Il giovane Berlinguer (1943-1950). Tra antifascismo e ricostruzione democratica

Enrico Berlinguer aderì al PCI nell’agosto del 1943, dopo essersi recato con il cugino Sergio Siglienti presso la serra di fiori del pistoiese Renato Bianchi, sede delle riunioni clandestine dei comunisti sassaresi. Nonostante la provenienza sociale, una famiglia importante e carica di storia come i Berlinguer, si avvicinò al mondo comunista frequentando gli ambienti popolari di Sassari. L’antifascismo faceva parte del codice genetico della sua famiglia, il padre Mario, repubblicano, era una delle personalità più in vista dell’antifascismo sardo e la sua casa era un punto d’incontro politico e intellettuale degli ambienti della borghesia sassarese avversa a Mussolini. Le prime letture sovversive, Bakunin e Marx, arrivarono grazie allo zio paterno Ettore, il più giovane degli zii, scapestrato ed eterno scapolone, ritenuto la pecora nera della famiglia, di orientamento libertario con sfumature che andavano dalle istanze anarcoidi a quelle comuniste. Era lo zio preferito dal giovane ribelle Enrico, piuttosto refrattario alle regole familiari, tanto da avere una vita assai stentata da studente nel prestigioso Liceo Classico Azuni di Sassari. Come numerose biografie hanno ampiamente chiarito, quelle di Peppino Fiori[1] e di Chiara Valentini[2] tra tutte, il giovane Berlinguer alla scuola preferiva il gioco d’azzardo, le interminabili le partite di poker in un vecchio zilleri del centro di Sassari, dal nome altisonante ben poco rispondente alla realtà del luogo, l’Apollo, o nella famigerata bettola di Rubattu, frequentato da operai, artigiani e contadini della città. In questi ambienti ben diversi da quelli familiari, saturi di fumo e odorosi di vino, tra una partita e l’altra si discorreva anche di antifascismo e persino di comunismo. Il suo primo incarico di partito fu organizzare i giovani, e in poco tempo divenne il punto di riferimento dei giovani comunisti sassaresi, mostrando doti organizzative ed intellettuali sorpremdenti, tenuto conto della sua svogliata carriera da studente. La vita politica sassarese e più in genere sarda era però molto limitata, in una condizione oggettivamente arretrata rispetto al resto del Paese.

Quando Berlinguer lascerà l’isola per andare a lavorare a Roma, ma soprattutto a Milano, andrà a inserirsi in una realtà profondamente diversa, nella quale non c’era solo l’esperienza della lotta di liberazione nazionale che aveva portato alla mobilitazione popolare, non solo armata ma politica e sociale, contro il fascismo. Già dalla metà degli anni Trenta all’interno delle stesse organizzazioni di massa del regime si era formata una fronda giovanile destinata ad avere un ruolo fondamentale nella Resistenza. È una generazione precedente a quella di Berlinguer, giovani nati circa un decennio prima, in gran parte sedotti da alcune parole d’ordine anticapitalistiche del fascismo rivoluzionario, che ben presto scoprono la reale natura sociale del regime e compiono una scelta di opposizione proprio negli anni di maggior consenso per Mussolini, una fase comunque attraversata da un clima di strisciante inquietudine tra un numero sempre maggiore di giovani, educati nella dottrina del fascismo, ma profondamente insoddisfatti delle sue realizzazioni concrete. La sede, dove si forma e ha modo di mettersi in connessione questa fronda, è il luogo dove il regime avrebbe voluto celebrare la sua grandezza e continuità presso le nuove generazioni, i Littoriali della cultura. Sono importanti i nomi che transitano in questo universo Ruggero Zangrandi, Mario Alicata, Renato Guttuso, Antonello Trombadori, Alberto Vigevano, Ernesto Treccani, Pietro Ingrao,Vittorini e tanti altri, tra loro una figura destinata a diventare punto di riferimento per Enrico Berlinguer, e non solo, Eugenio Curiel.

Lo smottamento generazionale nel fascismo fu un processo molecolare, anche se frammentario, di cui non si può indicare un inizio preciso – per alcuni fu il 1935 per altri il ‘38 – nel quale giovani con storie e formazioni diverse entrarono direttamente o indirettamente in contatto con la rete clandestina antifascista o ne subirono il fascino. Si trattava in gran parte di studenti e operai, alcuni di loro non si definivano, né si sentivano, comunisti eppure cercavano il contatto con il partito, altri si proclamavano tali anche senza aver mai avuto nessun tipo di rapporto con l’organizzazione.

Nella storia non sono mancate fratture generazionali, tuttavia, i risultati più profondi in termini di rinnovamento si sono avuti quando tra vecchie e nuove generazioni si è determinata una saldatura incentrata sulle scelte di campo. La lotta di liberazione dal nazifascismo è un esempio in tal senso, proprio per l’irrompere diffuso di giovani cresciuti nel regime che, nella clandestinità, trovarono un terreno d’incontro con i vecchi protagonisti dell’antifascismo sconfitto da Mussolini. Ovviamente questo processo non è lineare, privo di incoerenze e arretramenti, invece, è incredibilmente accidentato, all’interno di una realtà lacerata da profonde divisioni sedimentatesi negli anni come l’antifascismo italiano. La stessa organizzazione cui decide di aderire, il Partito comunista, vive, tra il 1926 e il ’36, scontri furibondi, sconfitte cocenti, epurazioni feroci, ripensamenti traumatici, mutamenti radicali di linea politica[3]. Proprio per la problematicità e i segnali contrastanti di questa vicenda, l’esito positivo del processo di liberazione nazionale dal nazifascismo assume un certo interesse storico[4].

Tra le vecchie generazioni di antifascisti, in gran parte esuli sconfitti anche se non piegati dal fascismo, e questi giovani c’era un salto generazionale, ciò nonostante, negli anni a cavallo tra i Trenta e i Quaranta si determinò una saldatura destinata a costituire la spina dorsale della Resistenza. I leader del vecchio movimento antifascista, costretti all’emigrazione dopo il carcere e le violenze subite, senza l’apporto delle nuove generazioni difficilmente avrebbero potuto dar corso a una tanto vasta mobilitazione contro il movimento di Mussolini. Per certi versi, prima ancora delle leggi razziali, dell’alleanza con la Germania di Hitler e la rovinosa partecipazione alla guerra, le originarie crepe alla stabilità del regime erano da ricercarsi nella perdita di egemonia presso le nuove generazioni. Le nuove leve allevate a “pane e fascismo” e non contaminate dal germe delle ideologie liberali, democratiche o marxiste, quelle su cui il regime tanto aveva puntato e da cui doveva venir fuori «l’uomo nuovo fascista», si rivelarono in definitiva il suo punto debole[5]. Ma al di là dell’aspetto quantitativo, di massa, l’apporto di questa generazione è determinante perché sollecitò il vecchio antifascismo ad abbandonare il suo settarismo, la vocazione romantica e volontarista dell’approccio cospirativo, insomma lo aiutò a superare la sua natura minoritaria, spingendolo a radicarsi nel Paese, tra i giovani e i lavoratori[6]. Il fascismo non si reggeva solo sul dominio violento, esercitava un consenso reale, se s’intendeva rovesciarlo bisognava lavorare anche con quanti erano rimasti sedotti dalle illusioni della demagogia fascista. Nel PCI, ad esempio, la scelta di abbandonare la politica disastrosa del socialfascismo e abbracciare quella dell’unità delle forze democratiche contro il fascismo fu accompagnata e sperimentata anzitutto da questa generazione, impegnata a lavorare nei sindacati fascisti come nei GUF.

Come Tortorella ha chiarito, in un’intervista concessami per la realizzazione di un mio libro dedicato a Eugenio Curiel, a questa generazione si unì quella dei giovani fascisti partiti in guerra che scoprirono proprio al fronte le bugie del regime tanto da decidere, al loro ritorno, di arruolarsi nelle brigate partigiane. Infine ci fu l’ultima generazione, di cui facevano parte Berlinguer e il più giovane Tortorella:

“Non eravamo la generazione del fascismo né quella dell’antifascismo eroico pre guerra, bensì la generazione della Resistenza, ossia, diventammo adulti nella lotta di liberazione trovandoci “impigliati”, volenti o nolenti, nella Resistenza”.

In Sardegna, tuttavia, il peso dell’antifascismo, anche dopo il 25 luglio ‘43, era assai modesto, limitato agli ambienti intellettuali delle città e in alcune ristrette fronde tra i ceti medi, ma non era stato in grado di esercitare alcuna egemonia politica. Dopo l’8 settembre prese le mosse una prima rete di coordinamento, il Comitato di concentrazione antifascista, incapace però di andare oltre la ristretta cerchia del vecchio notabilato liberale. Anche l’agonia e il crollo del regime fascista avvennero senza particolari scossoni e nella quasi assenza di qualsiasi forma di mobilitazione popolare.

