. Pur tra tanti limiti, i partiti del secondo dopoguerra realizzavano una partecipazione costante delle masse popolari alla vita politica e favorivano una formazione di gruppi dirigenti non esclusivamente composta da “specialisti, avevano strutture associative culturali, sociali, e sportive, che favorivano una maggiore organicità tra cittadini e politica. Le primarie invece ripropongono il vecchio schema ottocentesco del comitato elettorale liberale nel quale solo i notabili avevano possibilità di competere. I grandi partiti di massa del movimento operaio e cattolico nascono storicamente proprio per porre fine a questo stato di cose e realizzare una reale partecipazione popolare a tutte le scelte fondamentali della politica: definizione della linea, battaglie da intraprendere, selezione dei quadri dirigenti. Gli apostoli delle primarie risolvono ogni problema attraverso le virtù taumaturgiche del leader e confondono la personale capacità persuasiva del candidato con la costruzione di una comunità politica. Penso si dovrebbe puntare ad una autoriforma dei partiti politici per renderli nuovamente lo strumento principe di una partecipazione democratica quotidiana delle grandi masse popolari, assegnando finalmente ai congressi la funzione alta di luogo collettivo di elaborazione e direzione politica. I partiti dovrebbero tornare allo spirito che li animò nella fase della liberazione nazionale, della Costituente, della ricostruzione del paese, piuttosto che scimmiottare i modelli d’oltreoceano. Del resto gli USA hanno i livelli più alti di astensionismo e disimpegno politico al mondo, pur vivendo le primarie con una carica emotiva, una sovraesposizione mediatica e un dispendio di risorse economiche da noi impensabili. Al di là delle mie valutazioni sullo strumento in sé, il risultato delle primarie manda in soffitta la pretesa autosufficienza del PD, l’idea di imporre con la forza un bipartitismo innaturale attraverso soglie di sbarramento e leggi elettorali su misura. Tra noi e il PD restano profonde differenze che sul piano nazionale pregiudicano una organica politica delle alleanze comune, tuttavia, oggi, si può quanto meno pensare ad una opposizione comune contro il processo di involuzione autoritaria e di smantellamento dei principi costituzionali nel nostro Paese. Il Governo Berlusconi è una delle pagine più buie di reazione antidemocratica nella nostra storia e le forze democratiche non devono aspettare il fallimento di un nuovo Aventino per unirsi in un comune fronte di salute pubblica. In Sardegna, alla vigilia delle elezioni amministrative, è invece urgente la convocazione di un tavolo regionale che a partire da alcuni punti programmatici chiari, dalla presentabilità dei candidati e della linea di condotta, provi ad unire il fronte democratico tenendo fuori quelle forze di “confine” (UDC e PSd’Az) rivelatesi determinanti per la vittoria di Ugo Cappellacci e a tutt’oggi impegnatissime a sostenerne l’azione concreta. L’emergenza sociale non consente distrazioni, con dati sempre più drammatici per innalzamento della soglia di povertà, distruzione di posti di lavoro, ampliarsi delle fasce di emarginazione. Dopo le miracolistiche promesse della campagna elettorale questa Giunta regionale si è distinta soltanto per il rapporto di servile vassallaggio alle esigenze del Premier Berlusconi. Una giunta totalmente distante dai reali interessi della stragrande maggioranza dei sardi, integralmente concentrata nel conseguimento del proprio bottino. Le istituzioni autonomistiche della Sardegna non hanno mai vissuto un livello tanto basso di degrado e assenza di autorevolezza politica, occorre una svolta radicale per disarcionare questa classe di governo arruffona e incapace.