Domenico Losurdo, um grande intérprete do pensamento crítico contemporâneo

O falecimento de Domenico Losurdo suscitou grande emoção no mundo filosófico e político em muitos países onde ele era não só apreciado e estudado, mas recebido como um dos filósofos mais orgânicos, sistemáticos e coerentes do século XX e início deste novo século. Para mim, que tive a sorte de me formar com ele, foi não apenas um mestre, mas o ponto de referência intelectual através do qual pude estudar e compreender os grandes intérpretes do passado. No Brasil Losurdo encontrou também um público de apaixonados. Os seus livros foram e continuam sendo traduzidos e publicados com grande sucesso de vendas e sendo objeto de estudo nas principais universidades brasileiras. As conferências e palestras que ele proferiu por toda parte neste grande país (as últimas no final do ano passado) sempre estiveram lotadas, sendo acompanhadas por jovens, estudiosos e leitores que, mesmo partidários de diferentes vertentes ideológicas, animavam debates e discussões que se estendiam para além do evento. Aquele que, no futuro, desejar escrever a primeira biografia intelectual deste pensador, irá assumir não apenas uma grande responsabilidade, mas uma carga de trabalho que não poderá ser cumprida apressadamente e com superficialidade, tamanha a profundidade e amplitude da sua produção teórica: dos clássicos da filosofia ao debate em torno da figura de Stalin; da análise do papel da China ao revisionismo histórico; do pensamento liberal às questões do bonapartismo e da democracia moderna; da história do pensamento ocidental aos problemas do colonialismo e do imperialismo. Os estudos de Losurdo sobre o materialismo histórico, assim como aqueles sobre Kant, Hegel, Heidegger e Nietzsche, são um marco fundamental na história das ideias e dos acontecimentos das sociedades humanas, tamanhas a sua seriedade científica e autonomia intelectual, sua riqueza problemática e complexidade interpretativa. Em tempos tão sombrios, dominados pelo refluxo democrático ao nível internacional, a sua batalha filosófica jamais se esqueceu de entrelaçar-se às exigências da política. Não obstante, a clareza das suas posições nunca se traduziu na apologia das convicções ideológicas que evocava, nem no abrandamento do rigor intelectual que lhe era característico. Pelo contrário, Losurdo sempre indagou com severidade crítica e sem indulgência os limites do universo filosófico-político em que decidira militar e ao qual dedicou todas as energias de sua vida. Sua última obra, “O marxismo ocidental”, publicado em 2017 na Itália e agora também no Brasil pela Boitempo, representa uma síntese exemplar de tudo isso. Poderíamos classificá-la como uma espécie de testamento político intelectual. Losurdo não amava a retórica, estando sempre disponível para confrontar-se no plano intelectual com todos, e por isso este grande intérprete do pensamento crítico, além das longas horas dedicadas aos estudos, gastava uma boa parte do seu tempo com uma mala nas mãos, viajando incansavelmente pela Europa, América Latina e Ásia, de modo a estimular uma dialética não ritual e nem apologética em torno dos seus trabalhos. A melhor maneira de homenagear este grande filósofo, que tanto amou o Brasil, seria debater com profundidade esta sua última obra e, através dela, encaminhar um sistemático trabalho de investigação científica sobre a sua amplíssima produção intelectual, tão imprescindível no panorama mundial do pensamento crítico contemporâneo.

Gianni Fresu

(Doutor em Filosofia pela Università di Urbino, professor de Filosofia política Universidade Federal de Uberlândia)

Resistenza e Costituzione repubblicana

Intervento al Convegno

“70° della Costituzione”. Dalla Resistenza alla costituente, fra passato e futuro.

Cagliari 15 gennaio 2017.

Secondo Calamandrei, per comprendere lo spirito della Costituzione era necessario risalire al processo che la generò, la sua origine andava ricercata tra i monti, là dove si combatté la lotta di liberazione nazionale dal nazi-fascismo. Un concetto che ritroviamo in un altro Padre costituente particolarmente importante per noi come Renzo Laconi. Tra le carte trovate dopo la sua morte (avvenuta il 19 giugno 1967) un posto di particolare rilievo è occupato dagli appunti per un saggio destinato a «Critica marxista» per il ventesimo anniversario della Costituzione repubblicana[1]. In queste note la sua polemica era rivolta alla vulgata esegetica della letteratura giuridica e costituzionale che si andava accumulando con l’approssimarsi di quell’anniversario. Laconi lamentava un deficit di indagine storica sulle origini ideologiche e politiche della Costituzione, dato che l’interesse degli studiosi sembrava concentrarsi totalmente sugli atti dell’Assemblea costituente e sul suo quadro dottrinale. Uno studio meramente tecnico, sia sul versante giuridico sia su quello politico, che attribuiva più importanza alla comparatistica costituzionale che al concreto contesto storico da cui era scaturita la Costituzione.  Ma una Costituzione, specie quella italiana, scrive Laconi in queste note, è un documento politico e ideologico, sorge dalla dialettica politica, dal contrasto delle idee tra uomini, forze sociali e politiche.