Solo nei primi mesi del ’44, in particolare a Ozieri e, come vedremo, a Sassari, scoppieranno dei moti popolari con l’assalto agli edifici pubblici e la cacciata dei funzionari amministrativi, ma si trattava di lotte per la sopravvivenza più che consapevole azione antifascista. Diverso era il caso del bacino minerario del Sulcis, attivo sia sul versante politico sia sindacale, dove l’attività antifascista si sviluppò intensamente e con continuità tra il 1944-’45.

Nonostante questi limiti, secondo Giovanni Lay, l’attività dei comunisti sardi, per quanto marginale, non si era mai arrestata ed era comunque continuata fino alla caduta del regime, pur nell’assenza di contatti organizzativi stabili. Tra il 1942 e il 43, lo sfollamento di Cagliari aveva portato i militanti comunisti, che lasciavano la città con le famiglie, ad iniziare un’opera di proselitismo nei paesi in cui andavano ad insediarsi. Così, grazie all’opera di piccoli nuclei, già all’indomani dell’arresto di Mussolini si costituirono nei centri agricoli della Sardegna i primi gruppi e in diversi casi le prime sezioni comuniste, tanto che nel tumultuoso post 25 luglio la rete di questi gruppi era riuscita ad organizzare una prima riunione a San Gavino. I mesi che seguirono furono un brulicare di attività che portarono l’organizzazione ad articolare e radicare la sua presenza nei diversi centri dell’isola fino al Convegno regionale del 5 novembre 1943, che sanciva la sua linea di lavoro indicando il piano di collaborazione con gli altri partiti antifascisti. L’isolamento geografico e l’assenza di contatti con la ricostituita direzione nazionale aveva lasciato fuori il PCI sardo dalla «Svolta di Salerno», recepita dai vecchi qudri come un «abile espediente tattico». Gli strascichi di bordighismo, di cui Berlinguer parlò riferendosi alla situazione sassarese, avevano contribuito far sopravvivere un’idea settaria dell’azione comunista, fatta di elementare determinismo economico e intransigente fede rivoluzionaria. In questa dialettica s’inseriva però la novità delle giovani leve, Berlinguer e Renzo Laconi tra tutti[7].

Il 13 gennaio del 1944, scoppiarono a Sassari i moti del pane, per la difficile situazione alimentare in una città assediata dal freddo, fu un inverno particolarmente gelido, e dalla fame, causata da una gestione disastrosa, quando non proprio malavitosa (legata al mercato nero) delle risorse annonarie da parte delle autorità civili e militari. Per due giorni la città fu infiammata da veri e propri moti insurrezionali popolari, scontri con i carabinieri, assalti a Municipio, panifici, pastifici e soprattutto ai depositi delle derrate alimentari. Berlinguer e il gruppo di giovani costituitosi attorno a lui, nonostante la forte contrarietà degli adulti del partito, furono tra i protagonisti di queste vicende.

Intanto a livello nazionale, nell’autunno del 1943, nel partito, si era discusso su quale sarebbe dovuto essere il modo più appropriato per intercettare i giovani, rilanciare la Federazione giovanile comunista oppure creare un organismo unitario della gioventù antifascista?[8] Prevalse questa seconda possibilità, così su indicazione del Centro comunista e grazie all’impegno di Giancarlo Pajetta, a Milano, nel gennaio del 1944, fu creato il Fronte della Gioventù[9]. Non si trattava di un’organizzazione giovanile riservata ai comunisti o ai simpatizzanti, esso nasceva come fronte unitario con lo scopo di raccogliere e valorizzare le energie militanti delle nuove generazioni disposte a lottare contro l’occupazione nazifascista sul terreno militare, nella lotta economica e sindacale, in quella culturale ed educativa. A Pajetta si affiancarono Gillo Pontecorvo, militante nelle file antifasciste dal 1938, e Eugenio Curiel[10]. I primi due lavoravano anzitutto per stabilire rapporti con giovani socialisti, liberali e cattolici, studenti indipendenti. Con l’arrivo di Curiel a Milano, Pajetta passò ad altri incarichi, mentre al primo fu affidata la responsabilità di seguire e dirigere il movimento giovanile. Ai primi di dicembre del 1943 Ingrao, con cui aveva lavorato fino a quel momento, fu mandato dal partito a Roma, allora Gillo Pontecorvo iniziò a lavorare sotto la direzione di Eugenio Curiel, «una delle personalità più straordinarie della Resistenza italiana, il comandante “Barbieri”, colto, audace, coraggioso», di cui di fatto divenne il vice[11]. Curiel affidò al futuro regista il compito di formare un’organizzazione clandestina unitaria con tutti i partiti antifascisti, democristiani e liberali compresi: il Fronte della Gioventù. Pontecorvo ricorda che l’impresa dei due, nei rapporti con i cattolici, fu aiutata dal gruppo di sacerdoti della chiesa di San Carlo al corso, tra i quali David Maria Turoldo e Camillo De Piaz.  Dalla costituzione del Fronte si passò, nel febbraio ’44, alla creazione di gruppi armati per la necessità di estendere l’attività dell’organizzazione dal solo terreno politico a quello militare. Fu così creata una prima brigata con la funzione di compiere azioni di disturbo contro fascisti e tedeschi, Pontecorvo, già responsabile politico, ne assunse la direzione.

A Sassari, Berlinguer, tre giorni dopo i moti per il pane, fu arrestato e incarcerato nelle prigioni di San Sebastiano. Fu liberato, insieme ai suoi compagni, il 25 aprile del 1944, proprio in questi mesi Berlinguer decise di abbandonare l’università (la facoltà di giurisprudenza) dove si era iscritto nel 1940, per dedicarsi completamente al lavoro politico per il partito. Dopo un primo incontro con Togliatti, favorito dal padre Mario impegnato in prima fila a Salerno, si trasferì a Roma nel settembre del ’44 per andare a lavorare alla direzione comunista accompagnato da un bigliettino vergato personalmente dal Migliore, “questo è il compagno Berlinguer, che viene dalla Sardegna, Utilizzatelo nella vostra organizzazione”.

La sua prima mansione fu l’organizzazione sindacale tra i giovani, a liberazione avvenuta, nell’estate del 1945, fu inviato a Milano per prendere il posto di Eugenio Curiel, ucciso dai fascisti il 24 febbraio, a capo dell’organizzazione giovanile. A Milano era presente una forte organizzazione misuratasi nell’attività clandestina, a Berlinguer fu affidato il compito di traghettarla in campo aperto, nell’attività legale del nuovo quadro democratico. Pontecorvo era ora il coinquilino del futuro Segretario del PCI[12], intrecciando con lui un rapporto di amicizia strettissimo durato tutta la vita. Per Pontecorvo, Berlinguer era una sorta di rincarnazione del suo amico scomparso, perché avevano molte cose in comune, la serietà, la riservatezza, la passione per lo studio. «Per Curiel Berlinguer provava una vera curiosità. E si faceva raccontare tutto quello che poteva, studiava i suoi rapporti e i suoi documenti»[13]. L’arrivo a Milano di Berlinguer nell’estate del ‘45, in una fase complessa ed esaltante insieme, sembrò, al futuro regista, quasi colmare il vuoto enorme lasciato dalla morte del suo amico. Berlinguer sentiva di averne ereditato il ruolo, avvertiva appieno il peso di quella responsabilità fino a sentirsi persino inadeguato a farne le veci. Dopo la liberazione, Enrico Berlinguer promosse diverse attività – seminari di formazione, pubblicazioni, convegni e iniziative commemorative – con il preciso scopo di restituire al suo predecessore il giusto ruolo nella storia dell’antifascismo e, segnatamente, in quella dei comunisti italiani. Nella direzione milanese Berlinguer trovò anzitutto Luigi Longo, quindi il gruppo di giovani formatisi nel FdG attorno a Curiel, tra questi, oltre al già citato Pontecorvo con cui condivideva una stanza con due brandine, nella sede del Partito in via dei Filodrammatici, un certo Aldo Tortorella.

Al VI Congresso del PCI, tenutosi a Roma nel gennaio del 1946, divenne membro del Comitato Centrale e per Togliatti il giovane dirigente sardo avrebbe dovuto continuare a lavorare alla costruzione dell’organizzazione unitaria dell’antifascismo, estendendola dal Cetro Nord al Mezzogiorno. Così nel settembre 1946 si tenne a Bologna il Congresso nazionale del FdG, fu una triplice prova del fuoco per Berlinguer: 1) sul piano organizzativo, perché fu lui a costruirlo in ogni minimo aspetto; 2) sul piano politico, perché portò alla sua elezione a Segretario generale dell’organizzazione; 3) sul piano della comunicazione, perché concluse il Congresso con il suo primo grande comizio davanti a decine di migliaia di militanti arrivati da tutto il Paese. Il nuovo incarico sancì il suo ritorno a Roma, dove iniziò a lavorare sempre più a stretto contatto con Togliatti. Ma i rapporti sempre più tesi fra i Partiti che avevano dato vita al CLN, fino alla cacciata di comunisti e socialisti dal governo dopo il viaggio negli USA di De Gasperi, nel maggio del 1947, decretarono la fine del Fronte unitario giovanile. In realtà già a inizio anno, alla conferenza di organizzazione del partito a Firenze, Berlinguer aveva avanzato la necessità di affiancare il Fronte con un’organizzazione autonoma dei Giovani Comunisti.