Non esiste concezione politica (organica e coerente o contraddittoria che sia) senza una impostazione ideologica e anche il paradigma anti-ideologico è una ideologia in sé, eppure oggi non c’è ambito politico, giornalistico o accademico nel quale non si ripeta il mantra della critica alle ideologie. Come se il limite della politica contemporanea sia da ricercare nel suo contenuto ideologico e non, al contrario, nell’assenza di visione complessiva del mondo. Si confonde l’ideologia con la demagogia, ma anche questa, a sua volta, come scriveva Gramsci, può assumere una funzione positiva e progressiva se posta al servizio di un processo teso all’elevamento di più ampi strati sociali rispetto a quelli tradizionali dominanti.

A partire da questa consapevolezza, secondo Laconi, la Costituzione va considerata come un atto vivente, non può essere ridotta a una sommatoria di norme, a uno schema tecnico «elaborato a tavolino». Per questa ragione non sarebbe stato possibile né comprendere né valutare criticamente sia l’impianto generale sia le minute norme della Costituzione senza aver colto il senso dell’impostazione concettuale e ideologica che in questa dialettica ha finito per prevalere, giungendo ad una volontà collettiva ed unitaria. Per Laconi la gran parte dei costituzionalisti italiani non comprendeva l’effettiva originalità ideologica della Costituzione italiana perché la interpretavano come una semplice restaurazione modernizzata, sotto le forme repubblicane, della macchina statale liberale prefascista. Una tale impostazione era per Laconi antistorica e priva di consistenza scientifica, oltre a essere del tutto arbitraria. Per interpretare il significato della Costituzione si sarebbe dovuto partire dal coacervo di avvenimenti che caratterizzarono il periodo tra il 43 e il 46, con il superamento della classe dirigente prefascista e l’avvento dei tre partiti di massa, l’opposizione storica nel vecchio Stato liberale che nell’Assemblea costituente ottennero 392 voti su 476. Tra questi tre partiti non c’era piena affinità ideologica, ma essi partivano da una base comune: non solo la condanna del fascismo, e la critica pesante per le responsabilità dei gruppi dirigenti liberali, ma anche l’esigenza di creare uno Stato interventista di tipo solidaristico. Questa base comune trovava nella Costituzione un impianto programmatico vincolante che andava oltre la concezione liberale dello Stato, dunque non era né una rivoluzione né una restaurazione.

Ma se la Costituzione ha le sue radici nella lotta di liberazione nazionale, l’origine di quest’ultima andrebbe ricercata nel decennio più drammatico eppure di svolta per l’antifascismo, segnato dal massimo trionfo interno e internazionale del regime di Mussolini. Il quadro in cui si determina la cosiddetta svolta degli anni Trenta ci parla di un movimento antifascista, fin lì perdente e lacerato da profonde divisioni, per la prima volta finalmente capace di guardare in faccia ai propri errori e superarli sottoponendo a severa autocritica l’astrattezza settaria del suo operare e, più in generale, una concezione meramente moralistica e cospirativa di opposizione alla dittatura. Come ho spiegato in una mia monografia a lui dedicata[2], Curiel e la sua generazione si sono rivelati decisivi nel favorire e accompagnare questo processo, consentendo all’antifascismo di recuperare legami con una realtà nazionale (in particolare i giovani e il mondo del lavoro) del tutto indifferente agli sforzi compiuti in clandestinità o in esilio.

Contrariamente a quanto ritenuto da gran parte dell’antifascismo, il regime di Mussolini esercitava un consenso reale nel Paese, non era solo esercizio monopolistico e violento della forza statale. Il fascismo era una forma nuova e moderna di regime autoritario, si serviva abilmente dei grandi mezzi di comunicazione di massa, puntava a irreggimentare e mobilitare (seppur in funzione passiva e coreografica) le grandi masse popolari nel regime, certo basava il suo potere anzitutto sul dominio diretto, ciò nonostante, riusciva, grazie a complessi e stratificati strumenti di costruzione del consenso presso la società civile, anche a esercitare un’egemonia reale piuttosto estesa nella metà degli anni Trenta. La comprensione di ciò, era la premessa essenziale per un differente approccio all’attività antifascista e per abbandonare ogni atteggiamento settario, moralistico e meramente cospirativo. Dividere l’Italia in due blocchi monolitici e contrapposti (da una parte le anime perse e irrecuperabili dei sostenitori del regime, dall’altra i puri del movimento antifascista), non aveva senso. Grazie alla forza di un’efficace azione repressiva e alla macchina della propaganda, il regime aveva il sostegno dalla maggioranza degli italiani, dunque anziché ritrarsi in una sfera di presunta purezza e limitarsi a un’attività cospirativa incentrata sulla mistica del gesto, bisognava mischiarsi con quel popolo, quotidianamente, entrare nelle organizzazioni di massa del regime, coglierne le intime contraddizioni e svuotarne dall’interno le sue basi di consenso. Lavorare nel sindacato fascista e utilizzare le singole lotte economiche dei lavoratori, era la strada scelta per perseguire questo obiettivo. Ciò valeva particolarmente per i giovani ingannati dal regime, presso i quali l’antifascismo doveva compiere un faticoso lavoro di conquista egemonica.

Al di là del contenuto propagandistico, l’offensiva ideologica del fascismo, agli inizi degli anni Trenta, si rivelò efficace nell’attivare politicamente le nuove generazioni. Giovani intellettuali, variamente collocati in ambito sindacale o impegnati culturalmente, in gran parte studenti, trovarono nelle parole d’ordine antiborghesi e nella promessa di una rivoluzione le ragioni del proprio impegno. Aver seminato tante promesse, dando libero sfogo a una retorica profondamente distante da quel che realmente il regime era nella realtà, operazione spregiudicata poi ritortasi contro il fascismo, ebbe però inizialmente l’effetto di rinnovarlo profondamente consentendogli di allargare la base del suo consenso e di superare il momento di crisi, nonostante le grandi contraddizioni e il crescente malessere del mondo del lavoro[3]. Questa paziente attività carsica di penetrazione ed erosione trovò modo di manifestarsi clamorosamente nel corso della guerra, quando una parte significativa di quella gioventù cresciuta a pane e fascismo divenne la spina dorsale della Resistenza.

Gli scioperi scoppiati nelle città industriali del Nord, partiti dall’officina 19 della Fiat Mirafiori di Torino il 5 marzo 1943, che in pochi giorni coinvolsero centomila lavoratori, sono una tappa decisiva nella crisi del fascismo, perché segnano la discesa in campo della classe operaia, e non più, come era accaduto nel corso del “ventennio”, con scioperi parziali, fermate di lavoro o agitazioni circoscritte, in questo caso si trattò di una fermata complessiva dal chiaro significato politico verso il regime. Secondo Secchia, che in proposito richiama anche una stizzita dichiarazione di Mussolini[4], gli avvenimenti di marzo non potevano essere separati dalla definitiva vittoria riportata a Stalingrado il 2 di febbraio, perché questo avvenimento ebbe l’effetto di infondere coraggio sui lavoratori. A questo si aggiunsero i pesanti bombardamenti sulle città italiane, uno schiaffo alle millanterie del fascismo, di cui però fu il popolo a pagare le peggiori conseguenze. La guerra in casa, con le città sfregiate dalle distruzioni, straziate dai corpi senza vita o gravemente feriti di tanti cittadini innocenti, aprì definitivamente gli occhi agli italiani sulle illusioni di vittoria e le bugie di Mussolini rispetto alle sorti della guerra. L’inizio degli scioperi nel marzo ’43 segnarono l’inizio della Resistenza.

Nonostante i tanti dirigenti in carcere o al confino, la rete organizzativa clandestina era riuscita a estendersi dando vita nelle fabbriche ai comitati unitari d’azione antifascista. Nelle settimane che precedettero gli scioperi i gruppi di operai comunisti si riunivano a gruppi di tre, al massimo cinque unità, una copia clandestina de «l’Unità» passava di mano in mano e arrivava a essere letta da almeno cinquanta persone, così come il materiale propagandistico, diffuso secondo severe norme di sicurezza da un’organizzazione per compartimenti stagni. A Milano, già dal 1942, c’era una tipografia del partito a Porta Ticinese, dopo i bombardamenti, venne spostata in una Cascina a Vaprio D’adda. Nonostante i controlli, «l’Unità» usciva con quattro pagine e una tiratura di 4.000 copie raggiungendo tutti gli stabilimenti industriali della città. Nella fase di massima crisi del regime il Partito comunista disponeva, al Centro-Nord, di una struttura operativa, verso cui si orientò il malcontento del mondo del lavoro, essenziale a dare la spallata finale al potere di Mussolini. La Resistenza armata vera è propria iniziò il giorno dopo l’8 settembre, con il tentativo disordinato mal riuscito di difendere Roma. Tuttavia, la narrazione di una Resistenza esplosa immediatamente e in maniera spontanea, con la partecipazione di tutto il popolo, è solo mitologia, in realtà le difficoltà furono enormi. In ogni luogo, là dove si verificarono episodi di opposizione e lotta armata esisteva un’organizzazione antifascista, «non tutti gli italiani si schierarono dalla parte della Resistenza, ma soltanto una minoranza attiva»[5].  Bisogna tenere conto di quanti decisero di schierarsi con i nazifascisti e soprattutto dei tanti che, magari solo per timore e prudenza, si astennero dal farlo senza per questo aderire alla Resistenza. Anche in una parte dell’antifascismo, per un certo periodo, prevalse l’inattività, un atteggiamento «attesista», per eccesso di prudenza si preferì aspettare l’arrivo degli eserciti alleati, evitando «inutili perdite». A fronte di tutto questo, tuttavia, tanti cittadini mostrarono solidarietà verso la Resistenza, cui fornirono aiuti materiali, ospitalità e assistenza, chiarito questo fatto, inizialmente non ci fu certo una corsa in massa per arruolarsi tra le divisioni partigiane. Come ha scritto Secchia, «La Resistenza non fu né un miracolo, né un fenomeno spontaneo: dovette essere organizzata. Dura, difficile, piena di difficoltà fu sempre la lotta, sino alla fine, ma soprattutto all’inizio»[6].