Nel clima infuocato, interno e internazionale, che precedette le elezioni del 18 aprile ’48, nacquero, su idea di Luigi Longo, le «avanguardie garibaldine», organizzazione giovanili unitarie di socialisti e comunisti, che anche nel nome si richiamavano alla tradizione partigiana, a migliaia si riunirono in Congresso al Salone Ansaldo di Genova l’8 di febbraio. Due anni dopo, il 2 aprile 1950, veniva ricostituita, non casualmente a Livorno, la Federazione giovanile comunista, dopo che il CC del Partito aveva già deliberato in tal senso nel marzo del 1949. Nel mentre era successo di tutto, la sconfitta cocente alle elezioni politiche, l’attentato a Togliatti, uno sciopero generale spontaneo dilagato in moto insurrezionale in diverse parti del Paese, a fatica fatto rientrare nei ranghi da un Togliatti scampato alla morte. Proprio lo stesso Togliatti, oramai completamente ristabilitosi, consegnò simbolicamente la bandiera rossa con la stella al centro e la sigla FGCI a Berlinguer, eletto segretario dell’organizzazione. La FGCI divenne «un partito nel partito», che in poco tempo raddoppiò i suoi iscritti fino a raggiungere e superare le 400 mila unità, un’organizzazione molto articolata (scuole quadri, associazioni sportive, ludiche culturali), coccolata, controllata e persino contesa da tre personalità piuttosto ingombranti, Togliatti, Secchia e Longo, ognuno dei quali con una sua idea particolare di cosa dovesse essere la federazione giovanile. All’interno di questo universo, Enrico Berlinguer, entrato nel gennaio del 1948 nella ristretta e prestigiosa Direzione Nazionale, sebbene non avesse un Curriculum rivoluzionario paragonabile agli eroi della Resistenza, evitasse in qualsiasi modo pose teatrali da capo carismatico, fosse per natura schivo, divenne la guida indiscussa, quasi idolatrata, dei giovani comunisti. Sia chiaro, non fu una marcia trionfale, non tarderanno a manifestarsi profonde contraddizioni, a partire dal 1956, con il XX Congresso e le rivelazioni del rapporto segreto Cruscev, con profonde ripercussioni sull’organizzazione uscita da quella crisi ridimensionata per effettivi, peso e capacità di influenza. Queste vicende, e il ruolo di Berlinguer, vanno indagate con il massimo della laicità, ossia senza farne mitologia ma senza neanche liquidarle con il fine ultimo di gettarle, insieme a tutto il Novecento, nell’immondezzaio della storia.

L’elemento di maggior continuità politica di cui Berlinguer si fece portatore, del resto in linea di coerenza con l’impostazione data da Togliatti al lavoro del Partito, era il concepire in termini organici le tematiche della lotta al fascismo e quelli della ricostruzione democratica attraverso la stagione costituente[14]. Il punto d’intesa tra questi due momenti era l’idea della democrazia progressiva, ossia la prospettiva di un permanente allargamento degli spazi di democrazia economica, sociale e politica, tali da consentire al mondo del lavoro di conquistare posizioni di forza, in un processo di transizione democratica al socialismo. Bisognava rimuovere le radici economico sociali del fascismo, ossia la natura monopolistica di un certo suo capitalismo, il parassitismo oligarchico, causa congenita del sovversivismo reazionario di parte significativa delle sue classi dirigenti. Per raggiungere questo obiettivo, così come per quello precedente della liberazione dell’occupazione nazifascista, era essenziale trovare un’intesa unitaria con le altre forze popolari del Paese, non solo i socialisti ma anche e soprattutto le masse cattoliche. Al di là di miti e leggende sulla presunta “doppiezza togliattiana”, nella scelta operata con la svolta di salerno nel 1944, e in quelle successive, fino all’approvazione della Costituzione non c’era alcun espediente tattico, si trattava di scelte strategiche conseguenti alla ricerca di una via italiana al socialismo scaturite dalle specificità storiche, culturali e sociali della concreta realtà italiana[15]. Era un’anticipazione convinta del tema del policentrismo, poi sviluppato un decennio dopo da Togliatti. In tutto questo, il lavoro di Berlinguer a capo dell’organizzazione giovanile fu pienamente conseguente, senza esitazioni, nonostante i perturbamenti provocati da una fase storica, oramai dominata dal clima della guerra fredda, ricca di contraddizioni e fasi di arretramento.

Gillo Pontecorvo ebbe a ricordare un episodio che penso racchiuda bene la personalità di Enrico Berlinguer, con cui vorrei chiudere. In una delle tante giornate Milanesi, successive alla liberazione, un giornalista recatosi a intervistare il futuro regista, si voltò dall’altra parte della stanza e fece una domanda al giovane e ancora sconosciuto Berlinguer: «e lei?, da quanto è in politica?», Berlinguer sollevò la testa, sottraendosi alla lettura in cui era immerso, e lapidario rispose: «io non sono in politica, io sono comunista»[16].

[1] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Roma-Bari, 1989.

[2] C. Valentini, Berlinguer. L’eredità difficile, Editori Riuniti, Roma, 2007.

[3] P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Gli anni della clandestinità, vol. II, Einaudi, Torino, 1969.

[4] P. Togliatti, Discorsi ai giovan,  prefazione di E. Berlinguer, Editori riuniti, Roma, 1971.

[5] Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione, Feltrinelli, Milano, 1976.

[6] P. Secchia, Lotta antifascista e giovani generazioni, La Pietra, Milano, 1973.

 

[7] P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. I fronti popolari, Stalin, la guerra. Vol. III, Einaudi, Torino, 1970.

[8] L. Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Editori Riuniti, Roma, 1977.

[9] P. Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione nazionale (1943-1945), Annali Feltrinelli, anno tredicesimo, 1971, Milano.

[10] P. De Lazzari, Storia del Fronte della gioventù, Editori Riuniti, Roma, 1974.

[11] I. Bignardi, Memorie estorte a uno smemorato. Vita di Gillo Pontecorvo, Feltrinelli, Milano, 1999, pag. 47.

[12] «Hanno dato ad Enrico, un alloggio di emergenza: una brandina in uno stanzone scuro e spoglio della Direzione comunista per l’alta Italia, che ha sede in un vecchio palazzo d’abitazioni di via dei Filodrammatici, dietro la Scala. Poco distante, in via del Conservatorio 9, a due passi da San Babila, è la palazzina dell’ex Gil, che il 27 aprile 1945 le Brigate giovanili hanno occupato per metterci il Fronte della Gioventù», G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Roma -Bari, 1989, pag. 59.

[13] I. Bignardi, Memorie estorte a uno smemorato. Vita di Gillo Pontecorvo, op. cit., pag. 64.

[14] «Critica Marxista», Gli anni di Berlinguer, n. 2-3, marzo giugno 1985, anno 23, Editori Riuniti, Roma.

[15] D. Sassoon, Togliatti e la via italiana al socialismo. Il Pci dal 1944 al 1964,Einaudi, Torino, 1980.

 

[16] I Bignardi, Memorie estorte a uno smemorato, Vita di Gillo Pontecorvo, Feltrinelli, Milano, 1999, pag. 64.

Il fascismo e la lunga coda di paglia dei liberali italiani

Il fascismo rappresenta un grande buco nero per la civiltà europea, nel nostro caso, la contraddizione nazionale rispetto alla quale i liberali italiani non riescono a nascondere la propria lunghissima coda di paglia. Per questa ragione Croce definì il fascismo una crisi morale europea senza alcuna radice sociale (borghesia) o politica (liberalismo) riconducibile al suo album di famiglia e, oggi, i suoi discendenti, anziché studiare le responsabilità endogene del collasso liberale, preferiscono considerarlo una conseguenza del fanatismo totalitario bolscevico, non il prodotto storico del colonialismo e del suo portato ideologico autoritario e razzista di dominio assoluto di una civiltà sulle altre.

L’operazione del “Corriere della sera” annunciata in questi giorni, che si dimentica totalmente di storicizzare le gravi colpe del liberalismo italiano, conferma questo canone interpretativo e la scelta di campo autoindulgente e conservatrice. Eppure, non sono mancati studiosi e intellettuali liberali, come Denis Mack Smith, che hanno localizzato nella debole tradizione liberale e democratica italiana la ragione della capitolazione dei principali leaders liberali di fronte a Mussolini. Così come, in Italia, (senza citare Gramsci) altri liberali come Gobetti e Guido De Ruggiero hanno sottolineato le cause del baratro fascista in una contraddizione tutta interna alla storia politica italiana: l’assenza di una vera dialettica (sociale e parlamentare) tra liberali e conservatori, dunque l’efficacia permanente del dispositivo trasformista nella formazione della classe politica italiana, spiegherebbero la grande facilità con cui le ideologie radicaloidi e sovversive si affermarono da (D’Annunzio a Mussolini) tra le classi dirigenti nazionali.