Dopo l’8 settembre, non c’erano solo i problemi della guerra contro l’occupazione, e le mai del tutto superate divisioni interne al fronte antifascista, a rendere più complicato il tutto, c’era l’esigenza di garantire l’unità e l’efficacia delle potenze impegnate nella guerra al nazifascismo. Come ha scritto un altro protagonista come Luigi Longo, gli anglo-americani avevano l’obiettivo di «precostituirsi posizioni di vantaggio nell’Italia liberata» che mal si conciliavano con l’idea della mobilitazione popolare e di massa della lotta partigiana[7] Oltre a ciò, l’aspirazione di una parte dell’antifascismo italiano era tornare all’equilibrio pre-fascista, nella convinzione che il “ventennio” dovesse essere superato e archiviato come una “brutta parentesi” nella storia d’Italia, è questa l’idea del fascismo inteso come “malattia morale dell’Europa”. Tutto questo non poteva non avere riflessi sulle coordinate della guerra di liberazione e sul modo di concepire sia il presente – dunque il tema della partecipazione popolare alle operazioni militari – sia, soprattutto, il futuro: bisognava ricostruire da zero le fondamenta del nuovo Stato democratico oppure salvare e ristrutturare quelle derivanti dal vecchio Statuto Albertino? La linea dell’antifascismo che scelse la prima opzione aveva un duplice connotato: 1) evitare nuovamente la passivizzazione coatta delle grandi masse popolari (attendere gli eserciti alleati e delegare a loro la liberazione), in un momento storico nel quale invece dovevano essere protagoniste; 2) saldare strettamente la lotta popolare di liberazione alla costruzione del futuro quadro democratico costituzionale. Nello specifico, il quadro concettuale e programmatico dei comunisti italiani si articolava a partire dall’idea della “democrazia progressiva”, che concepiva la lotta di liberazione come premessa essenziale per l’avanzamento sociale e politico delle masse popolari nel post-liberazione. Intensificare la partecipazione popolare attraverso gli organismi della resistenza significava dare da subito fondamenta solide a una tale prospettiva. La democrazia progressiva non andava intesa come una «tappa» di avvicinamento alla “terra promessa”, il socialismo, bensì, un «processo» di costruzione molecolare con il quale bisognava misurarsi quotidianamente attraverso ogni singola lotta. Questa processualità necessariamente si sarebbe dovuta manifestare nel contributo delle masse popolari alla ricostruzione materiale e morale del Paese.

L’opera di ricostruzione non poteva fondarsi sui parametri consueti del liberismo e dell’esclusiva proprietà privata dei mezzi di produzione, bisognava connotare in termini sociali la nuova democrazia, che non avrebbe potuto fare a meno della partecipazione statale e delle forme cooperative di intervento economico. Nell’immediato della guerra partigiana l’indicazione strategica era chiara: occorreva legare le azioni di guerriglia, di sabotaggio, propaganda e iniziativa sociale per superare non solo la dittatura fascista, ma anche la semplice riproposizione della vecchia Italia liberale giolittiana. Per questo era necessario rimuovere le condizioni sociali su cui si era strutturato e affermato il fascismo, quindi costruire un quadro politico che non risolvesse la partecipazione popolare al solo momento delle elezioni e nel mero rapporto passivo di delega alla rappresentanza parlamentare. L’insieme delle lotte quotidiane, nelle quali si articolava l’azione delle organizzazioni di massa protagoniste della Resistenza, erano «la realizzazione consentita dalla situazione attuale di quella democrazia progressiva, per la quale si lotta»[8].

Con la guerra di liberazione in corso erano già percepibili le profonde differenziazioni tra le forze antifasciste sulle prospettive del Paese, fondamentalmente divise tra due fronti contrapposti: uno, di ispirazione liberale guidato da Croce, favorevole ad una restaurazione dei vecchi assetti istituzionali prefascisti; un altro interessato a costruire attraverso l’Assemblea costituente un diverso equilibrio democratico.

In tal senso, la lotta all’attesismo, che vide in prima fila comunisti, socialisti, azionisti e anche cattolici, dunque lo sforzo teso a favorire la partecipazione del popolo alla lotta di liberazione nazionale, non va archiviata come una semplice manifestazione di dialettica politica. Il ruolo delle divisioni partigiane nella liberazione del Centro Nord ha avuto delle conseguenze sullo status post-bellico dell’Italia, contribuendo non poco a un fatto troppo spesso sottovalutato: delle tre nazioni un tempo facenti parte del «Patto tripartito», solo l’Italia vanta una Costituzione frutto di un processo di partecipazione popolare così ampio e socialmente avanzato, non emanazione degli eserciti occupanti. Tutto questo trovò poi traduzione nella Costituzione nata da questo processo popolare, perché la sua ispirazione fondamentale, sia nei primi 3 articoli, sia in quelli di previsione economico-istituzionale, non si limita a disegnare l’impianto di uno Stato che detta le regole e si limita a farle rispettare, lo “Stato Ottocentesco della toga e della spada”. La Costituzione nasce con un obbiettivo radicalmente nuovo rispetto al vecchio Statuto pre-fascista, attribuire alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.  Come è stato scritto sovente, essa nasce dalla fusione delle tre principali culture politiche del Paese (cattolica, liberale e marxista) sforzandosi di conciliare i concetti di uguaglianza formale e sostanziale, in un nuovo quadro più avanzato orientato al progressivo ampliamento degli spazi di democrazia politica, economica e sociale con il compito di garantire la partecipazione permanente e il protagonismo dei lavoratori nella vita del Paese. Dunque non solo l’idea di libertà negativa, propria della tradizione liberale, intesa come intangibilità da parte dello Stato della sfera individuale privata, ma anche quella di libertà positiva, di tradizione democratica, intesa come diritto del popolo a essere parte attiva e protagonista, non passiva e subalterna, dei processi decisionali, nella quale la rimozione degli ostacoli economico sociali all’esercizio dell’effettiva uguaglianza (sul piano sostanziale e non semplicemente formale) assume un ruolo inedito nella storia dell’Italia. La Costituzione ha messo in discussione idea di un rapporto inversamente proporzionale tra sfera delle libertà e estensione delle attività dello Stato, uno dei più duraturi miti del liberalismo. Ha messo in soffitta la tradizionale condanna all’ambizione di regolare politicamente la vita sociale, intervenire in economia e dare un indirizzo alla vita di una comunità nazionale. Questo è il dato filosofico-politico di fondo, tuttavia, guardando in modo spassionato all’attualità, dobbiamo fare i conti con una realtà ben differente. In un periodo storico nel quale viene riaffermata la pretesa capacità “naturale” di autoregolamentazione delle leggi di mercato, teoricamente incompatibile con “l’artificiale” irruzione ordinatrice della politica, proprio su questo versante programmatico, il quadro di oggi appare drammaticamente più arretrato e ottocentesco rispetto ad allora. In questa contraddizione, squisitamente politica, risiede la ragione della parziale e limitata applicazione della Costituzione, dunque la mancata attuazione di molti dei suoi principi fondamentali, problemi non risolvibili attraverso le cicliche e fallimentari operazioni di ingegneria istituzionale degli ultimi decenni.