A questo tentativo di analisi autocritica “Il Corriere della sera” contrappone la vecchia ferramenta dell’autodifesa ideologica, lanciando una nuova operazione revisionista, il cui unico intento è (nuovamente) mettere sullo stesso piano il nazifascismo con i tentativi rivoluzionari del Novecento, equiparando Mussolini e Hitler a Lenin e Fidel Castro. Quando questi liberali con la memoria corta faranno finalmente i conti con le loro storiche responsabilità rispetto al fascismo sarà sempre troppo tardi. Basterebbe ricordare, ad esempio, che Mussolini entrò in parlamento con il suo manipolo di trogloditi grazie alla gentile ospitalità delle liste di Giovanni Giolitti e non con il lasciapassare di Lenin. Peccato, perché, se recuperasse la memoria smarrita, il giornale milanese potrebbe realizzare un’opera in volumi veramente interessante, spiegando agli italiani come e perché lo storico direttore del “Corriere” (Albertini), il proprio politico di riferimento (Salandra), e il loro filosofo di punta (Croce), salutarono calorosamente l’irruzione della violenza fascista sul movimento operaio e contadino.

Ma il versante della lotta ideologica non riguarda solo il passato, al contrario si estende al presente e al futuro con un intento dichiarato: affermare l’assoluta irripetibilità del pericolo fascista sulla base dei propri studi storico-archivistici.

Pretendere di comprendere le dinamiche della politica di oggi fondando le proprie certezze solo sulla frequentazione di qualche archivio è una delle tante contraddizioni della storiografia oggi di moda. Difficilmente possiamo parlare del presente e del futuro di una persona solo perché ne conosciamo l’albero genealogico o perché abbiamo avuto accesso a qualche registro capace di documentare il passaggio su questa terra dei suoi avi. L’autopsia di un organismo senza vita ci può dire qualcosa del soggetto che stiamo analizzando, non di quelli che verranno dopo di lui. La politica è materia viva, dialettica, piena di reazioni e controreazioni e ogni forma di determinismo (economico o archivistico) non è in grado di coglierne le dinamiche. La pura descrittività sociologica e il determinismo (in tutte le sue forme) non sono capaci di comprendere il passaggio dal mutamento quantitativo a quello qualitativo, ossia, non sono in grado di prevedere e concettualizzare i salti qualitativi della storia, le grandi rotture che irrompono sconvolgendo la linearità e prevedibilità degli avvenimenti umani. Rileggere le lezioni sulla filosofia della storia di Hegel forse servirebbe. La storia non è solo una trascrizione notarile di atti e documenti, per quanto questi siano fondamentali alla sua comprensione. In tal senso, affermare solennemente che oggi non esiste un problema “fascismo” solo perché ai giorni nostri non è possibile immaginare la presa del potere da parte di un manipolo di reduci con la camicia nera e il fez, che si esprimono con il lessico e la retorica arditiststa di D’Annunzio, significa confondere la grandezza del divenire storico con la cronaca giornalistica. Sicuramente non rivedremo una marcia su Roma con quelle caratteristiche, perché nulla nella storia si ripresenta nelle stesse forme, ciò nonostante,  sebbene non sia corretto applicare l’aggettivo fascista a qualsiasi manifestazione di ideologia reazionaria o conservatrice, esiste oggi una innegabile emergenza democratica a livello internazionale riconducibile alla fascistizzazione del senso comune e della cultura politica prevalente.

Il problema di oggi, come dopo la Prima guerra mondiale, è la grave crisi organica del capitalismo mondiale e la contemporanea crisi di egemonia delle vecchie classi dirigenti liberali, ben testimoniata dal panico dei partiti protagonisti dell’unificazione europea, tutti prossimi a un drammatico ridimensionamento elettorale. In un simile contesto, l’elemento comune con il passato è la radicalizzazione sovversiva e reazionaria di strati significativi dei ceti medi, convinti di trovare una soluzione alla crisi mondializzante nel nazionalismo protezionista e grazie a una svolta autoritaria in tutti i principali aspetti della vita sociale. Nel 1919-22 i “nemici interni” delle milizie armate fasciste erano i vecchi dirigenti liberali (incapaci di difendere l’ordine sociale e responsabili della “vittoria mutilata”) insieme al movimento operaio e contadino ritenuto forza di disgregazione antinazionale; oggi i gruppi del sovranismo (con le sue differenti gradazioni) trovano nel nazionalismo antieuropeista, tendenzialmente autoritario antidemocratico, e nella lotta all’immigrazione la base di una nuova identità ideologica combattiva e anticonformista, attraverso la quale contendere il campo della lotta egemonica tanto alle correnti liberali dell’europeismo quanto alle divisioni superstiti (sempre più esigue) della sinistra. Il punto non è se questo nuovo campo possa essere definito fascista o meno, problema politicamente ozioso, ma utilizzare con attenzione le categorie analitiche forniteci dalla storia per capire se nei loro processi evolutivi troviamo elementi di fascistizzazione tradizionali o inediti. Un lavoro di analisi che, ad esempio, nel Paese dove vivo e lavoro da oramai cinque anni (il Brasile) si sta iniziando a fare rispetto al fenomeno “Bolsonaro”. Perlomeno a sinistra, questo sforzo analitico sarebbe da intraprendere, credo, pure in Italia.

 

Il Venezuela e l’insostenibile ingerenza dell’Occidente

Cile, Argentina, Brasile, Venezuela, poi sarà la volta della Bolivia? Le prove circa l’esistenza di un piano per destabilizzare e rovesciare il segno politico dell’America Latina, riportandola forzosamente sotto l’orbita degli USA e fuori dall’egemonia dei BRICS, circolano da diverso tempo, trovando più di un riscontro nei documenti resi noti da Snowden nel 2013. Proprio in questi giorni, mentre divampa il caso Venezuela, scopriamo ad esempio che la Banca Mondiale manipolò dati economici relativi al Cile prima delle elezioni, poi vinte dalla destra liberista.

Eppure a far scandalo oggi non è la permanente ingerenza nella sovranità delle nazioni legittime da parte di organismi come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, in ossequio ai voleri del loro maggior azionista di riferimento (gli USA), ma la natura dittatoriale del governo di Maduro. La narrazione di TG e giornali italiani sui fatti del Venezuela ha del vergognoso, si continua a parlare di “un Paese con due presidenti”, come se autoproclamarsi tale equivalga a esserlo veramente. Sebbene solo lui sia stato eletto con il 67,84% dei voti, appena il 20 maggio scorso, Maduro è definito dittatore, mentre il suo oppositore, che ha scatenato la guerra civile e il terrorismo, invocando l’intervento delle potenze straniere, sarebbe la legittima “opposizione democratica”. Le oceaniche manifestazioni chaviste sono oscurate o ridicolizzate, mentre le mobilitazioni per Guaidó sono descritte con toni enfatici e lirismo eroico. Vengono in mente i servizi strappalacrime quotidianamente dispensati prima dell’intervento militare contro la Serbia, quando si parlava di pulizia etnica in Kossovo o quelli allarmati sulle pericolosissime armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam. Anni dopo si è poi scoperto che le tante fosse comuni attribuite ai serbi erano in realtà opera dell’UCK, mentre le fantomatiche prove contro l’Iraq mostrate all’assemblea generale dell’ONU erano dolosamente fasulle, ma intanto l’obiettivo (il consenso dell’opinione pubblica) era stato raggiunto.

L’Occidente ama distinguersi dal resto del mondo per la sua sacrale venerazione del principio di “libera informazione”, anche se, a ben vedere, il concetto di libertà ha ben poca consonanza con la pervicace volontà di plasmare l’opinione pubblica dei nostri onnipresenti e pervasivi apparati mediatici e culturali. Quando dei fatti si continua a dare una sola rappresentazione possibile, la contrapposizione tra libertà di stampa e censura diviene pura astrazione retorica, una ipocrita foglia di fico per coprire l’oscena manipolazione di una realtà, quotidianamente violentata e trasfigurata, in funzione di un’unica visione del mondo. Altro che stampa libera, gli organi di informazione sono apparati egemonici in servizio permanente effettivo.

Così oggi il giudizio occidentale è unanime: “il Venezuela è dominato da una dittatura violenta e liberticida!” Ma come spiegare l’assoluta libertà di un personaggio che si autoproclama Presidente, invoca l’intervento (anche militare) di Nazioni straniere, sollecita il popolo a sovvertire l’ordine costituzionale con ogni mezzo? Per molto meno gli indipendentisti catalani (loro sì, legittimamente eletti) sono finiti in galera, eppure il governo spagnolo si permette di dare l’ultimatum a Maduro impartendo lezioni di democrazia. Avete mai visto l’UE e gli USA dare 8 giorni all’Arabia Saudita per il mancato rispetto dei diritti umani e delle minime regole di uno Stato di diritto? Eppure si tratta di un regime feudale, violento dove nemmeno è messa in conto l’ipotesi di un’opposizione democratica, figurarsi riconoscerle il diritto a autoproclamarsi governo legittimo. E secondo voi perché tutti i TG sollevano un caso e non l’altro? Sarà perché l’Arabia Saudita è uno strettissimo alleato dell’Occidente e affidabile fornitore di greggio?

Il relativismo della retorica democratica non ha pudore, se i tumulti di piazza rivolgono la propria rabbia contro le istituzioni occidentali i nostri media parlano di sovversione e vilipendio delle norme di pacifica convivenza, mentre i manifestanti sono inevitabilmente terroristi, anarchici o black block irresponsabili. Se gli assalti armati, i saccheggi, le violenze sono contro i governi (regolarmente eletti) di Nazioni non allineate con l’Occidente invece si tratta di legittime manifestazioni dell’opposizione democratica. Chiariamo un concetto. Qua non si tratta di dare il proprio consenso alle politiche di questo o quel governo, ciò spetta ai popoli di cui il Presidente in questione sarebbe (meritatamente o meno) espressione, ma di rispettarne la sovranità, denunciando ogni ingerenza indebita nella quale il pretesto democratico nasconde ben più prosaiche esigenze di controllo e accaparramento delle sue ricchezze.

Passare la notte, forse.

L’umido ti entra da ogni pertugio e il vento ti schiaffeggia per vedere se sei sveglio; dura prova tenersi in equilibrio sui propri piedi dopo una notte così specie se, camminando, tenti disperatamente di stringere spalle, braccia e gambe nel vano tentativo di cacciare via il tremito del tuo corpo infreddolito.

Zompettando con l’andatura incerta di un pinguino azzoppato, il tragitto dal Bastione a viale Santa Avendrace, alle 4 del mattino di un piovoso 24 novembre del 1973, sembra una traversata nel deserto. Nulla si muove per strada a parte una Fiat 850 che, sfrecciando, mi fa il pelo – brutto pezzo di merda! -, un furgone in lontananza con qualche problema di carburazione, qualche serranda che inizia a sollevarsi.

Ho ancora conficcata nella testa la stessa canzone che canticchio senza sosta da quando mi sono svegliato, Peace frog dei Doors: non capisco il perché visto che nemmeno mi piacciono più di tanto i Doors.

Dannato deficiente, non sono nemmeno capace di bere una birra senza sbrodolarmici, ne ho buttato più sopra questi logori e puzzolenti jeans da quattro soldi, che in gola; così cammino fradicio e goffo come se mi fossi pisciato addosso, senza nemmeno una cicca da fumare. Ha ragione il mio vecchio, sono una mezza sega e tra poco, varcata la porta di casa, me lo ricorderà vomitandomi il miglior repertorio dei peggiori aggettivi ed epiteti da lui conosciuti. A volte si dice del “sognare a occhi aperti”: io cammino rapido e incerto inanellando pensieri e immagini scollegate, come in un lungo sogno senza capo né coda, ma ho solo due minuscole fessure socchiuse che non mi impediscono di sbattere contro bidoni, calpestare merde e inciampare nei barattoli “streccati” sulla strada.

Federico è un tronco nodoso, lungo e secco, con un cespuglio esplosogli in testa nella primavera del 1970, se non ricordo male nelle settimane successive allo scudetto del Cagliari. Lo soprannominammo “zinnibiri”, perché è curvo come un ginepro piegato dal vento. Federico è il mio miglior amico, siamo cresciuti assieme ascoltando la stessa musica, tifando la stessa squadra, innamorandoci delle stesse ragazze.

Federico è figlio di un impiegato dell’ETFAS, insomma sta bene, almeno rispetto a noi. Il padre sognava per lui un futuro sulle sue orme, per questo gli propose, o piuttosto gli impose, di iscriversi all’Istituto Agrario Duca degli Abruzzi. La speranza era sistemarlo al suo posto, in quel grande carrozzone delle clientele democristiane; ma “zinnibiri” aveva altro per la testa e il suo unico exploit agronomico si rivelò la coltivazione di quattro sifilitiche piantine verdi cui la nostra impazienza di adolescenti curiosi non diede il tempo di crescere.

Rimase folgorato dalla Corte del “Re Crimson” e decise di essere un “uomo schizoide del XX secolo” quindi, dopo due anni di fallimenti scolastici, suo padre si arrese e accettò di assecondare le sue aspirazioni creative dischiudendogli le porte di quel paradiso di anarchia e anticonformismo che al tempo era per noi il Liceo Artistico.

Pino è la presenza silenziosa della nostra compagnia, c’è sempre anche se a volte quasi non ce ne accorgiamo. Il suo vero nome è Giuseppe, in onore a “baffone” il cui ritratto campeggia da sempre nel salotto di casa, tuttavia verso i dieci anni il padre decise di chiamarlo Pino. Un po’ perché quel nome gli sembrava troppo impegnativo, un po’ perché “baffone” era il suo mito assoluto, anche se non poteva più dirlo in giro, e la tempra d’acciaio del grande condottiero georgiano mal si conciliava con quel suo figlio degenere. Pino non sopporta lo sport: odia qualsiasi attività fisica o manuale e la vita sociale al di fuori dal nostro gruppo è per lui piacevole come una visita dal dentista.

Pino Adora i Genesis, è un devoto di Ikhnaton, Itsacon e la loro banda di allegri compari; solo raramente esce dal suo mondo parallelo e fa capolino tra i nostri discorsi con i suoi luminosi ma lentissimi ragionamenti. Adesso è un mesetto che si vede di rado, è uscito Selling England by the pound: non so come e da chi ma si è fatto spedire l’album da fuori e se non lo mette sul piatto almeno una decina di volte non si sente a suo agio.

Suo padre, Graziano (per i compagni Molotov), è un operaio chimico: lavora alla Rumianca di Macchiareddu, è un convinto comunista e passa più tempo tra sezione e sindacato che a casa. Ogni volta che ci vede tutti assieme scuote la testa e con un mezzo sorrisetto conclude sconsolato: «Gi seisi a frori!», “siete proprio conciati bene” per dirla in italiano! È una brava persona, un gran lavoratore, ma non comprende il figlio e in generale non riesce proprio a capire che razza di animali ha di fronte quando gli capitiamo a tiro.

Siamo tutti più o meno di sinistra, vagamente simpatizziamo per il PCI o per qualche gruppetto rivoluzionario di cui abbiamo solo letto il nome su qualche muro di “Sa Duchessa”, ma tutto a un livello molto superficiale. La verità è che ci stanno sul culo i fascisti, persino di più i democristiani, ma siamo in fondo refrattari alla politica e, soprattutto, ci fa cagare la musica che ascoltano i compagni.

Una volta suo padre provò a farci partecipare a una riunione della FGCI ma scappammo dopo una mezzoretta, giusto il tempo per sentire la prima parte della relazione introduttiva. Eravamo ancora alle immancabili “questioni internazionali” e già avevamo uno sciame di vespe che ci ronzavano rumorosamente tra l’emisfero sinistro e quello destro. Al quinto “nella misura in cui” consecutivo del relatore ci siamo dati un’occhiata d’intesa e alla spicciolata siamo usciti per strada, inceneriti dallo sguardo truce di papà Molotov che aveva capito tutto.

In realtà non si vedeva molto bene: la saletta vicina all’ingresso in cui si trovava impegnato in uno scopone all’ultimo sangue era talmente densa di fumo che a malapena si scorgevano le figure, in compenso il disappunto incazzato dei suoi occhi si vedeva benissimo.

Pino abita a un isolato da me, nello stesso quartiere “Santa Tennera”, periferia di Cagliari, che i cagliaritani del centro considerano da sempre altra cosa da sé. Cagliari, la nostra città, per la verità non ci offre molto e gran parte del nostro tempo lo passiamo buttati per strada o a girovagare senza una meta precisa, eppure non potremmo vivere in nessun altro luogo, anche perché dovremmo adattarci a troppi cambiamenti. Per tornare a Pino, pure lui è mio compagno di classe anche se, silente e assente com’è, rischia di non essere preso in considerazione ed è costretto a rincorrerci nei nostri programmi.

Franco, anche passa tanto tempo con noi, in realtà non si sente parte del nostro gruppo, se così si può chiamare. Più più grande di noi, è molto ambizioso: vorrebbe fare la bella vita, frequentare le fighette del classico “Siotto”, partecipare alle feste della Cagliari bene, avere una bella 124 sport con le cromature sempre lucide, ma deve accontentarsi di rubare, quando può, le chiavi della vecchia 600 del padre.

Franco è uno sfigato come noi e tutti i suoi tentativi di inserirsi nelle cricche di via Mameli o all’Annunziata si sono scontrate con la dura realtà di quella cosa che il padre di Pino chiama “differenze di classe”. Insomma, dopo ogni delusione Franco torna all’ovile, degnandosi di perdere il tempo con noi anche se qualsiasi occasione è buona per farci notare quanto siamo grezzi e che “solo per una strana congiuntura si trova in nostra compagnia”. “Congiuntura” è un termine che ha imparato in uno dei suoi tanti approcci falliti. Fu il fratello di Silvia Asuni a usarla per fargli capire che, “sfortunatamente” per lui, non era aria con la sorella. Silvia e Filippo Asuni, i viziatissimi figli di un dirigente dell’Alitalia, abitavano in Via Mameli, i genitori avevano due macchine (una fiammante Mercedes e una 112) e una villa a Santa Margherita di Pula; loro un motorino a testa e persino la servitù in casa. Insomma, per farla breve da allora Franco usa quell’espressione in continuazione e sempre a sproposito, solo raramente ci azzecca, per farci capire che lui fa parte di un altro mondo.