 

 

[1] R. Laconi, Parlamento e Costituzione, (a cura di) E. Berlinguer, G. Chiaromonte, Editori Riuniti, Roma, 1969.

[2] G. Fresu, Eugenio Curiel. Il lungo viaggio contro il fascismo, Odradek, Roma, 2013.

[3] G. Accame, Il fascismo immenso e rosso, Settimo Sigillo, Roma, 1990.

[4] P. Secchia, Lotta antifascista e giovani generazioni, La Pietra, Milano, 1973, pag. 6.

[5] P. Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione nazionale (1943-1945),Op. cit., pag. 110.

[6] Ivi, pag. 111.

[7] L. Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Editori riuniti, Roma, 1977, pag. 24.

[8] Il Fronte della Gioventù verso la democrazia progressiva, «Bollettino del Fronte della Gioventù», n. 8, agosto 1944, pag. 1, in “Fondo Curiel”, sez. VI, cart. 1, Archivio Istituto “Gramsci”, Roma.

“Giuseppe Podda”. Ritratti di un giornalista integrale.

Giuseppe Podda

Ritratti di un «giornalista integrale»

A cura di: Gianni Fresu
Anno: 2017
Pagine: 260
ISBN: 978-88-98692-49-1
Prezzo: € 18,00
Formato: –
Note: contiene 50 fotografie in b/n

Il libro

A dieci anni dalla scomparsa di Giuseppe Podda, il libro vuole raccontare i diversi aspetti della sua multiforme personalità, la passione per  il giornalismo, per il cinema, per la politica, per  la sua Cagliari popolare, offrendo al contempo uno spaccato di storia sociale, politica e culturale della società sarda dal dopoguerra all’inizio del nuovo millennio.

Un libro che vuole descrivere il suo mondo, ricco, fecondo, oggi testimoniato oltre che da una notevole quantità di suoi scritti dal ricchissimo archivio documentale e fotografico che ha lasciato in eredità.

Il mondo di Podda cultore ed esperto di cinema, una delle sue grandi passioni, ha narrato con maestria le vicende, i luoghi, le storie, le personalità, gli ambienti, i miti e i sogni, il rapporto fra il settima arte e la sua città natale, tutto un universo che ha trovato vita in una brillante e doviziosa trilogia.

Il mondo di Podda militante politico che con finezza di grande scrittore, con il vigore intellettuale di un convinto comunista, con l’attenzione primaria sempre rivolta ai “dannati della terra”, ha illustrato i mutamenti sociali e politici del “mondo grande complicato e terribile”.

Il mondo di Podda giornalista tra i più attenti e preparati, che non soltanto per decenni ha animato la pagina sarda de l’Unità e la rivista Rinascita sarda, e generosamente fornito suoi articoli a tante altre testate, ma soprattutto ha insegnato il mestiere a più generazioni. In questo mettendo in pratica gli insegnamenti di Gramsci sul giornalismo: la necessità di formare giornalisti «tecnicamente preparati a comprendere la vita organica di una grande città, impostando in questo quadroogni singolo problema mano mano che diventa di attualità». Giornalisti capaci di porre a sintesi gli aspetti più generali e costanti nella vita di una città, sfrondandoli dagli elementi episodici dell’attualità, che pure devono sempre essere al centro dell’attività giornalistica, il «giornalismo integrale» che assume una funzione pedagogica favorendo l’elevazione culturale dei lettori creando nuove esigenze intellettuali e di impegno sociale.

Per descrivere una personalità tanto ricca e complessa è stato necessario ricorrere all’opera di molti.

Il volume – costruito in tre grandi capitoli e completato con alcuni scritti di Giuseppe Podda, rappresentativi del suo modo di essere e scrivere, oltre che della sua inesauribile curiosità intellettuale – infatti accoglie numerosi contributi di personaggi che nei campi del giornalismo, della politica, della cultura e del cinema lo hanno conosciuto, hanno lavorato con lui, hanno condiviso idealità e azioni, ne hanno apprezzato le capacità professionali, il profilo etico, morale e umano.

L’Indice

Introduzione
Francesco Berria, Salvatore Corona
Saluti.
Antonello Cabras

Il mondo di Giuseppe Podda
Gianni Fresu

Capitolo I

POLITICA E SOCIETÀ.