Inizialmente lo guardavamo con una certa ammirazione ma ora ci fa un po’ pena perché vive in un mondo di illusioni persino più irrealistico del nostro e perché da questa merda di quartiere non uscirà mai. Terzo di una nidiata di otto figli, il padre operaio della cementeria e la madre casalinga, conducono una esistenza dignitosa pur tra molte privazioni; ogni tanto si inventa di sue lontane e non bene identificate origini nobili ultima spiaggia per fuggire da una realtà per lui avvilente.

In compenso Franco ha tre sorelle che sono il nostro sogno erotico proibito; la quarta è troppo piccola ma è sulla buona strada e probabilmente un giorno sarà la più bella di tutte: ancora non se ne rende conto, ma noi sì.

Franco ha lasciato la scuola, il Geometri “Baccaredda”, dopo anni ripetuti mai oltre la seconda. Dice che sta aspettando l’occasione giusta per svoltare, però è un mandrone, un pelandrone come pochi e ha rifiutato o si è fatto cacciare da tutti i lavori che il padre gli aveva trovato. Ciò che però non lo renderà mai parte del nostro gruppo è che Franco ha dei gusti musicali di merda, anzi della musica proprio non gliene frega niente.

Via San Paolo, una sequenza di discariche, bidet, cessi, scaldabagni, carcasse d’auto, ratti e cani che si aggirano furtivi in mezzo a quel che resta della nostra civiltà. Eppure questo pezzo di città abbandonato da tutti che si getta in una laguna ancora bellissima, è il nostro rifugio. Da qua, la mattina presto, vedi la città ancora avvolta dall’umido che si attacca alle nostre case malsane, corrode le carrozzerie delle auto, scava giorno dopo giorno le nostre ossa, ora inossidabili ma friabili come il tufo con l’andare degli anni.

Può sembrare strano ma da qui, tra batterie esauste e residui di demolizioni in primo piano, si può vedere uno degli scorci più affascinanti della nostra Cagliari che da Santa Tennera si arrampica su per Stampace riposandosi sulla Marina prima di fare l’ultimo tratto in salita verso Castello. Chi lo direbbe? Eppure sotto queste montagne di rifiuti pare ci sia una delle parti più antiche e affascinanti della città di cui nessuno si preoccupa.

Mauro, uno che studia lettere, o meglio fa finta di farlo, nelle pause di tempo in cui non se la tenta con mia sorella, ci parla di una capitale sepolta sotto lerciume e fango, la Cagliari giudicale. In linea d’aria siamo vicinissimi a casa nostra, ma quando arriviamo sulle rive di Santa Gilla ci sembra di essere in un altro mondo.

Domenica pomeriggio, una di quelle così noiose da desiderare che arrivi in fretta il lunedì, a costo di andare a scuola, rubata una bottiglia di vino e quattro sigarette eccoci qui a contemplare la laguna, quasi senza rivolgerci una parola. Stagnation, da Trespass è il nostro sottofondo latente. Agitiamo al vento le nostre teste in un sogno a occhi aperti, come se realmente ne stessimo sentendo il finale sincopato dopo gli arpeggi quieti e armonici del resto della canzone:

“Wait, there is still time for washing in the pool,
wash away the past
Moon, my long-lost friend is smiling from above,
smiling at my tears.
Come we’ll walk the path to take us to my home,
keep outside the night.
The ice-cold knife has come to decorate the dead,
somehow

And each will find a home,
and there will still be time,
for loving my friend
– You are there –
And will I wait for ever, beside the silent mirror
And fish for bitter minnows amongst the weeds
and slimy water”

 

(Racconto breve primo classificato al concorso letterario  organizzato da Dreambook e Fasi, contenuto nel volume “Sognalibro, storie di autori sardi nel mondo”, Dreambook edizioni, 2017 )

Domenico Losurdo, um grande intérprete do pensamento crítico contemporâneo

O falecimento de Domenico Losurdo suscitou grande emoção no mundo filosófico e político em muitos países onde ele era não só apreciado e estudado, mas recebido como um dos filósofos mais orgânicos, sistemáticos e coerentes do século XX e início deste novo século. Para mim, que tive a sorte de me formar com ele, foi não apenas um mestre, mas o ponto de referência intelectual através do qual pude estudar e compreender os grandes intérpretes do passado. No Brasil Losurdo encontrou também um público de apaixonados. Os seus livros foram e continuam sendo traduzidos e publicados com grande sucesso de vendas e sendo objeto de estudo nas principais universidades brasileiras. As conferências e palestras que ele proferiu por toda parte neste grande país (as últimas no final do ano passado) sempre estiveram lotadas, sendo acompanhadas por jovens, estudiosos e leitores que, mesmo partidários de diferentes vertentes ideológicas, animavam debates e discussões que se estendiam para além do evento. Aquele que, no futuro, desejar escrever a primeira biografia intelectual deste pensador, irá assumir não apenas uma grande responsabilidade, mas uma carga de trabalho que não poderá ser cumprida apressadamente e com superficialidade, tamanha a profundidade e amplitude da sua produção teórica: dos clássicos da filosofia ao debate em torno da figura de Stalin; da análise do papel da China ao revisionismo histórico; do pensamento liberal às questões do bonapartismo e da democracia moderna; da história do pensamento ocidental aos problemas do colonialismo e do imperialismo. Os estudos de Losurdo sobre o materialismo histórico, assim como aqueles sobre Kant, Hegel, Heidegger e Nietzsche, são um marco fundamental na história das ideias e dos acontecimentos das sociedades humanas, tamanhas a sua seriedade científica e autonomia intelectual, sua riqueza problemática e complexidade interpretativa. Em tempos tão sombrios, dominados pelo refluxo democrático ao nível internacional, a sua batalha filosófica jamais se esqueceu de entrelaçar-se às exigências da política. Não obstante, a clareza das suas posições nunca se traduziu na apologia das convicções ideológicas que evocava, nem no abrandamento do rigor intelectual que lhe era característico. Pelo contrário, Losurdo sempre indagou com severidade crítica e sem indulgência os limites do universo filosófico-político em que decidira militar e ao qual dedicou todas as energias de sua vida. Sua última obra, “O marxismo ocidental”, publicado em 2017 na Itália e agora também no Brasil pela Boitempo, representa uma síntese exemplar de tudo isso. Poderíamos classificá-la como uma espécie de testamento político intelectual. Losurdo não amava a retórica, estando sempre disponível para confrontar-se no plano intelectual com todos, e por isso este grande intérprete do pensamento crítico, além das longas horas dedicadas aos estudos, gastava uma boa parte do seu tempo com uma mala nas mãos, viajando incansavelmente pela Europa, América Latina e Ásia, de modo a estimular uma dialética não ritual e nem apologética em torno dos seus trabalhos. A melhor maneira de homenagear este grande filósofo, que tanto amou o Brasil, seria debater com profundidade esta sua última obra e, através dela, encaminhar um sistemático trabalho de investigação científica sobre a sua amplíssima produção intelectual, tão imprescindível no panorama mundial do pensamento crítico contemporâneo.

Gianni Fresu

(Doutor em Filosofia pela Università di Urbino, professor de Filosofia política Universidade Federal de Uberlândia)

Resistenza e Costituzione repubblicana

Intervento al Convegno

“70° della Costituzione”. Dalla Resistenza alla costituente, fra passato e futuro.

Cagliari 15 gennaio 2017.

Secondo Calamandrei, per comprendere lo spirito della Costituzione era necessario risalire al processo che la generò, la sua origine andava ricercata tra i monti, là dove si combatté la lotta di liberazione nazionale dal nazi-fascismo. Un concetto che ritroviamo in un altro Padre costituente particolarmente importante per noi come Renzo Laconi. Tra le carte trovate dopo la sua morte (avvenuta il 19 giugno 1967) un posto di particolare rilievo è occupato dagli appunti per un saggio destinato a «Critica marxista» per il ventesimo anniversario della Costituzione repubblicana[1]. In queste note la sua polemica era rivolta alla vulgata esegetica della letteratura giuridica e costituzionale che si andava accumulando con l’approssimarsi di quell’anniversario. Laconi lamentava un deficit di indagine storica sulle origini ideologiche e politiche della Costituzione, dato che l’interesse degli studiosi sembrava concentrarsi totalmente sugli atti dell’Assemblea costituente e sul suo quadro dottrinale. Uno studio meramente tecnico, sia sul versante giuridico sia su quello politico, che attribuiva più importanza alla comparatistica costituzionale che al concreto contesto storico da cui era scaturita la Costituzione.  Ma una Costituzione, specie quella italiana, scrive Laconi in queste note, è un documento politico e ideologico, sorge dalla dialettica politica, dal contrasto delle idee tra uomini, forze sociali e politiche.

Non esiste concezione politica (organica e coerente o contraddittoria che sia) senza una impostazione ideologica e anche il paradigma anti-ideologico è una ideologia in sé, eppure oggi non c’è ambito politico, giornalistico o accademico nel quale non si ripeta il mantra della critica alle ideologie. Come se il limite della politica contemporanea sia da ricercare nel suo contenuto ideologico e non, al contrario, nell’assenza di visione complessiva del mondo. Si confonde l’ideologia con la demagogia, ma anche questa, a sua volta, come scriveva Gramsci, può assumere una funzione positiva e progressiva se posta al servizio di un processo teso all’elevamento di più ampi strati sociali rispetto a quelli tradizionali dominanti.

A partire da questa consapevolezza, secondo Laconi, la Costituzione va considerata come un atto vivente, non può essere ridotta a una sommatoria di norme, a uno schema tecnico «elaborato a tavolino». Per questa ragione non sarebbe stato possibile né comprendere né valutare criticamente sia l’impianto generale sia le minute norme della Costituzione senza aver colto il senso dell’impostazione concettuale e ideologica che in questa dialettica ha finito per prevalere, giungendo ad una volontà collettiva ed unitaria. Per Laconi la gran parte dei costituzionalisti italiani non comprendeva l’effettiva originalità ideologica della Costituzione italiana perché la interpretavano come una semplice restaurazione modernizzata, sotto le forme repubblicane, della macchina statale liberale prefascista. Una tale impostazione era per Laconi antistorica e priva di consistenza scientifica, oltre a essere del tutto arbitraria. Per interpretare il significato della Costituzione si sarebbe dovuto partire dal coacervo di avvenimenti che caratterizzarono il periodo tra il 43 e il 46, con il superamento della classe dirigente prefascista e l’avvento dei tre partiti di massa, l’opposizione storica nel vecchio Stato liberale che nell’Assemblea costituente ottennero 392 voti su 476. Tra questi tre partiti non c’era piena affinità ideologica, ma essi partivano da una base comune: non solo la condanna del fascismo, e la critica pesante per le responsabilità dei gruppi dirigenti liberali, ma anche l’esigenza di creare uno Stato interventista di tipo solidaristico. Questa base comune trovava nella Costituzione un impianto programmatico vincolante che andava oltre la concezione liberale dello Stato, dunque non era né una rivoluzione né una restaurazione.

Ma se la Costituzione ha le sue radici nella lotta di liberazione nazionale, l’origine di quest’ultima andrebbe ricercata nel decennio più drammatico eppure di svolta per l’antifascismo, segnato dal massimo trionfo interno e internazionale del regime di Mussolini. Il quadro in cui si determina la cosiddetta svolta degli anni Trenta ci parla di un movimento antifascista, fin lì perdente e lacerato da profonde divisioni, per la prima volta finalmente capace di guardare in faccia ai propri errori e superarli sottoponendo a severa autocritica l’astrattezza settaria del suo operare e, più in generale, una concezione meramente moralistica e cospirativa di opposizione alla dittatura. Come ho spiegato in una mia monografia a lui dedicata[2], Curiel e la sua generazione si sono rivelati decisivi nel favorire e accompagnare questo processo, consentendo all’antifascismo di recuperare legami con una realtà nazionale (in particolare i giovani e il mondo del lavoro) del tutto indifferente agli sforzi compiuti in clandestinità o in esilio.

Contrariamente a quanto ritenuto da gran parte dell’antifascismo, il regime di Mussolini esercitava un consenso reale nel Paese, non era solo esercizio monopolistico e violento della forza statale. Il fascismo era una forma nuova e moderna di regime autoritario, si serviva abilmente dei grandi mezzi di comunicazione di massa, puntava a irreggimentare e mobilitare (seppur in funzione passiva e coreografica) le grandi masse popolari nel regime, certo basava il suo potere anzitutto sul dominio diretto, ciò nonostante, riusciva, grazie a complessi e stratificati strumenti di costruzione del consenso presso la società civile, anche a esercitare un’egemonia reale piuttosto estesa nella metà degli anni Trenta. La comprensione di ciò, era la premessa essenziale per un differente approccio all’attività antifascista e per abbandonare ogni atteggiamento settario, moralistico e meramente cospirativo. Dividere l’Italia in due blocchi monolitici e contrapposti (da una parte le anime perse e irrecuperabili dei sostenitori del regime, dall’altra i puri del movimento antifascista), non aveva senso. Grazie alla forza di un’efficace azione repressiva e alla macchina della propaganda, il regime aveva il sostegno dalla maggioranza degli italiani, dunque anziché ritrarsi in una sfera di presunta purezza e limitarsi a un’attività cospirativa incentrata sulla mistica del gesto, bisognava mischiarsi con quel popolo, quotidianamente, entrare nelle organizzazioni di massa del regime, coglierne le intime contraddizioni e svuotarne dall’interno le sue basi di consenso. Lavorare nel sindacato fascista e utilizzare le singole lotte economiche dei lavoratori, era la strada scelta per perseguire questo obiettivo. Ciò valeva particolarmente per i giovani ingannati dal regime, presso i quali l’antifascismo doveva compiere un faticoso lavoro di conquista egemonica.

Al di là del contenuto propagandistico, l’offensiva ideologica del fascismo, agli inizi degli anni Trenta, si rivelò efficace nell’attivare politicamente le nuove generazioni. Giovani intellettuali, variamente collocati in ambito sindacale o impegnati culturalmente, in gran parte studenti, trovarono nelle parole d’ordine antiborghesi e nella promessa di una rivoluzione le ragioni del proprio impegno. Aver seminato tante promesse, dando libero sfogo a una retorica profondamente distante da quel che realmente il regime era nella realtà, operazione spregiudicata poi ritortasi contro il fascismo, ebbe però inizialmente l’effetto di rinnovarlo profondamente consentendogli di allargare la base del suo consenso e di superare il momento di crisi, nonostante le grandi contraddizioni e il crescente malessere del mondo del lavoro[3]. Questa paziente attività carsica di penetrazione ed erosione trovò modo di manifestarsi clamorosamente nel corso della guerra, quando una parte significativa di quella gioventù cresciuta a pane e fascismo divenne la spina dorsale della Resistenza.

Gli scioperi scoppiati nelle città industriali del Nord, partiti dall’officina 19 della Fiat Mirafiori di Torino il 5 marzo 1943, che in pochi giorni coinvolsero centomila lavoratori, sono una tappa decisiva nella crisi del fascismo, perché segnano la discesa in campo della classe operaia, e non più, come era accaduto nel corso del “ventennio”, con scioperi parziali, fermate di lavoro o agitazioni circoscritte, in questo caso si trattò di una fermata complessiva dal chiaro significato politico verso il regime. Secondo Secchia, che in proposito richiama anche una stizzita dichiarazione di Mussolini[4], gli avvenimenti di marzo non potevano essere separati dalla definitiva vittoria riportata a Stalingrado il 2 di febbraio, perché questo avvenimento ebbe l’effetto di infondere coraggio sui lavoratori. A questo si aggiunsero i pesanti bombardamenti sulle città italiane, uno schiaffo alle millanterie del fascismo, di cui però fu il popolo a pagare le peggiori conseguenze. La guerra in casa, con le città sfregiate dalle distruzioni, straziate dai corpi senza vita o gravemente feriti di tanti cittadini innocenti, aprì definitivamente gli occhi agli italiani sulle illusioni di vittoria e le bugie di Mussolini rispetto alle sorti della guerra. L’inizio degli scioperi nel marzo ’43 segnarono l’inizio della Resistenza.

Nonostante i tanti dirigenti in carcere o al confino, la rete organizzativa clandestina era riuscita a estendersi dando vita nelle fabbriche ai comitati unitari d’azione antifascista. Nelle settimane che precedettero gli scioperi i gruppi di operai comunisti si riunivano a gruppi di tre, al massimo cinque unità, una copia clandestina de «l’Unità» passava di mano in mano e arrivava a essere letta da almeno cinquanta persone, così come il materiale propagandistico, diffuso secondo severe norme di sicurezza da un’organizzazione per compartimenti stagni. A Milano, già dal 1942, c’era una tipografia del partito a Porta Ticinese, dopo i bombardamenti, venne spostata in una Cascina a Vaprio D’adda. Nonostante i controlli, «l’Unità» usciva con quattro pagine e una tiratura di 4.000 copie raggiungendo tutti gli stabilimenti industriali della città. Nella fase di massima crisi del regime il Partito comunista disponeva, al Centro-Nord, di una struttura operativa, verso cui si orientò il malcontento del mondo del lavoro, essenziale a dare la spallata finale al potere di Mussolini. La Resistenza armata vera è propria iniziò il giorno dopo l’8 settembre, con il tentativo disordinato mal riuscito di difendere Roma. Tuttavia, la narrazione di una Resistenza esplosa immediatamente e in maniera spontanea, con la partecipazione di tutto il popolo, è solo mitologia, in realtà le difficoltà furono enormi. In ogni luogo, là dove si verificarono episodi di opposizione e lotta armata esisteva un’organizzazione antifascista, «non tutti gli italiani si schierarono dalla parte della Resistenza, ma soltanto una minoranza attiva»[5].  Bisogna tenere conto di quanti decisero di schierarsi con i nazifascisti e soprattutto dei tanti che, magari solo per timore e prudenza, si astennero dal farlo senza per questo aderire alla Resistenza. Anche in una parte dell’antifascismo, per un certo periodo, prevalse l’inattività, un atteggiamento «attesista», per eccesso di prudenza si preferì aspettare l’arrivo degli eserciti alleati, evitando «inutili perdite». A fronte di tutto questo, tuttavia, tanti cittadini mostrarono solidarietà verso la Resistenza, cui fornirono aiuti materiali, ospitalità e assistenza, chiarito questo fatto, inizialmente non ci fu certo una corsa in massa per arruolarsi tra le divisioni partigiane. Come ha scritto Secchia, «La Resistenza non fu né un miracolo, né un fenomeno spontaneo: dovette essere organizzata. Dura, difficile, piena di difficoltà fu sempre la lotta, sino alla fine, ma soprattutto all’inizio»[6].