Manlio Brigaglia
Un cuore tenero e una moralità di roccia.
Salvatore Cherchi
Il compagno comunista.
Francesco Cocco
Non ci si serve del partito, lo si serve.
Giorgio Macciotta
Due macchine fotografiche, un blocco per appunti.
Francesco Macis
Da strillone a direttore.

Capitolo II

GIORNALISMO.

Vito Biolchini
«Podda… sono Podda».
Paolo Branca
Il maestro e i giovani.
Aldo Brigaglia
Cappuccino e altre passioni.
Gianni Filippini
Studioso e interprete della “sua” Cagliari.
Simonetta Fiori
Una figura senza tempo.
Giancarlo Ghirra
Nel partito, sulla frontiera del giornalismo.
Gianfranco Macciotta
L’intelligenza e la passione.
Maria Paola Masala
Cominciò con “un dito nell’occhio”.
Giorgio Frasca Polara
Formatore di una nuova generazione di giornalisti.
Antonio Zollo
Con quella faccia da pugile buono.

Capitolo III

CINEMA E CULTURA.

Sergio Atzeni
intervista Giuseppe Podda.
Lia Careddu
Ta la stima.
Paola De Gioannis
Il cinema della memoria.
Carmen Giordano
Le parole di Giuseppe.
Sergio Naitza
Il cinema come una finestra sulla vita.
Alberto Rodriguez
Lo schermo dei ribelli.

Postfazione
Annamaria Baldussi (per Aipsa Edizioni)
Il diario immaginario di un decennio tutto d’un fiato.

Capitolo IV

Articoli di Giuseppe Podda.
Ritratti fotografici.

“Nas Trincheiras do Ocidente”. Lições sobre fascismo e antifascismo.

Falando de fascismo, muitas vezes, encontramos leituras bastante superficiais que atribuem essa definição para qualquer movimento conservador ou fenômeno autoritário. Na realidade, o fascismo tem suas próprias características, que precisam ser conhecidas. Ao mesmo tempo, o antifascismo fica reduzido apenas ao momento militar da luta de libertação nacional, sem se aprofundar a sua gênese e o seu desenvolvimento, caracterizado por viradas políticas, contra viradas, divisões e contradições profundas, chegando a sua completa renovação unitária apenas depois do drama da tomada do poder por Hitler. Afrontar um tema assim rico de influências, de contradições e repercussões como o fascismo, impõe várias cautelas metodológicas. Em particular, uma delas é a de evitar uma representação superficial, plana e unilateral sobre origem, desenvolvimento e herança desta experiência histórica. O fascismo é um fenômeno tipicamente italiano, nascido por causas precisas, devidas à profundidade da crise europeia antes e depois a Primeira Guerra Mundial, mas a sua influência vai bem além desta realidade histórica e geográfica. Estudar todo esse conjunto complexo de acontecimentos e lutas nas trincheiras do Ocidente fica essencial para compreender um período entre os mais dramáticos na história da humanidade contemporânea. Nesse sentido, a leitura de Gramsci, central nesse trabalho, fica um divisor de agua interpretativo essencial, exatamente porque nunca aceita as simplificações que reduzem por esquema ou equações matemáticas as dinâmicas do «mundo grande, complicado e terrível», onde cada ação jogada sobre a complexidade desperta ecos insuspeitados.

Gianni Fresu

Como categoria explicativa do real, a identidade do fascismo talvez seja tão escorregadia e polêmica quanto aquela de democracia. São muitos os movimentos, partidos ou ideais que podem ganhar o epíteto de “fascistas” no calor da luta política e ideológica, mas é preciso que se saiba com clareza do que realmente se trata ou a luta poderá ser levada por um caminho desastroso. O livro de Gianni Fresu é uma estupenda apresentação desse problema histórico e teórico de grande envergadura e importância. Ver-se-á as origens do fascismo, sua consolidação e características, a sua difusão e a resistência antifascista. As discussões políticas e historiográficas também fazem parte desse pequeno e rico volume, que não nos deixa esquecer que hoje é dia de lutar de novo.

Marcos Del Roio

UNESP-FFC

Ficha Catalográfica elaborada pelo Setor de Tratamento da Informação BICEN/UEPG
Coordenação editorial
Revisão
Capa, Diagramação e Projeto gráfico
Lucia Cortes da Costa
Ubirajara Araujo Moreira
Andressa Marcondes
Equipe Editorial
Giovanni, Fresu
Nas trincheiras do ocidente: lições sobre o fascismo e o
antifascismo/ Gianni Fresu. Ponta Grossa : Ed. UEPG, 2017.
256 p.
ISBN : 978-85-7798-228-8
1. Fascismo – historiografia. 2. Antifascismo. I. T.
CDD: 320.533
F887t