Dopo l’8 settembre, non c’erano solo i problemi della guerra contro l’occupazione, e le mai del tutto superate divisioni interne al fronte antifascista, a rendere più complicato il tutto, c’era l’esigenza di garantire l’unità e l’efficacia delle potenze impegnate nella guerra al nazifascismo. Come ha scritto un altro protagonista come Luigi Longo, gli anglo-americani avevano l’obiettivo di «precostituirsi posizioni di vantaggio nell’Italia liberata» che mal si conciliavano con l’idea della mobilitazione popolare e di massa della lotta partigiana[7] Oltre a ciò, l’aspirazione di una parte dell’antifascismo italiano era tornare all’equilibrio pre-fascista, nella convinzione che il “ventennio” dovesse essere superato e archiviato come una “brutta parentesi” nella storia d’Italia, è questa l’idea del fascismo inteso come “malattia morale dell’Europa”. Tutto questo non poteva non avere riflessi sulle coordinate della guerra di liberazione e sul modo di concepire sia il presente – dunque il tema della partecipazione popolare alle operazioni militari – sia, soprattutto, il futuro: bisognava ricostruire da zero le fondamenta del nuovo Stato democratico oppure salvare e ristrutturare quelle derivanti dal vecchio Statuto Albertino? La linea dell’antifascismo che scelse la prima opzione aveva un duplice connotato: 1) evitare nuovamente la passivizzazione coatta delle grandi masse popolari (attendere gli eserciti alleati e delegare a loro la liberazione), in un momento storico nel quale invece dovevano essere protagoniste; 2) saldare strettamente la lotta popolare di liberazione alla costruzione del futuro quadro democratico costituzionale. Nello specifico, il quadro concettuale e programmatico dei comunisti italiani si articolava a partire dall’idea della “democrazia progressiva”, che concepiva la lotta di liberazione come premessa essenziale per l’avanzamento sociale e politico delle masse popolari nel post-liberazione. Intensificare la partecipazione popolare attraverso gli organismi della resistenza significava dare da subito fondamenta solide a una tale prospettiva. La democrazia progressiva non andava intesa come una «tappa» di avvicinamento alla “terra promessa”, il socialismo, bensì, un «processo» di costruzione molecolare con il quale bisognava misurarsi quotidianamente attraverso ogni singola lotta. Questa processualità necessariamente si sarebbe dovuta manifestare nel contributo delle masse popolari alla ricostruzione materiale e morale del Paese.

L’opera di ricostruzione non poteva fondarsi sui parametri consueti del liberismo e dell’esclusiva proprietà privata dei mezzi di produzione, bisognava connotare in termini sociali la nuova democrazia, che non avrebbe potuto fare a meno della partecipazione statale e delle forme cooperative di intervento economico. Nell’immediato della guerra partigiana l’indicazione strategica era chiara: occorreva legare le azioni di guerriglia, di sabotaggio, propaganda e iniziativa sociale per superare non solo la dittatura fascista, ma anche la semplice riproposizione della vecchia Italia liberale giolittiana. Per questo era necessario rimuovere le condizioni sociali su cui si era strutturato e affermato il fascismo, quindi costruire un quadro politico che non risolvesse la partecipazione popolare al solo momento delle elezioni e nel mero rapporto passivo di delega alla rappresentanza parlamentare. L’insieme delle lotte quotidiane, nelle quali si articolava l’azione delle organizzazioni di massa protagoniste della Resistenza, erano «la realizzazione consentita dalla situazione attuale di quella democrazia progressiva, per la quale si lotta»[8].

Con la guerra di liberazione in corso erano già percepibili le profonde differenziazioni tra le forze antifasciste sulle prospettive del Paese, fondamentalmente divise tra due fronti contrapposti: uno, di ispirazione liberale guidato da Croce, favorevole ad una restaurazione dei vecchi assetti istituzionali prefascisti; un altro interessato a costruire attraverso l’Assemblea costituente un diverso equilibrio democratico.

In tal senso, la lotta all’attesismo, che vide in prima fila comunisti, socialisti, azionisti e anche cattolici, dunque lo sforzo teso a favorire la partecipazione del popolo alla lotta di liberazione nazionale, non va archiviata come una semplice manifestazione di dialettica politica. Il ruolo delle divisioni partigiane nella liberazione del Centro Nord ha avuto delle conseguenze sullo status post-bellico dell’Italia, contribuendo non poco a un fatto troppo spesso sottovalutato: delle tre nazioni un tempo facenti parte del «Patto tripartito», solo l’Italia vanta una Costituzione frutto di un processo di partecipazione popolare così ampio e socialmente avanzato, non emanazione degli eserciti occupanti. Tutto questo trovò poi traduzione nella Costituzione nata da questo processo popolare, perché la sua ispirazione fondamentale, sia nei primi 3 articoli, sia in quelli di previsione economico-istituzionale, non si limita a disegnare l’impianto di uno Stato che detta le regole e si limita a farle rispettare, lo “Stato Ottocentesco della toga e della spada”. La Costituzione nasce con un obbiettivo radicalmente nuovo rispetto al vecchio Statuto pre-fascista, attribuire alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.  Come è stato scritto sovente, essa nasce dalla fusione delle tre principali culture politiche del Paese (cattolica, liberale e marxista) sforzandosi di conciliare i concetti di uguaglianza formale e sostanziale, in un nuovo quadro più avanzato orientato al progressivo ampliamento degli spazi di democrazia politica, economica e sociale con il compito di garantire la partecipazione permanente e il protagonismo dei lavoratori nella vita del Paese. Dunque non solo l’idea di libertà negativa, propria della tradizione liberale, intesa come intangibilità da parte dello Stato della sfera individuale privata, ma anche quella di libertà positiva, di tradizione democratica, intesa come diritto del popolo a essere parte attiva e protagonista, non passiva e subalterna, dei processi decisionali, nella quale la rimozione degli ostacoli economico sociali all’esercizio dell’effettiva uguaglianza (sul piano sostanziale e non semplicemente formale) assume un ruolo inedito nella storia dell’Italia. La Costituzione ha messo in discussione idea di un rapporto inversamente proporzionale tra sfera delle libertà e estensione delle attività dello Stato, uno dei più duraturi miti del liberalismo. Ha messo in soffitta la tradizionale condanna all’ambizione di regolare politicamente la vita sociale, intervenire in economia e dare un indirizzo alla vita di una comunità nazionale. Questo è il dato filosofico-politico di fondo, tuttavia, guardando in modo spassionato all’attualità, dobbiamo fare i conti con una realtà ben differente. In un periodo storico nel quale viene riaffermata la pretesa capacità “naturale” di autoregolamentazione delle leggi di mercato, teoricamente incompatibile con “l’artificiale” irruzione ordinatrice della politica, proprio su questo versante programmatico, il quadro di oggi appare drammaticamente più arretrato e ottocentesco rispetto ad allora. In questa contraddizione, squisitamente politica, risiede la ragione della parziale e limitata applicazione della Costituzione, dunque la mancata attuazione di molti dei suoi principi fondamentali, problemi non risolvibili attraverso le cicliche e fallimentari operazioni di ingegneria istituzionale degli ultimi decenni.

 

 

[1] R. Laconi, Parlamento e Costituzione, (a cura di) E. Berlinguer, G. Chiaromonte, Editori Riuniti, Roma, 1969.

[2] G. Fresu, Eugenio Curiel. Il lungo viaggio contro il fascismo, Odradek, Roma, 2013.

[3] G. Accame, Il fascismo immenso e rosso, Settimo Sigillo, Roma, 1990.

[4] P. Secchia, Lotta antifascista e giovani generazioni, La Pietra, Milano, 1973, pag. 6.

[5] P. Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione nazionale (1943-1945),Op. cit., pag. 110.

[6] Ivi, pag. 111.

[7] L. Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Editori riuniti, Roma, 1977, pag. 24.

[8] Il Fronte della Gioventù verso la democrazia progressiva, «Bollettino del Fronte della Gioventù», n. 8, agosto 1944, pag. 1, in “Fondo Curiel”, sez. VI, cart. 1, Archivio Istituto “Gramsci”, Roma.