Le ipocrisie dell’ideologia liberale e il cosiddetto odio di classe

Nel parlamento brasiliano (ma la stessa discussione si sta insinuando anche in Europa) è stata presentata in questi giorni una proposta di legge finalizzata a punire penalmente l’apologia di comunismo, con la seguente argomentazione: “il comunismo avrebbe fatto un centinaio di milioni di morti”. Tralasciamo le considerazioni sulla natura grossolana di questa operazione, perché i simboli che si vorrebbero proibire (la falce e martello e i richiami alla tradizione teorica del socialismo) rappresentano un panorama incredibilmente variegato, non riducibile a una unica esperienza, all’interno del quale si situa con tutte le sue articolazioni la storia della lotta per l’emancipazione del mondo del lavoro. Nelle argomentazioni utilizzate si dice, “è necessario impedire l’istigazione all’odio e alla guerra di classe!” Farebbe sorridere, se non fosse tragica, un’affermazione simile, perché l’odio di classe è non solo istigato sul piano teorico ma concretamente praticato nelle nostre società occidentali, dall’alto verso il basso però. Come definire diversamente almeno quattro decenni di assedio ai diritti sociali e a quelli del mondo del lavoro tesi a favorire l’accumulazione dei capitali e la speculazione finanziaria? Come chiamare il vertiginoso aumento negli ultimi quaranta anni della forbice tra chi ha tanto (sempre sfacciatamente di più e in forme indecorosamente concentrate) e chi non ha nulla? Come classificare la sistematica spoliazione delle ricchezze dei cosiddetti Paesi “sottosviluppati” da parte di quelli ricchi, cui si aggiunge la beffa della limitazione della libera circolazione dei loro cittadini? Noi abbiamo avuto per secoli (e conserviamo ancora) il diritto di invaderli, sfruttarli e rapinarli, però non ai poveri del Sud del mondo non è concesso spostarsi dal deserto che abbiamo creato intorno a loro. Cosa sarebbe tutto questo se non odio e guerra di classe?

Si parla spesso in termini puramente retorici di libertà fondamentali, ma la prima di queste consiste nel diritto a non morire di fame, ignoranza e per assenza di cure sanitarie, dunque, se guardiamo alla realtà con una prospettiva meno edulcorata, possiamo tranquillamente affermare che queste sono negate alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Oramai è diventato un luogo comune citare la discutibile contabilità dei lutti fatta (all’ingrosso) nel famigerato “Libro nero del comunismo”, nel quale vengono compresi anche i morti per guerre e carestie in gran parte dei casi indotte dall’esterno. Sarebbe ora, credo, di scrivere pure un “Libro nero del liberalismo”, Domenico Losurdo ha fatto nei decenni questo lavoro attraverso una puntuale critica storica e filosofica,  manca  però un banale libro in cifre, di semplice ragioneria politica del capitalismo. Se, infatti, usassimo gli stessi parametri adottati da Stéphane Courtois &Co., quante centinaia di milioni di morti dovremmo imputare all’espansione mondiale delle nostre relazioni sociali borghesi? Proviamo solo a pensare: le conseguenze storiche dell’accumulazione originale del capitale sulle sterminate masse rurali cacciate dalle campagne trasfromate in moltitudini mendicanti nelle grandi periferie urbane; lo sterminio dei popoli nativi nel Nord e Sud America, Asia e Oceania; i morti dovuti alla miseria e allo sfruttamento coloniale occidentale in Africa, schiavismo compreso; le infinite guerre imperialiste condotte negli ultimi due secoli in ogni angolo del pianeta per rapinare le risorse dei “popoli incivili”. Un’ecatombe, ben occultata nei libri o nelle trattazioni divulgative sulla storia dell’umanità. Anche questo conferma un punto già colto da Marx e Engels nella metà dell’800: è proprio nel terreno delle ideologie il vero successo della società borghese, così l’aver trasformato il mondo in un grande cimitero è presentato come affermazione dei principi di libertà e civiltà sulla barbarie. Il paradosso storico è che, pur essendo maestri di ideologia, i grandi e piccoli teorici del liberalismo fanno della critica alle ideologie la propria battaglia più caratterizzante. La conferma della loro capacità egemonica è che la maggioranza delle persone, dotata anche di una buona cultura, ci crede e la riproduce più o meno consapevolmente.

“Nell’economia politica la cosiddetta accumulazione originaria del capitale svolge la stessa funzione del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e con ciò il peccato colpì il genere umano. Se ne spiega l’origine raccontandola come aneddoto del passato. C’era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite dirigente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall’altra c’erano gli sciagurati oziosi che  sperperavano tutto il proprio e anche di più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l’uomo sia stato condannato a mangiare il pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare. Fa lo stesso! Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e che gli altri non hanno avuto all’ultimo altro da vendere che la propria pelle. E da questo peccato originale data la povertà della gran massa che, ancor sempre, non ha altro da vendere fuorché se stessa, nonostante tutto il suo lavoro, e la ricchezza dei pochi che cresce continuamente, benché da gran tempo essi abbiano cessato di lavorare[1]

[1] K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Editori riuniti, Roma, 1997, pag. 777.

 

Un secolo di rivoluzioni. Percorsi gramsciani nel mondo. (Convegno di studi internazionale)

Università di Cagliari – Regione Autonoma della Sardegna – Comune di Cagliari

GramsciLab – Associazioni gramsciane sarde

 

Convegno internazionale per l’Anno Gramsciano

Cagliari 27-28 aprile 2017

 

Un secolo di rivoluzioni. Percorsi gramsciani nel mondo

A Century of Revolutions. Gramscian Paths across the World

Teatro Piccolo Auditorium

Piazzetta Dettori, Cagliari

 

 

Giovedì 27 aprile

ore15,00 – 19,30

 

Saluti

Maria Del Zompo, Rettore Università di Cagliari

Cecilia Novelli, Direttore del Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni

Ignazio Putzu, Direttore del Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

Massimo Zedda, Sindaco Comune di Cagliari

Paolo Frau, Assessore alla Cultura, Comune di Cagliari

Giuseppe Dessena, Assessore alla Cultura, Regione Sardegna

Rappresentanti Associazioni gramsciane

 

Intervento introduttivo

Patrizia Manduchi, DISSI e GramsciLab

 

1^ Sessione

ore 16,30 -19,00

 

Dall’agire rivoluzionario al populismo. Conflitti e rivoluzioni nel “secolo breve”

From Revolution to Populism: Conflicts and Revolutions in the “Short Twentieth Century”

 

discussant Mauro Pala

 

  1. Angelo D’Orsi, Università di Torino

Da Lenin al Sessantotto: le rivoluzioni del secolo breve

 

  1. Lea Durante, Università di Bari

Aleksandra Kollontaj e Clara Zetkin: per una genealogia femminista della Rivoluzione

 

  1. Michele Cometa, Università di Palermo

Gramsci e Benjamin: un’affinità postuma?

 

  1. Roberto Dainotto, Duke University, Usa

Vedi alla voce “Populismo”: l’attualità della lezione di Antonio Gramsci

 

Dibattito

ore 19,00 – 19,30

 

Venerdì 28 aprile

ore 9,00 – 19,30

 

Intervento introduttivo

Álvaro Marcelo García Linera, Vice Presidente della Bolivia

 

 

2^sessione

ore 9,30-11,00

 

Conflitti e rivoluzioni nel XXI secolo: prospettive epistemologiche gramsciane

Conflicts and Revolutions in the XXI century: Gramscian Epistemological  Perspectives

 

discussant Sabrina Perra

 

  1. Guido Liguori, Università di Roma

Il concetto di rivoluzione in Gramsci, dall’Ottobre ai Quaderni del carcere

 

  1. Miguel Mellino, Università l’Orientale Napoli

Secolare, subalterno, postcoloniale. Decolonizzare il marxismo occidentale a partire da Gramsci

 

  1. Gilbert Achcar, SOAS, University of London

Morbid Symptoms: A Gramscian Perspective on Global Developments

 

Coffee break  ore 11,00 – 11,30

 

3^ sessione

ore 11,30-13,30

 

Movimenti contro egemonici e rivoluzioni passive in Asia e America Latina

Passive Revolutions and Counter-hegemonic Movements in Asia and Latin America

 

discussant Francesca Congiu

 

  1. Gianni Fresu, Universidade Federal de Uberlandia, Brasile

Coutinho, traduttore e interprete di Gramsci. L’elaborazione di una teoria gramsciana sul Brasile

 

  1. Ana Maria Said, Universidade Federal de Uberlandia, Brasile

Rivoluzione e democrazia: l’eurocomunismo in Brasile nel crepuscolo della dittatura

 

  1. Kevin Gray, University of Sussex, GB

Beyond States and Markets: Late Development and Passive Revolution in East Asia

 

Dibattito

ore 13,30 – 14,00

 

 

4^  sessione

ore 15,30 – 17,30

 

Percorsi rivoluzionari in Medio Oriente

Revolutionary Paths in the Middle East

 

discussant Alessandra Marchi

 

  1. Massimo Campanini, Università di Trento

Gramsci e la ricerca dell’egemonia nel pensiero politico islamista contemporaneo

 

  1. Asef Bayat, University of Illinois, USA

Revolutions of the Neoliberal Times. From the Iranian revolution to the Arab Spring

 

  1. Gennaro Gervasio, Università Roma 3

La Rivoluzione Egiziana: una prospettiva subalterna

 

  1. Daniela Melfa, Università di Catania

Utopie rivoluzionarie e comunisti in Tunisia. Itinerari di un’élite

 

Dibattito e saluti finali

 

 

Comitato Scientifico :

 

Francesca Congiu (Università degli Studi Cagliari)

Gianni Fresu (Universidade Federal de Uberlandia, Brasile)

Patrizia Manduchi (Università degli Studi di Cagliari)

Alessandra Marchi (Università degli Studi di Cagliari)

Mauro Pala (Università degli Studi di Cagliari)

Sabrina Perra (Università degli Studi di Cagliari)

 

 

Ciclo di seminari: “Unità diseguale e relazioni coloniali. Letture gramsciane dal mondo arabo-mediterraneo all’America Latina”

“Gramsci Lab”

Laboratorio internazionale di studi gramsciani

Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni della Università di Cagliari

Anno accademico 2016/2017

Corso di Laurea DISSI della Professoressa Patrizia Manduchi

 (info: gramscilab@gmail.com)

“AULAS ABIERTAS”

Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

Programma Visiting Professor 2016-17 Regione Autonoma della Sardegna

 

Ciclo di seminari

Unità diseguale e relazioni coloniali.

Letture gramsciane dal mondo arabo-mediterraneo all’America Latina

Visiting Professor Gianni Fresu (Universidade Federal de Uberlândia)

 

 

1

La Sardegna di Gramsci

Laboratorio e anticipazione della Questione meridionale.

(giovedì 4 maggio, ore 16:00/19:00)

Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni della Università di Cagliari, Viale S. Ignazio 78

2

Tra vecchio e nuovo

Crisi organiche, rivoluzioni e soluzioni autoritarie

(giovedì 11 maggio, ore 16:00/19:00)

Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni della Università di Cagliari, Viale S. Ignazio 78

 

 

3

Nazione e rivoluzione

Tradurre il marxismo in ogni formazione economico-sociale.

(giovedì 18 maggio, ore 16:00/19:00)

Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni della Università di Cagliari, Viale S. Ignazio 78